L’arte rotta (I)

Prende il via la nuova rubrica firmata da Christian Caliandro. Si parla di sistema e del suo rifiuto, ma anche della difficoltà ‒ e necessità – della catarsi.

Théodore Géricault, La zattera di Medusa, 1818 19, dettaglio. Musée du Louvre, Parigi
Théodore Géricault, La zattera di Medusa, 1818 19, dettaglio. Musée du Louvre, Parigi

Chi non puzza di bomba cotta e di vertigine compressa non è degno di essere vivo” (Antonin Artaud, Van Gogh o il suicidato della società, 1947).
Riflettere sull’indipendenza, sul concetto di indipendenza. Da che cosa? Uno può dirsi indipendente quando è libero – ma da che cosa? Dal sistema. E che cosa è il sistema? È il sistema che decide come dobbiamo comportarci, come dobbiamo pensare, che opere dobbiamo fare e come è opportuno raccontarle… che ci dice quali discorsi fare, e quali non fare; che cosa è intelligente e brillante, e che cosa non lo è; che cosa è raffinato e up-to-date, e che cosa non lo è; che cosa è nuovo, e che cosa non lo è; che cosa è bello e che cosa è brutto, che cosa va bene e che cosa fa schifo, che cosa è permesso e che cosa è vietato. Questo sistema dunque va molto più a fondo del mercato – “che cosa si vende e che cosa non si vende” ‒, riguarda le nostre scelte, i nostri orientamenti, i nostri gusti in campo artistico e culturale – e nella vita – ed è così potente e pervasivo proprio perché la maggior parte di noi si rifiuta di considerarlo tale (“il sistema non esiste”).
Fin quando la nostra paura di apparire naïf, inadeguati, provinciali, di essere e sentirci esclusi, sarà così forte – l’arte continuerà a essere superficiale e scadente, come è in gran parte oggi. Perché dipende da questo, proprio e solo da questo.
E non importa quante idee carine e quante trovate divertenti vi facciate venire in mente, e riusciate a realizzare: è una questione di approccio, di disposizione d’animo. E questa disposizione prevede una ribellione pervicace, strutturale a ogni minima sollecitazione del sistema: un sistema che, appunto, non riguarda il “mercato”, e neanche a un certo punto le “mostre”, i “premi”, le “residenze”, i “riconoscimenti”, la “carriera” – ma è ancora più forte e vasto – riguarda ogni singolo aspetto della vita, ogni risposta data, ogni reazione, ogni direzione, ogni libro letto, ogni opera e film visti, ogni pensiero pensato… è pesante? È difficile? È faticoso? È ingrato? Certo. Per questo è così improbo starci dietro – e perseguire l’indipendenza. Perché, come ti giri, c’è il rischio di trovarti con le spalle al muro, di non essere più capace di andare avanti, o peggio ancora – di smarrire la coerenza, la fedeltà a te stesso e ai tuoi progetti – che poi è decisamente il valore più importante di tutti. Molto più semplice, in effetti, voltarsi dall’altra parte, fare finta di niente: tanto una scusa si trova sempre, nessuno pretende nulla da te – e tantomeno che tu conservi questa stupida coerenza, questa “indipendenza”. A nessuno frega niente, in realtà, e comunque nessuno lo capirà mai.
Forse giusto qualcuno – coloro che ti amano, che ti stimano, a cui stai davvero a cuore tu e le cose che fai. Questo “qualcuno” è la prima radice (Simone Weil), questo “qualcuno” è la ragione unica per cui continuare a rivoltarsi.

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Caravaggio, Sette opere di Misericordia, 1606 7, dettaglio. Pio Monte della Misericordia, Napoli
Caravaggio, Sette opere di Misericordia, 1606 7, dettaglio. Pio Monte della Misericordia, Napoli

C’è poi tutta la questione della catarsi, quasi del tutto rimossa dalle pratiche sociali e culturali contemporanee. La gente non ama la catarsi: troppo faticosa, troppo impegnativa, troppo traumatica. È un processo duro da affrontare – e quindi, non si affronta. Se qualcosa non è comodo, già pronto, a portata di mano – non si fa.
Scavò coi piedi delle piccole buche nella sabbia per le spalle e i fianchi del bambino, dove si sarebbe coricato, e gli si sedette accanto abbracciandolo e scompigliandogli i capelli davanti al fuoco perché si asciugassero. Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra” (Cormac McCarthy, La strada, Einaudi 2010, p. 57).
Sono convinto che non sia una realtà scadente a produrre un’arte scadente, ma piuttosto che sia vero il contrario: se un Paese e una comunità producono arte e cultura scadenti, ciò non potrà che riflettersi in parecchi modi sulla realtà circostante. L’immaginario è in effetti molto più potente di quanto oggi si creda; e il fatto che cose come il senso del tragico, la catarsi, il rito e la dimensione del sacro ‒ dimensioni che tutte hanno moltissimo a che fare con l’arte ‒ siano oggi così sottovalutate e ridicolizzate secondo me è parte integrante del problema.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).