Trappole dell’acting (I). May You Live in Interesting Times

Mettersi in posa, a caccia di like, lasciandosi imbrigliare in schemi prestabiliti. Sono queste le trappole dell’acting, che Christian Caliandro analizza nella sua nuova serie di interventi. Si comincia con una disamina della Biennale di Venezia curata da Ralph Rugoff.

Immagini dalle Corderie dell'Arsenale. ph. Irene Fanizza
Immagini dalle Corderie dell'Arsenale. ph. Irene Fanizza

Proseguendo il discorso iniziato con la serie precedente, Neovernacolare, questa nuova serie affronta e approfondisce il ragionamento a proposito della likeability, dell’acting e in generale del tipo di relazione che l’opera contemporanea instaura con gli individui (produttori e fruitori). La likeability è l’atteggiamento, ormai universalmente diffuso, in base al quale non dico semplicemente ciò che penso ma lo sottopongo a un vaglio preventivo, e quindi dico e faccio piuttosto ciò che immagino gli altri si aspettano da me; questo in funzione appunto dei like, dell’approvazione, dei sorrisi e degli applausi metaforici. È un tipo di approccio tutto basato sul criterio della risposta, della ricezione, della validazione altrui e del consenso: l’autocensura si spinge a una tale profondità da spostare l’intero asse dei comportamenti – e delle scelte ‒ verso l’ipocrisia, il conformismo, e da improntarli costantemente al “mettersi in posa” (acting).
Chiaramente, nel momento (e questo momento è scattato definitivamente da ormai alcuni anni) in cui questo meccanismo viene trasposto in maniera naturale sul piano artistico e culturale, ‘infetta’ cioè il modo in cui vengono immaginate, realizzate e persino raccontate le opere, siamo in presenza di un problema piuttosto grosso. Perché, molto semplicemente, il processo su cui si fonda generalmente un post su un social network viene trasferito e applicato pari pari nel territorio della creazione artistica. Con risultati a volte comici, più spesso tragici.
Questo processo è infatti in conflitto diretto con tutto ciò che nutre, o dovrebbe, un’opera: rabbia, critica, sperimentazione, intenzione espressiva. Collide con il desiderio di esplorare le potenzialità di un determinato linguaggio, e consiste precisamente in quel mettersi in posa, in quell’acting tradotto in termini stilistici.

Padiglione Centrale Giardini, Biennale Arte 2019, Sun Yuan e Peng Yu, ph. Irene Fanizza

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Vorrei dunque iniziare questa nuova serie parlando della Biennale di Venezia, e in particolare della mostra a cura del direttore Ralph Rugoff, May You Live in Interesting Times, perché mi sembra abbastanza opportuno.
Va detto subito che il display in qualche modo neutralizza la maggior parte delle opere, perché le inserisce all’interno di un discorso già preparato, di un sistema definito e codificato. Anche quelle potenzialmente interessanti, infatti, vengono poste in condizione di non nuocere: “tu stai lì” significa sostanzialmente che l’opera non pone problemi. Questo avviene naturalmente soprattutto all’Arsenale, dove i pannelli di legno annullano di fatto quasi sempre ogni percezione dello spazio fisico e culturale reale, storico, “rifacendo” la galleria, il museo, a volte addirittura la fiera. Lo stand, in questo senso, è il represso che ritorna.
In generale il racconto, la narrazione complessiva della mostra risulta troppo diligente (la politically correctness c’entra di sicuro, ma non esaurisce la spiegazione). Questo aspetto è dimostrato e confermato anche dai testi delle didascalie che accompagnano ogni autore, e che costituiscono il corrispettivo intellettuale della cornice fisica rappresentata dall’allestimento: a tutti i costi, infatti, essi decidono di inserire l’opera all’interno di un preciso framework concettuale (post-coloniale, femminista, queer, ambientalista, ecc.), anche quando questa operazione risulta difficoltosa e arbitraria, vale a dire anche quando questi contenuti non paiono proprio esserci nell’opera. In altri casi, poi, è sembrato che parecchie opere fossero dominate, letteralmente dominate dall’ansia di spiegare – e di essere al tempo stesso parte della spiegazione. È un po’ quello che dice molto bene Stefano Chiodi di recente sulle pagine di questa rivista, a proposito della “sempre più paradossale condizione degli artisti, produttori consapevoli di merci sofisticate e insieme delegati alla sovversione del sistema in cui si candidano a essere accolti”.
Molti di questi lavori, inoltre, amano visceralmente lo spettacolo: ricercano cioè la sorpresa infantile, la meraviglia dell’effetto speciale, l’effetto-giostra. Il risultato è spesso una sorta di luna-park per adulti, benestanti e iper-educati, svogliati e malmostosi.

Biennale Arte 2019, Arsenale, Hito Steyerl, ph. Irene Fanizza
Biennale Arte 2019, Arsenale, Hito Steyerl, ph. Irene Fanizza

Di certo, ci sono artisti validissimi e interessanti: Kaari Upson, Nicole Eisenman, Korakrit Arunanondchai, Zhanna Kadyrova. Ma non è forse un caso che le opere in assoluto più coinvolgenti e riuscite – vale a dire The White Album di Arthur Jafa (vincitore del Leone d’Oro), BLK NWS di Kahlil Joseph e il lavoro complessivo di Hito Steyerl – si configurino, in modi differenti, come flussi continui: ti consentono e ti richiedono cioè di immergerti, in esse c’è continuità in divenire, c’è spazio e si crea spazio. Queste opere finalmente non si fanno più costringere né intrappolare, ma sono libere di dispiegarsi e di spiegarsi (da sole); sfuggendo alla semplificazione retorica, si presentano come complesse e inafferrabili.
Da una parte esse prescindono sottilmente, elegantemente dalle condizioni di fruizione; dall’altra sono opere completamente politiche, ma con un grado di profondità e di consapevolezza che ad altre spesso manca, e soprattutto con la coscienza orgogliosa del fatto che il messaggio – per essere realmente efficace e duraturo, e per catturare a dovere lo spettatore ‒ deve integrarsi con una sana e potente attitudine popolare.

Christian Caliandro

Evento correlato
Nome evento58. Biennale - May You Live In Interesting Times
Vernissage11/05/2019 ore 11 su invito a Ca' Giustinian
Duratadal 11/05/2019 al 24/11/2019
CuratoreRalph Rugoff
Generearte contemporanea
Spazio espositivoPADIGLIONE CENTRALE
IndirizzoFondamenta dell'Arsenale - Venezia - Veneto
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).