A Milano una mostra mette in crisi la nostra idea di comfort e ci aiuta a riconfigurarci

Fino al 14 giugno in Fondazione Elpis Villiam Miklos Andersen crea un percorso libero che insinua il dubbio sulle comodità pret-à-porter a cui siamo abituati. Rimette al centro del discorso il corpo, le sue relazioni e le sue fatiche, tra spazi lavorativi e ricreativi

Nel 1958 Bruno Munari compilò la prima edizione de Il dizionario dei gesti italiani; dopo aver girovagato negli spazi di Fondazione Elpis a Milano per vedere la mostra Smooth Operator di Villiam Miklos Andersen (Kalundborg, 1995) sembra ci siano tutte le basi per Il dizionario dei gesti del lavoro. I tre piani della fondazione, infatti, sono punteggiati di opere dove mani, dita e braccia si affaccendano in gesti compiuti quotidianamente nel mondo della logistica e della vendita all’ingrosso – sollevare cassette, battere su calcolatrici, spostare frutta e verdura – senza che noi, i consumatori, ce ne rendiamo realmente conto. L’artista danese mette, così, davanti ai nostri occhi ciò che il sistema vuole farci dimenticare: la banalità e la fatica quotidiane.

Villiam Miklos Andersen. Smooth Operator, Fondazione Elpis, Milano. Ph: Agostino Osio
Villiam Miklos Andersen. Smooth Operator, Fondazione Elpis, Milano. Ph: Agostino Osio

Tempo, corpo e lavoro nella mostra di Villiam Miklos Andersen

Questi quadri di mani sono intarsi in scatola; nello specifico, intarsi in legno di Mysore la cui realizzazione richiede circa un mese di lavoro da parte degli artigiani indiani incontrati dall’artista nei suoi viaggi in Asia. E in scatola perché la loro stessa modalità espositiva prevede l’incorniciatura in una struttura-cassettasu cui si trovano adesivi con la scritta “FRAGILE”, codici a barre e legni inchiodati a mo’ di pallet. Lo scontro tra la velocità dei gesti mostrati dagli intarsi e la lentezza necessaria per incastrare i loro legni genera un cortocircuito “corpo-centrico”. Quelli che vediamo sono gli unici, rapidissimi residui di umanità – tocchi, sfioramenti, scontri – del sistema produttivo; i gesti che non vediamo, invece, lenti e costanti e ricorrenti, sono proprio quelli che hanno reso possibile la materializzazione delle opere di Andersen.

La mostra nelle parole del curatore Gabriele Tosi

Gli intarsi sono le uniche opere presenti su ognuno dei tre piani della mostra – pur fortemente concentrati al piano terra – che sono connotati in modi profondamente diversi. Infatti, come spiega il curatore Gabriele Tosi, “la mostra è costruita per mettere il pubblico in diverse condizioni di prossimità. Nel basement questa prossimità è sensoriale, immersiva, fatta di luce, suono, odori e materiali. Al piano terra è geografica e politica, perché misura il rapporto tra corpo, logistica e infrastruttura. Al piano superiore diventa spaziale e documentale: gli oggetti del comfort e del lavoro rivelano come intimità, servizio e organizzazione sociale condividano lo stesso spazio”.

Ripetizione e unicità nella mostra di Fondazione Elpis

Nella costruzione su tre piani delle “diverse condizioni di prossimità”, ci sono, comunque, degli elementi che ritornano come rimandi e richiami. È il caso del già citato pallet di legno che, al piano superiore, compare in una sofisticata versione vitrea con il titolo di Consignment N° 28 (Franky on my ledger). Qui la forma estetica pallet – peraltro dimezzato rispetto alle sue dimensioni standard – funge da delimitatore e non da moltiplicatore. L’oggetto non si ripete come in un magazzino: è unico e isolato, appeso al muro come un quadro. Sulla struttura di vetro assemblata come fosse un bancale, sono inserite due fotografie identiche dell’artista che reimmettono, così, nel sistema l’idea di ripetizione. Questa ripetizione è fintamente ottenuta tramite un poligrafo di Jefferson disegnato sul vetro, mentre i graffi che rigano la superficie sono veri e portano un elemento fisico all’interno di un sistema di immagini, apparenze, fantasmi e percezioni diluite.

L’attenzione ai materiali di Villiam Miklos Andersen

Quella del pallet è solo una delle possibilità di richiamo e moltiplicazione che esistono in mostra. Una gabbia per il trasporto aereo di un cane – un objet trouvé – è affiancata dalla sua replica in vetro olografico con catenine di brillanti e lucchetti trasparenti; uno stesso prototipo di cabina è presentato in diverse finiture materiali che riflettono svariate ipotesi d’uso: bagno chimico? Micro-ufficio (tipo appartamento di Renato Pozzetto)? Sgabuzzino per isolarsi con il collega con cui si ha una tresca? La standardizzazione degli oggetti – il pallet, la gabbietta, la cabina – crolla davanti all’uso sapiente dei materiali che riattiva i sensi dell’osservatore, suggerendogli che esistono più soluzioni all’interno di un unico sistema che sembra precostituito per forma e funzione.

Come risignificare uno spazio

L’apice di questa riattivazione sensoriale si ha nell’opera più imponente, l’unica esposta in esterna: Verkstadskarra 3 – Angenhet, un veicolo bellico svedese risalente all’epoca della Guerra Fredda riconvertito in sauna già prima di finire nelle mani dell’artista. Da severo e impenetrabile, la quattroruote è diventata luogo d’incontro: un incontro quotidiano e amicale in Svezia, più intimo e quasi sensuale in Italia, dove la frequentazione delle saune è meno tipica che in Scandinavia. E questa è un’ulteriore moltiplicazione di possibilità dello spazio. Il mezzo è stato utilizzato anche da Andersen in un viaggio attraverso l’Europa: la testimonianza video dell’impresa restituisce la fatica e l’attesa, ma anche i momenti di condivisione e attivazione dell’opera grazie alle interazioni con la gente incontrata per strada. Tutto, dunque, convive in un unico oggetto capace di riportare in sé tutte quelle contraddizioni che le altre opere sdoppiano tra multipli, serie e rimandi.

Villiam Miklos Andersen inganna il sistema

Con la sua personale in Fondazione Elpis, l’artista danese (in)segue una linea che attraversa tutti i momenti della nostra vita: il lavoro (nei magazzini); il relax (in sauna); gli attimi di solitudine (davanti alla propria immagine). Questa linea così ingarbugliata da averci fatto perdere le speranze di poterne trovare l’inizio e la fine viene sciolta davanti ai nostri occhi da Andersen che proprio sui nodi più intricati sceglie i movimenti giusti per demistificare il sistema. E lo fa ricorrendo ai suoi stessi mezzi – moltiplicare, sviare, imbellettare con colori sgargianti e materiali raffinati – per non farsi scoprire.

Vittoria Caprotti

Milano // fino al 14 giugno 2026
Villiam Miklos Andersen. Smooth Operator
FONDAZIONE ELPIS – Via Lamarmora, 26
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da giugno 2024 lavora a Casa Testori occupandosi della comunicazione; dell'organizzazione di mostre, eventi e laboratori; dello spazio espositivo La Collezione -…

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