Nuove scoperte archeologiche in Italia e nel mondo. Dai fulmini sacri per i Romani al mausoleo peruviano del regno Chimù

Prosegue incessante il lavoro di archeologi e studiosi dell’antichità, che restituisce nuovi ritrovamenti per comprendere meglio le civiltà antiche. Le scoperte più recenti conducono alle porte di Roma e sui fondali del lago di Bolsena, fino alla costa nord del Perù


Persino un premio, l’International Archaeological Discovery Award Palmyra, promosso dalla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e da Archeo a partire dal 2015 a seguito della tragica distruzione del sito di Palmira, individua ogni anno le migliori scoperte archeologiche. Nel 2026, il riconoscimento sarà consegnato il 30 ottobre, nel corso della XXVIII BMTA in programma a Paestum, e spetterà a una tra le cinque scoperte finaliste in concorso per il 2025: l’ipogeo-mausoleo romano rinvenuto in Albania nella Valle del Bulqize; il porto sommerso di Taposiris Magna in Egitto; la sala da banchetto affrescata della Regio IX di Pompei; la testa di fanciulla in marmo greco da Vulci; i mosaici con animali che decoravano il frigidarium delle terme di Eraclea, sulle pendici del Latmo, nell’odierna Turchia.
In Italia e nel mondo, però, il ritmo delle scoperte archeologiche – e l’impegno di chi conduce gli scavi, spesso sopperendo con la dedizione alla mancanza di finanziamenti per le campagne – è tale da offrire sempre nuovi aggiornamenti e punti di vista sul mondo antico. Qui una ricognizione degli ultimi ritrovamenti.

Il rituale del fulgur conditum a Villa Adriana

Scoperte archeologiche: Villa Adriana a Tivoli, la lastra del Fulgur Submanium
Villa Adriana a Tivoli, la lastra del Fulgur Submanium

Nell’Antica Roma, il rito del fulgur conditum consacrava i luoghi colpiti da un fulmine, ricollegato all’intervento della divinità: le tracce materiali interessate dall’evento naturale venivano dunque raccolte e deposte nella terra, accompagnate da formule rituali e sacrifici. E a Villa Adriana, nella Tivoli del circuito museale delle Villae, le indagini archeologiche condotte nell’area dell’Anfiteatro dall’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo hanno rinvenuto un’iscrizione relativa a un fulgur submanium: un fulmine attribuito a Summano, la divinità romana dei fulmini notturni. La lastra iscritta – in lettere capitali su due righe: FVLGVR SVBMANIVM – è ancora nella sua posizione originaria, inserita nella struttura cui apparteneva, probabilmente proprio per segnalare la presenza di uno spazio sacro connesso all’evento. La scoperta potrà aiutare a comprendere come l’area dell’Anfiteatro sia cambiata nel tempo, anche in funzione della presenza di un luogo consacrato alla divinità.

Un acquedotto preromano di grande ingegno nel territorio Reatino

Scoperte archeologiche: L'acquedotto preromano di Monteleone Sabino. Courtesy Soprintendenza ABAP
L’acquedotto preromano di Monteleone Sabino. Courtesy Soprintendenza ABAP

Che i Romani fossero grandi costruttori lo dimostrano con particolare evidenza gli acquedotti che coprivano enormi distanze trasportando acqua “semplicemente” grazie alla forza di gravità. Il risultato di una capacità ingegneristica con pochi eguali nell’antichità (“Nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso”, scriveva Plinio il Vecchio magnificandone le qualità). Il recente rinvenimento di un acquedotto nel territorio di Monteleone Sabino, nel Reatino, fa però riferimento all’epoca preromana. All’inizio dell’anno, la stessa area restituiva agli speleologi sabini l’acquedotto di pertinenza della Villa romana dei Casoni: la nuova scoperta, invece, riconduce a un condotto idraulico a sezione ogivale, ispezionabile per circa cento metri, interamente scavato all’interno di banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi di epoca plio-pleistocenica. E stupisce, anche in questo caso, la notevole perizia ingegneristica: le ricerche hanno infatti permesso di risalire alle sofisticate tecniche di realizzazione dell’infrastruttura, importante anche in quanto testimonianza di una precoce antropizzazione del territorio Sabino, articolata in una serie di piccoli centri abitati (i vici). L’acquedotto doveva avere finalità agricola e di regimentazione delle acque.

Dal fondale del lago di Bolsena riemergono spighe di farro di 3000 anni fa

Scoperte archeologiche: L'insediamento villanoviano del Gran Carro nel lago di Bolsena
L’insediamento villanoviano del Gran Carro nel lago di Bolsena

Ancora nell’Alto Lazio, riaffiorano dalle acque del lago di Bolsena, grazie alle indagini subacquee nei fondali dell’area archeologica del Gran Carro, alcuni recipienti in ceramica contenenti spighe di farro di 3000 anni fa, ancora conservate. Proprio le condizioni dell’ambiente subacqueo avrebbero preservato il materiale organico, riconducibile a un insediamento del periodo protovillanoviano (nella zona gli studiosi collocano la presenza di un villaggio abitato tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro). Le spighe sarebbero riconducibili a pratiche rituali, come dimostra la contestuale scoperta di manufatti votivi legati all’esistenza di un’area sacra.

La rara tomba a cubo dalla città etrusca di Pontecagnano

Scoperte archeologiche: La tomba a cubo rinvenuta nel sito di Pontecagnano Faiano
La tomba a cubo rinvenuta nel sito di Pontecagnano Faiano

È definita “rarissima” dagli archeologi che l’hanno scoperta nell’ambito della campagna di scavi dell’antica Pontecagnano, nel Salernitano, la tomba a cubo risalente alla seconda metà del VI Secolo a.C. e riconducibile a uno dei più importanti centri etruschi della Campania. Realizzata con blocchi di travertino e chiusa da una grande lastra, la tomba ha una caratteristica forma a parallelepipedo, ed era inviolata: al suo interno, gli archeologi hanno rinvenuto un cratere figurato di produzione corinzia, utilizzato come contenitore per i resti del defunto – probabilmente esponente di una famiglia prestigiosa, data la raffinatezza dell’oggetto – sottoposto al rito della cremazione. Finora il sito aveva restituito solo altre due tombe della medesima tipologia, e il nuovo ritrovamento offre l’opportunità di approfondire la conoscenza delle pratiche funerarie in uso presso la comunità etrusca di Pontecagnano, oltre a evidenziare la consuetudine degli scambi commerciali con altre aree del Mediterraneo, come attesta l’utilizzo di un cratere di produzione corinzia. I reperti recuperati sono stati trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano, per le attività di studio e restauro.

Il Perù prima degli Inca: il regno dei Chimù e lo sfarzo dei mausolei funerari

Scoperte archeologiche: Nell'antica città di Chan Chan, in Perù
Nell’antica città di Chan Chan, in Perù

Anche dal Perù arriva notizia di un ritrovamento eccezionale collegato alla ritualità funeraria, nel caso specifico della civiltà stanziata sulla costa settentrionale del Paese prima dell’arrivo degli Inca, nel Quattrocento. Il sito archeologico di Chan Chan, nelle vicinanze della moderna Trujillo (siamo a circa 500 chilometri da Lima), ci riporta infatti alla capitale del regno pre-colombiano dei Chimù, oggetto di scavi da decenni. La città, nel periodo di massimo splendore, fu la più grande e sfarzosa delle Americhe, con giardini, piramidi e mausolei a caratterizzare lo spazio pubblico. E sebbene saccheggi e abbandono abbiano causato la dispersione di gran parte del patrimonio antico, gli archeologi hanno riportato alla luce di recente un mausoleo ancora inviolato, risalente a seicento anni fa. Al suo interno sono stati rinvenuti i resti di 38 corpi (tra cui uno scheletro disposto in posizione distesa) e molte offerte devozionali, pietre preziose, vasellame e oggetti in argento e rame appartenenti ai corredi funerari dei defunti, appartenenti con grande probabilità all’elite del regno. La scoperta, localizzata nel complesso murato di Utzh An, è stata propiziata dal programma di scavi Proyecto Especial Complejo Arqueológico Chan Chan, promosso dal Ministero della Cultura del Perù.

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