Orazio Gentileschi, un maestro della pittura europea. La mostra a Roma

Merita attenzione la pittura di Orazio Gentileschi, che trovò in Caravaggio un modello e uno stimolo. La mostra a Palazzo Barberini fa luce sulla figura di un artista troppo spesso relegato in secondo piano

Che Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 ‒ Londra, 1639) sia da considerarsi uno dei grandi maestri della pittura europea lo apprendiamo, con un pizzico di sorpresa, visitando una piccola quanto preziosa mostra allestita in questi giorni a Roma in una delle sale del piano terra di Palazzo Barberini, che custodisce, nei propri spazi museali, una delle più ampie raccolte di pittura caravaggesca. Vero è che, costretta tra la debordante e rivoluzionaria personalità del Merisi e la straordinaria fortuna critica accordata alla figlia Artemisia (anche per motivi extra-artistici), la figura di Orazio Gentileschi, fautore insieme a Giovanni Baglione, Orazio Borgianni e Antiveduto Gramatica della nascita e dello sviluppo del caravaggismo romano, è stata spesso adombrata e ingiustamente negletta. E dunque, la sua, pur tardiva, rivalutazione è da considerarsi uno dei meriti ascrivibili a questa erudita iniziativa museale il cui fulcro è un San Francesco in estasi, un dipinto scoperto nel 2021 da Yuri Primarosa – curatore della mostra insieme a Giuseppe Porzio ‒ che, dopo attento esame, lo ha prontamente restituito alla tavolozza gentileschiana rivoluzionata dall’incontro con il naturalismo caravaggesco.

Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 - Londra, 1639), San Francesco sorretto da un angelo,1610-1612, Olio su tela. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini

Orazio Gentileschi (Pisa, 1563 – Londra, 1639), San Francesco sorretto da un angelo,1610-1612, Olio su tela. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini

ORAZIO GENTILESCHI E LA LEZIONE DI CARAVAGGIO

Il pittore pisano infatti, residente a Roma già da un ventennio, conosce e frequenta il più giovane Caravaggio ‒ giunto dalla Lombardia intorno al 1595 ‒, ne diviene intimo amico, bazzica il suo studio e lo vede dipingere, un privilegio concesso a pochi, a detta degli storici. Ne seguirà una nuova visione della realtà, trasfigurata dal ritmo, dal colore, dal timbro compositivo del genio lombardo, un viraggio percettivo evidente nella produzione pittorica del pisano in quel torno di tempo. Caravaggio era solito dipingere avendo dinanzi dei modelli in posa, con l’ausilio di oggetti di scena come, ad esempio, un paio d’ali “angeliche” e un saio cappuccino. Ma la sua visione è metafisica: i suoi personaggi emergono con prepotenza da quinte di tenebra fecondate da luci improvvise e ignote. Una visione che il pisano fa propria, avendo già, dalla sua, un rigore compositivo e una capacità mimetica non comune, avvertita da Roberto Longhi, in uno studio pionieristico del 1916, drasticamente come un limite: “Gentileschi è più realista di Caravaggio… è più realista e perciò inferiore. Sceglie con gran cura Orazio la natura, ma non la trasforma: una volta scelta, la copia, e bene”.
La mostra, infine, evidenzia una stimolante tangenza tra il movimento caravaggesco e la giovane spiritualità cappuccina (l’ordine francescano dei Cappuccini nacque intorno al 1525) improntata a una scarna, essenziale, antiretorica imitatio Christi.

Luigi Capano

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Luigi Capano

Luigi Capano

Di professione ingegnere elettronico, si dedica da diversi anni all’organizzazione di eventi culturali sia presso Gallerie private che in spazi istituzionali. Suoi articoli d’arte sono apparsi su periodici informatici e cartacei: Rivista dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, Expreso…

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