La comfort zone dell’arte: quando contesto e contenuto prevalgono sull’opera

Stiamo assistendo a una strana e abbastanza pericolosa forma di sostituzione, per cui all’arte e alla cultura chiediamo di essere ciò che noi diciamo di voler essere (e non siamo)

Un libro è il prodotto di un io diverso da quello
che si manifesta nelle nostre abitudini, nella nostra vita sociale, nei nostri vizi.
MARCEL PROUST

Sento il mio punto di vista cambiare: questi pezzi di escremento
stupidi, impotenti, iperprivilegiati, che non offrono al mondo
niente altro che la loro presunzione ottusa e condiscendente,
piano piano, nella mia percezione che smania di far contenta questa dea,
vengono riassemblati in una compagnia di uomini di spettacolo
che ci danno sotto, zio…
SIMON WILLIAMSON-SICK BOY
IN MEN IN LOVE (IRVINE WELSH 2026)

La faccenda del contenutismo/cronachismo dell’opera d’arte contemporanea rappresenta per me il vero grande tema odierno, anche perché racchiude virtualmente gli altri temi importanti che riguardano l’opera dal punto di vista della concezione, della produzione, della ricezione e della fruizione – oltre che della sua interpretazione.

Che cosa sono contenutismo e cronachismo

Una riprova è data dal fatto che lo stesso problema viene affrontato e discusso anche in altri settori culturali, come per esempio la letteratura. Il critico Gianluigi Simonetti da tempo si interroga su questo fenomeno: “da quando abbiamo sostituito il discorso sull’arte (che a volte può essere noioso o arduo, ma spesso anche nutriente, stimolante e talora a sua volta artistico) con il discorso sugli artisti (che è invece sempre pettegolo, sterile e infinitamente stupido)? Da quando abbiamo smesso di chiedere spessore alla forma e abbiamo cominciato a pretenderlo dalle persone? Da quando il nostro interesse di lettori si è spostato tutto dal testo al contesto, e da quando l’opera stessa – il modo in cui è scritta, le energie consce e inconsce che mobilita, lo scarto che esprime rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni – è diventato un dettaglio fastidioso, schiacciata dall’esigenza di aderire conformisticamente, nell’ambito letterario, a valori imposti da saperi non letterari? Quelli del diritto, della morale o magari semplicemente del bon ton. Quelli virtuistici sbandierati più o meno ipocritamente ogni giorno dalla rete, dalla televisione, dai giornali” (Gianluigi Simonetti, La verità sul caso Mari, “Snaporaz”, 22 giugno 2026)

Quando il contesto prevale sul testo

Lo spostamento “dal testo al contesto” è dunque il processo fondamentale che ha riguardato le opere di questi anni – e, personalmente, non avrei saputo dirlo meglio. Così come l’accento posto sui “valori imposti da saperi non letterari” (o non artistici, a seconda del caso), e ancor più se possibile la dimensione “virtuistica” che via via ha preso sempre più piede e spazio in territori che fino a non molto tempo fa erano praticamente immuni a questo tipo di tentazione: e quindi il fatto che all’artista, così come allo scrittore, si chiede ormai di essere (non soprattutto: solo) una brava persona, possibilmente irreprensibile nei comportamenti personali o quantomeno nella loro traduzione sociale/social/pubblica. Questa tendenza, che potrebbe volendo avere semplicemente risvolti grotteschi o tragicomici, ha invece conseguenze profonde sul modo in cui abbiamo imparato e stiamo imparando a concepire l’opera, modificando a volte in maniera sensibile ciò che le chiediamo e persino come pretendiamo che essa si comporti rispetto a quanto avveniva in passato.

La comfort zone dell’arte

Vale a dire, ciò che vogliamo e desideriamo l’opera faccia per noi e a noi: “Alla cultura, e ormai anche alla letteratura, chiediamo di costituire un ‘safe space’, allestito a norma di legge e ignifugo, mentre fuori il mondo, privo di metafore, brucia. Non ci disturbate, non ci deludete, non ci ferite e soprattutto non ci distraete dalla nostra stessa distrazione. La scoperta conoscitiva, lo scandalo o anche solo la sorpresa, con tutto il dolore, la fatica o l’adattabilità che eventualmente richiedono ci appassionano sempre meno, anzi ci turbano, perché di solito lavorano per esclusioni – maturità significa disillusione. Noi ci stiamo abituando e ormai vogliamo una letteratura che illuda e includa, innanzitutto noi stessi; e che a scriverla siano brave persone, a prova di shitstorm. Di come viene scritta e perché non ce ne frega più niente. A questo stiamo riducendo gli scrittori, anzi i romanzi stessi: a nostra falsa immagine, a nostra idealizzata somiglianza.” (ibidem).
Stiamo assistendo dunque a una strana e abbastanza pericolosa forma di sostituzione, per cui all’arte e alla cultura chiediamo di essere ciò che noi diciamo di voler essere e non siamo, non possiamo essere (e, forse – ma non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo -, non vogliamo davvero essere).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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