A San Benedetto del Tronto una mostra racconta tutte le possibilità del fare ed esporre arte
Fino al 25 agosto 2026 nelle Marche la Palazzina Azzurra ospita la mostra “Infinito Pratico” che raccoglie l’eredità di un progetto che nel 1969 coinvolse la città. Si parla così del rinnovamento dell’identità territoriale attraverso opere e mostre aperte
Con Infinito Pratico a San Benedetto del Tronto, nelle Marche, non si tratta semplicemente di organizzare una mostra, ma di riattivare una condizione già esistita: nel 1969 l’VIII Biennale d’Arte di San Benedetto del Tronto con Al di là della pittura a cura di Luciano Marucci, insieme a Gillo Dorfles e Filiberto Menna, ha dato vita a un dispositivo capace di mettere in relazione pratiche internazionali e linguaggi emergenti, anticipando una dimensione globale dell’arte senza passare dai grandi centri. Oggi, con lo stesso intento, l’associazione Adriatica Contemporanea attraverso la curatela di Arnold Braho e Giulia Sfirro, presso il presidio storico della Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, ha ripristinato quel cortocircuito, immaginando una città approdo per le pratiche artistiche.

“Infinito Pratico” e l’ambiente delle Marche
15 artist* tra cui 4 performer presentano i loro lavori in relazione con lo spazio della Palazzina Azzurra e dello spazio pubblico di San Benedetto, in una forma di ritorno intesa come occasione di intensificazione. La mostra comincia a prendere posizione già dal titolo,Infinito Pratico: come osserva la curatrice, nel confronto con la poesia del territorio – si pensi a come Leopardi ha trasformato l’orizzonte di Recanati – il popolo marchigiano si è distinto per riserbo e concretezza. Ne emerge una regione plurale, in cui i contrasti si ricompongono in equilibrio e l’immaginazione nasce da un’umanità condivisa. Questa rassegna definisce la soglia di un paradosso esistenziale, una ciclicità che genera movimento, dando la possibilità di ricominciare spingendosi oltre sé stessi.
Opere di ieri e di oggi nella mostra “Infinito Pratico” a San Benedetto del Tronto
Varcando la soglia della Palazzina, un’opera del 1969 apre la mostra al visitatore. Il bozzetto di Zatteronmarante (1969) di Eliseo Mattiacci sembra una macchina del tempo imperfetta: un oggetto rimasto in attesa per oltre cinquant’anni, capace oggi di misurare quanto il presente sia ancora instabile. Un’opera che assume il ruolo di dispositivo di orientamento, una sorta di monitor attraverso cui osservare le trasformazioni del linguaggio artistico, che introduce il visitatore all’interno di una dimensione in cui il ritorno coincide con la riattivazione di possibilità ancora aperte. E, come la zattera di Mattiacci rappresenta il limite del mare e la sua automisurazione, Oliviero Fiorenzi trasforma le opere in paesaggio con i suoi Kites, aquiloni esposti come sospesi, ricordando i cieli che hanno attraversato.
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La mostra come dispositivo aperto e riconfigurabile
Ci sono anche i Turisti (2026) di Davide Monaldi, i suoi puppets in ceramica smaltata, che viaggiando tra le esposizioni in cui approdano acquisiscono nuovi compagni e scrutano chi li incontra in un senso di appartenenza e straniamento; oppure le tele di Vinicius Jayme Vallorani, che destabilizzano il luogo nelle sue possibili configurazioni e incompletezze sottoponendo la pittura ad oltrepassare quegli stessi limiti. Così allo stesso modo, Babau, Chiara Camilli, Iva Drekalovic, Benedetta Fioravanti, Stefano Ortega, Marila Scartozzi, Mariagiorgia Ulbar e Giulia Valenti, tra linguaggi sonori, visuali e poetici, indagano riti e ricorrenze, ricostruendo immaginari collettivi e pratiche sognanti tra la memoria e la favola, come fa la materia stessa nella sua più intrinseca capacità trasformativa.
Per un’arte che si reinventa in continuazione
Artist* e curator* hanno identificato quella sospensione che rimanda a una tradizione di pensiero capace di oltrepassare il dato immediato; e una spinta opposta, la concretezza, che riporta tutto a terra, dentro il paesaggio, nelle forme del vissuto e nelle specificità del territorio. Il progetto curatoriale si presenta, quindi, come un campo aperto, dove la costruzione culturale e l’identità del territorio restano in movimento, disponibili a nuove interpretazioni dove i protagonisti sono gli artisti e i visitatori stessi. Come Dorfles poneva in Al di là della pittura alla Biennale del 1969 il dilemma di accogliere i nuovi mezzi dell’arte, la mostra alla Palazzina Azzurra indaga l’infinita e pratica possibilità dell’arte, in cui pratiche artistiche eterogenee sono concepite come veicoli per attraversare le fratture contemporanee. Un insieme coeso, fatto di avvicinamenti e deviazioni, in cui il tema non viene mai fissato una volta per tutte, ma continuamente riattivato.
Ludovico Genone
San Benedetto del Tronto // fino al 25 agosto 2026
Infinito Pratico
PALAZZINA AZZURRA – Viale Bruno Buozzi, 14
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