L’arte ci può aiutare a capire l’intelligenza artificiale
Chi l’avrebbe mai detto che la famigerata frase “lo potevo fare anch’io” potesse diventare una chiave per indagare il rapporto tra la nostra specie e l’AI?
La sorpresa, lo sgomento, e talvolta l’anomia che si genera nel fruitore non preparato ad una determinata ricerca artistica oggi acquisiscono un ruolo interpretativo incredibilmente efficace per comprendere il confine tra la produzione artificiale e quella umana. Per comprenderlo fino in fondo, bisogna fare un passo indietro.
Le specificità dell’arte nella storia umana
Fino ad un certo punto della nostra storia, l’arte ha avuto una propria identità specifica, e questa identità, soprattutto quando si affronta la disciplina della pittura, aveva una dimensione senza dubbio figurativa. Si tratta di un processo “tecnico”, all’interno del quale è possibile, facendo carrellate secolari, identificare specifiche innovazioni, che vanno dai materiali alle tecniche di disegno, fino alle piccole e grandi evoluzioni che hanno fatto sì che con il tempo l’arte si adeguasse, e talvolta anticipasse, la struttura sociale dell’epoca. Ad un certo punto della sua storia, però, l’essere umano ha iniziato a interpretare il gesto artistico in modo diverso: non più una raffigurazione della realtà, vera o immaginifica; non più una celebrazione della gloria; non più la ricerca dell’armonia, della forma, della bellezza.
Il punto di rottura della storia dell’arte
La ricerca artistica è divenuta spuria, e lo sguardo dell’essere umano, la sua contemplazione, la sua ricerca, ha iniziato a indagare degli elementi non rappresentabili. Ha dismesso l’alfabeto dei segni, perché i concetti che intendeva indagare non erano più costrutti sillabici. Erano fonemi indistinguibili, ombre, che qualsiasi parola avrebbe ricondotto ad una forma stereotipata e falsata. Di fronte a tale impegno, musicisti e artisti figurativi hanno iniziato a sviluppare una nuova modalità espressiva, che può essere utile analizzare, seppur impropriamente, attraverso uno sguardo vicino all’economia.
L’arte tra piacere disinteressato e sistema economico
Se i prodotti figurativi dividevano da un lato la produzione, il cui “costo” era interamente a capo dell’artista e dei suoi assistenti, e dall’altro il “piacere” della visione; le nuove forme espressive hanno superato tale rigida diversificazione dei compiti, prevedendo anche per chi contempla un’opera una certa dose di fatica, sia in termini “cognitivi” (costi vivi) sia in termini di capacità di interpretazione sulla base delle proprie conoscenze (capitali).
Tutte le avanguardie hanno mostrato in modo chiaro che il “valore di godimento” non era più tutto contenuto nell’opera, ma anche nel processo che aveva portato alla realizzazione di quell’opera, e per questo, anche nella capacità del fruitore di dialogare con tale processo. Da quel momento, la storia della produzione culturale si è nettamente scissa: da un lato la produzione industriale, finalizzata alla creazione di contenuti facilmente fruibili, con funzioni specifiche di rappresentazione; dall’altro ricerche, talvolta astruse, talvolta volutamente provocatorie, che invece divenivano di volta in volta più costose in termini di fruizione.
Come nasce il mantra del “Lo potevo fare anch’io”
Da un lato un prodotto culturale il cui valore è tutto contenuto nell’output di processo, dall’altro un processo di produzione il cui output finale semplicemente evocava il valore, da indagare in un altrove fatto di costi condivisi tra produttore e fruitore. E se il prodotto finale non è altro che un “mezzo”, allora la sua “forma” deve esprimere in modo immediato tale funzione, riducendo il gesto estetizzante, e portando gli ignari fruitori a chiedersi smarriti: “Questa è arte?” per poi concludere, figli della tecnica, “lo potevo fare anche io”.
La discesa in campo dell’intelligenza artificiale
Oggi, con l’intelligenza artificiale, assistiamo esattamente all’estremizzazione di un concetto già vissuto più di un secolo fa. Chiunque di noi può scrivere poesie, articoli scientifici, libri interi, semplicemente dando “ordini” specifici ad un insieme molto complesso di funzionamenti ingegneristici in grado di automatizzare tutte quelle produzioni che trovano nel prodotto finito l’intero proprio valore. Eccezion fatta per chi invece “si impegna” davvero, e utilizza l’intelligenza artificiale come un qualsiasi strumento, nulla resta in chi lo produce. Una poesia d’amore scritta da ChatGPT sarà molto spesso efficace, e se l’obiettivo è semplicemente creare qualcosa che possa piacere all’amata o all’amato, basta. Ma se chi scrive una poesia d’amore intende indagare, attraverso le parole e i suoni il proprio sentimento, non ci sarà nessuna intelligenza artificiale che sarà in grado di farlo. Semplicemente perché non è il suo compito.
Arte e AI nell’epoca della fast-culture
Il prodotto culturale industriale, che la nostra società ha contribuito a creare negli ultimi decenni, oggi vive la sua massima moltiplicazione. Nel tempo necessario a sviluppare questo articolo, un sistema automatizzato ne avrebbe potuti scrivere almeno 100. Nessuno di essi avrebbe consentito a chi scrive di riflettere. Ognuno di essi avrebbe “esploso” un’intuizione di base, ma chiunque abbia mai davvero provato a “costruire” un prodotto, culturale o non culturale, conosce benissimo il valore del processo. Ciò non implica che la fast-culture vada necessariamente esecrata. Semplicemente, ha un ruolo e una funzione diversa. Assolve a scopi e obiettivi differenti e per farlo, assume un’estetica del tutto riconoscibile.
Riconoscere la realtà che ci circonda in tutte le sue sfumature
Come specie, come costrutto sociale, dobbiamo soltanto imparare a distinguere tra tali funzioni. Così come istintivamente riconosciamo la differenza tra un prodotto surgelato e riscaldato e un prodotto cucinato a mano al momento. Così come comprendiamo in modo immediato la hit che ha lo scopo di essere la colonna sonora dell’estate e il brano che invece ci impone un ascolto più attento. Accettando, tra l’altro, che già in tantissimi trovano pienamente soddisfacente la hit, il fast-food, la produzione audiovisiva di mero entertainment, e non provano invece piacere di fronte a produzioni che invece richiedono uno sforzo, cognitivo e di conoscenza.
Stefano Monti
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