Il furto Antonello da Messina: perché rubare un capolavoro che non puoi rivendere? 

Figura cruciale nella storia dell'arte, Antonello da Messina costituisce un unicum anche dal punto di vista del mercato dell'arte, con una produzione di soli quaranta lavori: allora perché rubarlo?

Il clamoroso furto di opere d’arte di Antonello da Messina al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina, la sera del 15 agosto 2026, non sarà una storia semplice – come si intitola l’ultimo celebre romanzo breve di Leonardo Sciascia, ispirato anche al leggendario furto di un Caravaggio a Palermo (Una storia semplice, Adelphi, 1989) –, quanto piuttosto un accadimento che chiama in causa tanti versanti della società e della comunità dell’arte, dalla sicurezza dei nostri musei alla capacità organizzativa e attuativa della criminalità, e all’effetto che possono avere i processi di valorizzazione del mercato dell’arte.

Antonello da Messina, Polittico di San Gregorio
Antonello da Messina, Polittico di San Gregorio

Antonello da Messina trafugato. Le ragioni dei furti d’arte

Figura cruciale nella storia dell’arte, Antonello da Messina costituisce un unicum anche dal punto di vista del mercato dell’arte, con una produzione contenuta di circa quaranta lavori, rarissimamente apparsi alle aste o nelle trattative private. Un aspetto che da un lato rende le opere attrattive, e però, dall’altro e al contempo, pensando a furti di beni tanto studiati, pubblicati, esposti, ne rende impensabile o difficilmente praticabile un commercio illecito, sollevando parecchi interrogativi su accadimenti come quello di Messina, o del Caravaggio sottratto a Palermo.

Trafugata dai ladri in una notte di pioggia tra il 17 e il 18 ottobre 1969, la tela con Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Michelangelo Merisi da Caravaggio, non è stata mai ritrovata e ancora oggi, a più di cinquant’anni dall’accaduto, non sono note o chiare le ragioni che mossero a sottrarla dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Il fascicolo di indagine su questo furto resta aperto, quanto lo sono le piste investigative, che di volta in volta hanno provato a intercettare il destino dell’opera staccata da malviventi con un taglierino e arrotolata in malo modo per portarla via, consegnandola, da allora, alla lista dei crimini artistici più gravi al mondo.

Le piste investigative sul Caravaggio rubato a Palermo

Ma perché rubare un capolavoro difficilmente piazzabile sul mercato? “Un diletto incauto, un’attività marginale, quasi un capriccio”, rispetto alle altre attività illecite più agilmente remunerative intraprese da criminali, scriveva Sciascia su un dipinto trafugato e misteriosamente riapparso, causando la morte di chi per caso lo rinvenne, il personaggio la cui telefonata apre il romanzo Una storia semplice, l’anziano diplomatico di origini siciliane Roccella.

Nel caso del Caravaggio rubato a Palermo le indagini degli inquirenti, coadiuvate da alcuni collaboratori di giustizia, tirarono in ballo il ruolo della mafia nell’organizzazione o nella gestione del furto, con diverse teorie sul destino dell’opera: da chi sosteneva che fosse stata danneggiata già nel momento della rimozione e poi distrutta; a quelli che la davano come conquistata dai capimafia ed esposta in occasioni particolarmente importanti come segno di potere e prestigio e di sfregio al bene pubblico, ovviamente; alla pista svizzera, che, con il coinvolgimento del boss Badalamenti, avrebbe visto la tela smembrata e commercializzata attraverso un mercante senza scrupoli di Lugano. In quest’ultimo caso non si sa nemmeno, però, se si trattò di un furto su commissione o se la criminalità organizzata fosse subentrata in un momento successivo, a trarre vantaggio dall’iniziativa ardimentosa e scomposta di ladruncoli da quattro soldi. O se, invece, uomini della criminalità organizzata si siano prestati come mano d’opera a fare il lavoro sporco su indicazione di operatori del mercato antiquario.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi

Perché rubare capolavori che non si potranno mai rivendere?

Ma la domanda che torna sempre, in occasioni come quella del Caravaggio e ora, di nuovo, con le opere di Antonello da Messina è appunto, perché vengono orchestrate operazioni illecite per trafugare oggetti artistici tanto famosi da essere difficilissimi, quando non impossibili, da vendere o rivendere? Nel caso del recente furto, le tavole di Antonello da Messina potrebbero valere, insieme, tra i 70 e gli 80 milioni di euro, ma si tratti di oggetti di scarsissima liquidità, diciamo, così scottanti da non poter mai essere messe o reimmesse in commercio.

Di certo, se di mercato dell’arte si parla qui, è di quello nerissimo, illecito, sotterraneo, animato da intermediari e committenti che nulla hanno a che fare con chi quotidianamente valorizza il patrimonio artistico e, a volte, anche le più belle e importanti opere d’arte mai realizzate. Ma quali scenari aprono queste attività criminose allora? In alcuni casi potrebbe trattarsi di quello che si definisce “art-napping”, un furto finalizzato a estorsione e ricatto, in cui l’opera diventa l’ostaggio di un rapimento con l’obiettivo di ottenere denaro in cambio della sua restituzione ai proprietari.

Antonello da Messina, Madonna con il Bambino e Santo Francescano in adorazione
Antonello da Messina, Madonna con il Bambino e Santo Francescano in adorazione

Le opere d’arte usate come merce di scambio dalla criminalità

Un altro motivo potrebbe invece risiedere nel valore intrinseco dell’opera sottratta, riconosciuto da una comunità ampia per conoscenza o per convenzione, sia in termini storico-artistici che economici, per cui un quadro famoso si trasforma in moneta di scambio criminale, in una valuta a dir poco unica in un qualunque mercato nero, che la tratta al pari di una partita di droga o di armi, di una montagna di lingotti d’oro o preziosi, o come uno strumento di garanzia, un “collaterale”, per prestiti tra organizzazioni criminali. Un’opera d’arte di “inestimabile valore”, come sempre si dice in queste occasioni, ha dunque, invece, un valore economico più che stimabile, anzi, chiarissimamente identificato, magari in seguito a specifici avvenimenti anche, come è stata la recente acquisizione di un’altra opera di Antonello da Messina per circa 15 milioni di dollari. Come potrebbe appunto valere oggi decine di milioni anche la piccola tavola devozionale sottratta ora a Messina, acquisita nel 2003 da Christie’s in asta dalla Regione Sicilia per circa 370.000 euro. Il che potrebbe trasformarla anche in una buona merce di scambio, per i delinquenti, capace di far ottenere agevolazioni di varia natura, come uno sconto di pena, ad esempio, per altri reati puniti.

Un furto su commissione? Collezionisti che amano troppo

L’ipotesi che per prima viene in mente è però forse anche la più surreale, che il furto sia stato commissionato da collezionisti d’arte con grandi disponibilità economiche e capacità organizzativa, pronti a tutto pur di entrare in possesso di capolavori e opere più che celebri, di veri e propri pezzi di storia dell’umanità. Con l’obiettivo finale di conservarli in segreto nella propria raccolta, certamente non visibile al pubblico. Certo qui si fa più che fatica a pensare a una passione pura per l’oggetto artistico. Un po’ come le narrazioni tossiche di quegli uomini abusanti che spacciano per amore l’ossessione di possesso e controllo su donne che ritengono di loro proprietà. E nemmeno si può pensare che ci sia il progetto di rivendere quell’opera sottratta rivolgendosi a intermediari e operatori corretti e ligi alle regole, che mai toccherebbero beni culturali trafugati, oggi attentamente monitorati dalle forze dell’ordine, anche grazie a più innovativi ed efficienti sistemi di tracciamento e database pubblici e privati.

Gli strumenti e i database per combattere i crimini artistici

Dalla Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dai Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in cui il ricercato numero uno è proprio il Caravaggio di Palermo agli archivi transnazionali dell’INTERPOL, dell’FBI, dell’UNESCO e di ICOM, fino alle loro applicazioni digitali per il controllo in tempo reale e a disposizione di cittadini, antiquari, dogane – come l’iTPC sempre dell’arma dei Carabinieri, l’ID-Art dell’INTERPOL – e ai nuovi strumenti che utilizzano anche l’intelligenza artificiale, come l’italiano SWOADS (Stolen Works Of Art Detection System) che scandaglia piattaforme di vendita online nel web e nel deep web. A questi si aggiunge poi il più che noto database privato per le opere trafugate e “ricercate”, fondamentale per la due diligenze commerciale di tutti gli operatori della filiera dell’arte, l’Art Loss Register (ALR).

Cristina Masturzo

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Cristina Masturzo

Cristina Masturzo

Cristina Masturzo è storica e critica d’arte, esperta di mercato dell’arte contemporanea, art writer e docente. Dal 2017 insegna "Economia e Mercato dell'Arte" e "Comunicazione e Valorizzazione delle Collezioni" al Master Accademico in Contemporary Art Markets di NABA, Nuova Accademia…

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