Nel furto di Antonello da Messina al MuMe c’è parecchio che non torna nella ricostruzione ufficiale
L’allarme, i custodi, i quadri abbandonati sul marciapiede, le imbarcazioni transitate nello Stretto quella notte, il ritrovamento del furgone del furto (poi smentito: depistaggio?). La lista di tutte le cose troppo opache del furto di Ferragosto
Forse passerà alla storia (dell’arte) come il “furto della notte di Ferragosto” il colpo assestato da una banda di ladri, ancora ignoti, ai danni (di tre delle cinque tavole superstiti) del Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina e di una tavoletta bifronte, sempre attribuita all’artista, tutte conservate al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. Un furto clamoroso e per certi versi rocambolesco – due delle opere rubate sono state “abbandonate” fuori dal museo dai malviventi – quello andato in scena nella sera del 15 agosto 2026, che sottopone nuovamente all’attenzione il tema della sicurezza nei musei (a pochi giorni dal ritrovamento del “bottino” sottratto alla Fondazione Magnani Rocca), ma porta anche a interrogarsi sulle dinamiche del mercato dell’arte.
Il furto di Antonello da Messina. Un colpo che non torna
Ma il furto del Polittico di San Gregorio non torna. Non tornano i tempi, non tornano i gesti, e soprattutto non torna quel dettaglio su cui la stampa di mezzo mondo si è concentrata nelle ultime ore, dopo aver scritto per un giorno intero di “colpo del secolo” e di nuovo Louvre siciliano: due tavole del polittico di Antonello da Messina lasciate lì, appoggiate al muretto della cancellata esterna del MuMe, su Viale della Libertà, a un passo dal mare, pronte per essere raccolte dal primo passante di ritorno dai festeggiamenti di Ferragosto. Chi conosce quel museo sa cos’è quel muretto: è il confine minimo tra le sale che custodivano il polittico e la strada, l’ultimo metro prima del marciapiede che corre lungo lo Stretto. Ed è lì che la banda, dopo aver smontato le cinque tavole superstiti dell’opera e forzato la teca blindata che proteggeva la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, ha scelto di posarne due, quelle con San Benedetto e San Gregorio Magno, e di allontanarsi con le altre tre più la tavoletta. Non un errore di percorso, non un pezzo caduto nella fretta: due tavole separate dal resto e sistemate contro la cancellata, a giudicare da come sono state ritrovate dai passanti che hanno poi allertato le forze dell’ordine.

L’anomalia che nessuno vuole guardare: perché le due tavole abbandonate?
È qui che la ricostruzione corrente smette di reggersi da sola. Tutto, nella dinamica raccontata finora, punta a un’azione professionale: la banda, tre o quattro persone a volto coperto, è entrata dal lato di viale Annunziata forzando le grate, ha raggiunto le sale con precisione ed è uscita nel giro di due o tre minuti, secondo la ricostruzione della polizia. Non è il tempo di chi improvvisa. È il tempo di chi ha già fatto un sopralluogo, sa dove sono le opere, sa come muoversi.
Va detto, per onestà, che una parte di questa conoscenza non richiedeva necessariamente un sopralluogo fisico: sul sito ufficiale del museo è pubblicato da tempo, tra i documenti sull’accessibilità, il piano di eliminazione delle barriere architettoniche dell’edificio, consultabile a questo indirizzo, una planimetria che restituisce la distribuzione generale degli spazi del complesso museale. Che una parte della struttura fosse già consultabile online da chiunque non equivale certo a sapere in quale sala si trovasse il singolo polittico o come muoversi tra le teche in pochi secondi, ma ridimensiona l’idea che l’unica via per orientarsi così rapidamente fosse un sopralluogo in loco, e apre a un’altra domanda finora poco esplorata: quanto della pianificazione del colpo si sia basata su fonti aperte, e quanto invece su informazioni che solo chi lavora o ha lavorato dentro il museo poteva avere.
Ma se il colpo è opera di professionisti, e la rapidità dell’esecuzione lo suggerisce con forza, allora la scelta di abbandonare due tavole su cinque, il quaranta per cento del bottino più ingombrante, non ha alcuna spiegazione lineare. Un professionista non smonta un intero polittico, non forza in aggiunta una teca blindata per portarsi via anche un’altra opera, e poi lascia sul posto una parte consistente di ciò per cui ha appena rischiato tutto, a meno che non esista un motivo preciso, capace di reggere quanto la rapidità del gesto. Le spiegazioni che circolano non reggono fino in fondo a questo confronto. Se il problema fosse stata una fuga interrotta da qualcuno, non si spiega perché le due tavole risultino appoggiate e non gettate a terra nella corsa. Se il problema fosse stato l’ingombro, non si spiega perché la banda si sia comunque presa la briga di forzare una teca blindata per un’opera di formato ben più piccolo, invece di limitarsi al polittico intero, più semplice da portare via tutto insieme vista la pianificazione dimostrata. Se il problema fosse stata una committenza che voleva solo determinati soggetti, resta da capire perché quella cernita sia avvenuta sul posto, in pochi secondi, invece che a monte, nella fase di pianificazione del colpo. Rapidità dell’azione ed errore nella scelta del bottino sono due segnali che puntano in direzioni opposte, e nessuna narrazione finora proposta le tiene insieme senza incrinarsi.
Il buco nel sistema di sicurezza del MuMe
C’è poi il capitolo su cui si sta concentrando l’attenzione internazionale in queste ore: l’allarme. La versione diffusa dalle istituzioni regionali, ripresa anche dalla direzione del museo, sostiene che sistema d’allarme e telecamere abbiano funzionato regolarmente quella sera, e che sarebbero scattati nel momento stesso in cui le teche venivano forzate. Dentro l’edificio, quattro custodi in servizio. Eppure il furto non è stato scoperto da nessuno di loro, né in tempo reale né a distanza di minuti: lo ha scoperto un passante, intorno alle 21.50 – 22, che ha notato le tavole appoggiate alla cancellata esterna e ha avvertito la Polizia. Sono state le forze dell’ordine, a quel punto, ad avvisare il museo. Lo ha ammesso la stessa direttrice Marisa Mercurio: del furto “ce ne siamo accorti dopo”. Le due versioni non possono coesistere senza una spiegazione ulteriore, che finora manca. Se l’allarme fosse davvero scattato nel momento della forzatura delle teche, e se le telecamere avessero davvero ripreso ogni fase dell’irruzione come si legge nelle ricostruzioni, qualcuno all’interno del museo, un custode, una sala controllo presidiata, se ne sarebbe dovuto accorgere nei minuti stessi in cui l’azione si svolgeva, non dopo, tramite una telefonata arrivata dall’esterno. Che l’istituzione abbia appreso del furto solo per via indiretta, attraverso una segnalazione di privati cittadini e non attraverso i propri sistemi di sicurezza, è la prova che qualcosa nella catena allarme-sorveglianza-intervento non ha funzionato come dichiarato, a prescindere da cosa affermino i comunicati ufficiali. Delle due l’una: o l’allarme non è scattato davvero, o è scattato senza che nessuno se lo considerasse. In entrambi i casi la sostanza non cambia, ed è la stessa che l’ispezione interna disposta dalla Regione dovrà chiarire: per due o tre minuti, nel museo più importante della città, non c’è stato alcun controllo umano su ciò che stava accadendo nelle sale.

Oltre il mercato nero: la pista che manca
Sul movente, la discussione che si è aperta a livello internazionale ha già messo sul tavolo le ipotesi più accreditate per un furto di opere tanto celebri da risultare, paradossalmente, difficili da piazzare sul mercato legale: l’art-napping finalizzato all’estorsione, l’utilizzo dell’opera come moneta di scambio tra organizzazioni criminali, la commissione da parte di un collezionista senza scrupoli disposto a tenerla segretamente nella propria collezione. Sono scenari plausibili, e tutti convergono su un punto: il compratore, se esiste, non è un privato cittadino che si affaccia a un mercato regolamentato e monitorato da database come l’Art Loss Register o il sistema iTPC dei Carabinieri. È qualcuno che aspetta altrove, e che deve ricevere la merce senza passare per i canali ordinari. Ed è qui che la geografia meriterebbe lo stesso peso riservato alle indagini di mercato, senza che questo significhi indicarla come la pista più probabile. Un compratore che aspetta altrove, per un’opera sottratta sullo Stretto di Messina, potrebbe aspettare al largo così come lungo una qualunque delle vie di terra che portano fuori dalla Sicilia: sono ipotesi alternative, non concorrenti in ordine di probabilità. La sera stessa del furto la Polizia ha comunque effettuato posti di blocco agli imbarcaderi per la Calabria, senza risultato. È un controllo sensato, ma parziale, se resta l’unico sul fronte mare: gli imbarcaderi sono il punto più sorvegliato, illuminato e prevedibile di tutta la costa cittadina, non necessariamente quello che un professionista sceglierebbe per far transitare un carico che non può permettersi di far intercettare. I registri della Capitaneria di Porto sulle imbarcazioni private in transito o alla fonda nello Stretto tra le otto di sera e la mezzanotte di Ferragosto restano, a quanto risulta, un fronte investigativo ancora marginale rispetto ai controlli portuali ufficiali, e meriterebbero altrettanta attenzione: il museo sorge a ridosso della costa, e le spiagge urbane che costeggiano Viale della Libertà, dal Ringo in poi, distano pochi minuti a piedi dalla cancellata da cui sono uscite le due tavole abbandonate. Non serve un molo sorvegliato per raggiungere un’imbarcazione ormeggiata a poche decine di metri dalla riva: basterebbe un tratto di arenile senza telecamere. Non è un’ipotesi più solida delle altre, è semplicemente una che finora sembra aver ricevuto meno attenzione di quanta la geografia del luogo suggerirebbe: qualcuno ha vagliato seriamente la possibilità che un barchino con la refurtiva possa aver fatto da staffetta per consegnare i capolavori ad una imbarcazione in rada?
I custodi sotto torchio, ma il nodo resta
Le indagini, coordinate dalla Procura distrettuale di Messina insieme alla Squadra Mobile e ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, arrivato in rinforzo da Roma, si stanno concentrando in queste ore sui quattro custodi in servizio la sera del furto, convocati in Questura per verificare se ci sia stata una falla nella sorveglianza, una fuga di notizie riservate o un’agevolazione all’accesso dalla porta laterale. È una delle piste possibili, non l’unica, e va trattata come tale: nulla, al momento, autorizza a considerarla più probabile delle altre, né a escludere che i quattro custodi siano semplicemente ciò che dichiarano di essere, testimoni che non si sono accorti di nulla in un sistema che, a quanto pare, non li ha messi in condizione di accorgersene. Quale che sia l’esito di questi interrogatori, resta comunque da sciogliere l’altro nodo, quello delle due tavole abbandonate sul muretto, che riguarda una fase diversa della vicenda rispetto all’ingresso e alla sorveglianza. Un’eventuale complicità interna potrebbe spiegare come i ladri siano entrati e usciti senza che scattasse alcuna reazione, ma non spiega da sola perché, una volta dentro, abbiano scelto di portarsi via tre tavole su cinque più la tavoletta bifronte e di lasciarne due. Sono due domande distinte, e rispondere alla prima non esaurisce la seconda: anche nell’ipotesi di un basista, resterebbe da capire quale logica abbia guidato la selezione del bottino compiuta nel giro di due o tre minuti.
Messina, una città che aspetta risposte
Restano dunque più filoni aperti, e nessuno di questi articoli ha la pretesa di indicare quale sia quello giusto: la sicurezza del museo, che ha lasciato tre o quattro uomini liberi di muoversi indisturbati per interi minuti dentro le sale più sorvegliate della città; la dinamica della fuga, su cui si è ragionato finora quasi solo in termini di porto e imbarcaderi, con la pista aerea verso Catania o Reggio Calabria che appare la meno probabile tra quelle di terra vista la difficoltà di far transitare tavole di quel formato attraverso i controlli aeroportuali, mentre restano aperte e da verificare tanto la via marittima quanto un eventuale nascondiglio ancora dentro la città in attesa che si allenti l’attenzione mediatica; l’eventuale complicità interna, su cui gli inquirenti stanno lavorando in queste ore senza che vi sia, al momento, alcun elemento pubblico che la confermi o la escluda. Nessuna di queste piste, presa da sola, scioglie l’anomalia di partenza: perché una banda capace di agire con quella rapidità e quella precisione abbia poi lasciato sul muretto due tavole su cinque. Fino a quando questo punto non troverà una spiegazione documentata, e non semplicemente plausibile, l’ipotesi più diffusa in queste ore, quella di un colpo pianificato nei minimi dettagli ma eseguito con una svista clamorosa, resterà quello che è: un tentativo di far quadrare fatti che, per ora, non quadrano. E il Polittico di San Gregorio, l’unica opera di Antonello rimasta nella città che gli ha dato i natali, resterà sospeso tra le sale vuote del MuMe e un’indagine che ha ancora più domande che risposte.
Giovanni Cardillo
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