Dal patrimonio ignorato al patrimonio vissuto. L’opinione di Fabrizio Federici

Sulla carta siamo tutti orgogliosi del nostro patrimonio culturale, ma nei fatti lo ignoriamo o lo conosciamo poco. Fabrizio Federici propone qualche spunto su cui riflettere.

Yoga a Richmond, Virginia, USA, 2012. Photo Eli Christman
Yoga a Richmond, Virginia, USA, 2012. Photo Eli Christman

Gli italiani sono probabilmente, tra gli europei, quelli la cui percezione della realtà più si distanzia dai dati oggettivi. E questo perché agiscono due forze opposte: da un lato c’è la mai doma propensione al lamento, che, d’accordo, ha prodotto più di un capolavoro (presente l’Arianna di Monteverdi?), ma di solito si limita a tradursi in una sterile visione pessimistica; dall’altro opera un’autorappresentazione edulcorata che si basa su assunti non veritieri, o che magari erano veri un tempo (anche soltanto qualche decennio fa) e che continuano a essere ripetuti, in condizioni ormai mutate. La nostra sanità è tra le migliori al mondo, e così la nostra scuola: poi, per conoscenza diretta o perché dai giornali si vengono a sapere storie orribili, ci si rende conto che la situazione non è così rosea (vuoi per i tagli, vuoi per motivazioni più complesse). È lo stesso processo autoassolutorio che dipinge la nostra storia come una sequela di episodi luminosi, da cui sono rimosse le pagine oscure, o imbarazzanti agli occhi di qualcuno (come la saga della nostra emigrazione).
Nell’ambito del patrimonio culturale, questa tendenza si traduce in un’immagine dell’Italia come paradiso della cultura (che puntualmente le statistiche sulla lettura e sul – brutta espressione – “consumo culturale” provvedono a smentire); e si sublima nel ben noto e assurdo mantra per cui l’Italia racchiuderebbe il 50/60 e su su fino al 90% dei beni artistici del pianeta.

Occorre dunque (ri)avvicinare il pubblico al patrimonio (ma senza trovate bislacche: vedi alla voce “yoga e fitness nei musei”)”.

L’orgoglio è un sentimento positivo, a patto che non comporti la svalutazione dell’altro (quante volte abbiamo sentito dire, o magari ci è scappato detto, che “in Francia / Inghilterra / negli Stati Uniti con due stupidaggini mettono su un museo, e te lo fanno pagare caro ecc.”?); ed è positivo, quando non è vuota retorica, ma è sostanziato di contenuti e conoscenza. Lo scollamento tra cittadini e patrimonio è, invece, sotto gli occhi di tutti: in barba alla proverbiale capillarità del tessuto storico-artistico italiano, si è adottato un modello che prevede la salvezza e la promozione di pochi luoghi-feticcio (grandi musei, singole città d’arte, siti archeologici), mentre tutto il resto può sprofondare nell’indifferenza.
Occorre dunque (ri)avvicinare il pubblico al patrimonio (ma senza trovate bislacche: vedi alla voce “yoga e fitness nei musei”). In questo ambito conta soprattutto una conoscenza empirica: il cittadino deve fisicamente entrare in contatto con il bene storico, a cominciare dal suo paese o dalla sua città, apprezzandone l’unicità e senza essere ossessionato dalla caccia al “capolavoro”. Ancor più che dai musei, che anzi dovrebbero essere il punto di approdo finale del processo, la riscoperta dovrebbe partire da tutti quegli spazi che sono spariti dal nostro orizzonte percettivo, perché inaccessibili: rovine, fortificazioni, chiese sconsacrate, palazzi e ville abbandonati, edifici storici sedi di enti e di uffici. Sì, va bene, ma concretamente quali utilizzi prospettare per questi santuari di una “nuova alleanza” tra il cittadino e la sua storia?

Il cittadino deve fisicamente entrare in contatto con il bene storico”.

Qui viene il bello, nel duplice significato dell’espressione. Nel senso che questo è un compito molto difficile, ma anche esaltante. Non si può più ragionare in termini di pura contemplazione, come se fossimo fermi a due secoli fa; bisogna pensare a usi più sfaccettati, che mettano d’accordo le ragioni della tutela (non intesa però come imbalsamazione) e le esigenze della società attuale. Individuare, attraverso processi partecipati e il coinvolgimento di associazioni e giovani, utilizzi che permettano di riscoprire i vecchi significati e di aggiungerne di nuovi. Che consentano di vivere quotidianamente il patrimonio. Si può storcere il naso quanto si vuole, ma, come si è visto in altri campi, far finta che i problemi non esistano non serve a nulla. È meglio che a guidare il cambiamento sia chi se ne intende e ha gli strumenti per farlo, prima che ci pensino altri, meno culturalmente preparati.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #13

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.