Entertainer e freak. Il leggendario Cyrano sul palcoscenico di Ancona

Dopo l’arrivo nelle sale italiane dell’elegante musical diretto dal regista britannico Joe Wright, ha debuttato ad Ancona un adattamento teatral-musicale creato e interpretato da Arturo Cirillo a riprova di quanto l’intramontabile commedia di Rostand si presti a disparate re-invenzioni

Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera
Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera

Cyrano de Bergerac, il poeta-soldato plasmato più di un secolo fa da Rostand sul modello di un personaggio realmente vissuto e contemporaneo di Molière, è oramai saldamente radicato nell’immaginario collettivo e, come tutti gli archetipi, si presta a svariate e nondimeno legittime reinterpretazioni. È interessante che due registi – l’uno di cinema, l’altro di teatro; l’uno britannico, l’altro italiano – abbiano lavorato negli stessi mesi su Cyrano – e d’altronde fra i due una qualche corrispondenza deve pur esistere, visto che entrambi, pur in momenti diversi, si sono cimentati con Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen.

Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera
Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera

CYRANO SECONDO HOLLYWOOD

Joe Wright ha trasportato al cinema il musical teatrale che, nel 2018, Erica Schmidt aveva creato a partire dal dramma di Rostand e che, pur sostanzialmente fedele nella trama e nella pittura dei sentimenti del protagonista, introduceva una variante non di poco conto, sostituendo il proverbiale “nasone”, il limite fisico che condiziona e censura l’esistenza emotiva di Cyrano, con il nanismo, caratteristica dell’attore nel ruolo del protagonista – nonché marito dell’autrice stessa ‒, quel Peter Dinklage noto ai più per la sua passata gloria nel Trono di spade. Il film, certo visivamente sontuoso e arricchito dalle canzoni dei gemelli Aaron e Bryce Dessner, non indulge però nella magnificenza dello scenario – è stato girato in Sicilia – né negli effetti consentiti dalla generosa produzione hollywoodiana, concentrandosi invece sulla costruzione del personaggio di Cyrano: l’orgoglio e la suscettibilità, l’intelligenza e l’abilità retorica ma, soprattutto, l’amore saldo e gratuito, il senso di inadeguatezza e la consapevolezza di essere un “diverso”, un freak, oggetto di attenzione morbosa ovvero crudele derisione. Un sentimento di vergognosa estraneità generato da un Super-io particolarmente severo che impedisce a Cyrano di vivere il proprio amore per Rossana; una condizione esistenziale che regista e interprete sintetizzano così: “Il body shaming comincia da noi e da noi come ci percepiamo”.

Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera
Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera

CYRANO SUL PALCOSCENICO

E se per Wright/Dinklage il soldato-poeta è un malinconico e in fondo insicuro freak, per Arturo Cirillo – autore dell’adattamento, regista e interprete – Cyrano è in primo luogo un entertainer, un attore che soltanto sul palcoscenico riesce a riconoscersi.
Già nell’edizione 2019 della Biennale Teatro, il giovane Leonardo Manzan non soltanto aveva edificato il suo Cirano deve morire su un’impalcatura musicale, tramutando le irresistibili rime di Rostand in energico rap, ma aveva sottolineato il valore salvifico di quella costante e inventiva finzione su cui il protagonista fonda la propria vita.
Nel suo allestimento, Cirillo indirettamente complica e approfondisce la lettura di Manzan,  certo realizzando una versione contemporanea di teatro-canzone – le musiche originali e le rielaborazioni di motivi noti sono di Federico Odling –, ma introducendo anche un’originale riflessione sulla vocazione teatrale e sulle possibili e vincolanti fisionomie che essa può assumere nel tempo; una meditazione condotta interpolando il testo di Rostand con le vicende di Pinocchio, sulla base di un’affinità che non consiste banalmente solo con la preminenza del “naso”.

Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera
Cyrano. Di e con Arturo Cirillo. Photo Tommaso Le Pera

LO SPETTACOLO AD ANCONA

Lo spettacolo esordisce con un monologo del protagonista, al centro del palcoscenico, su una piattaforma circolare illuminata e delimitata da tendaggi scintillanti: un vero entertainer che rievoca la propria precoce passione per il teatro. Cyrano, così, smaschera immediatamente la propria predisposizione alla finzione, che è tanto necessità primaria di difendersi dallo scherno per il proprio aspetto fisico, quanto intrinseca vocazione a indossare panni e identità altrui. Un burattino, come Pinocchio, ma fatto di carne e oramai cresciuto e, nondimeno, ancora incapace di tagliare i fili manipolati da un burattinaio che qui è da identificare con il teatro stesso.
Lo spettacolo procede poi energico e irriverente, con frequenti cambi di scena che obbligano l’affiatato e infaticabile cast – oltre al protagonista Cirillo, Valentina Picello, Giacomo Vigentini, Rosario Giglio, Giulia Trippetta e Carlo Amleto Giammusso (sostituto temporaneo del “titolare” Francesco Petruzzelli), impegnati in più parti – e rapidi cambi di costumi – lussureggianti e sbeffeggianti trionfi di paillettes.
Una messinscena volutamente incalzante e “posticcia” – le trincee di cartone che il protagonista platealmente sposta – che mira a ribadire la propria natura di consapevole finzione, aggiungendo un’esplicita metateatralità alla trama inventata da Rostand: la passione di Cyrano è sicuramente reale ma deve essere soffocata dalla finzione della fedele e fraterna amicizia; l’amore di Cristiano, per quanto genuino, deve travestirsi con lo splendente mantello di parole ricamato dal protagonista; i sentimenti di Rossana – qui un’impetuosa e determinata Fata Turchina – da lei stessa ammessi soltanto se indirizzati verso un essere intellettualmente degno…
Un filo di malinconia attraversa dunque lo spettacolo, insinuandosi fra le pieghe del brio e della spensieratezza, della comicità arguta e delle canzoni orecchiabili, ma non “semplici”: c’è l’invincibile nostalgia per gli amori non pienamente vissuti – per vile timidezza ovvero amara fatalità – e c’è, soprattutto, l’horror vacui che ognora accompagna l’entertainer, chi sceglie di vestire ogni sera panni diversi. Colui che, come Cyrano, è costretto a dire di sé che “in vita sua fu tutto e non fu niente” e che, malgrado i savi avvertimento del Grillo Parlante, non riesce a immaginarsi lontano da un palcoscenico…

Laura Bevione

https://www.marcheteatro.it/

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Laura Bevione
Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e giornalista pubblicista, è da molti anni critico teatrale. Ha progettato e condotto incontri di formazione teatrale rivolti al pubblico. Ha curato il volume “Una storia. Dal festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte” (Titivillus, 2011); le monografie “Interior Sites Project. Il teatro di Cuocolo/Bosetti. IRAA Theatre” (Titivillus, 2017) e “Nelle case, nelle fabbriche, in scena. Il Teatro fatto a mano di Mariella Fabbris” (CUE Press, 2019); la raccolta dei testi dell’attore Stefano Braschi, “Ingarbujè. Matassa organizzata di pensieri tra vita e sogni” (Robin, 2021).