La morte dei morti viventi. Un omaggio a George A. Romero

Morto pochi giorni fa, George A. Romero ha scritto un capitolo essenziale della cinematografia contemporanea. Assegnando al genere “horror” una sfumatura di significato ben più profonda del mero intrattenimento a buon mercato.

George A. Romero, Land of the Dead (2005)
George A. Romero, Land of the Dead (2005)

Con George A. Romero (New York, 4 febbraio 1940 – Toronto, 16 luglio 2017) se ne va un grande autore, condannato purtroppo come molti altri grandi a essere ricordato dai più per un’unica opera, la prima: Night of the Living Dead (La notte dei morti viventi, 1968). Eppure, quello fu solo il punto di partenza per una straordinaria ricerca visiva e narrativa che ruota attorno alla figura dello “zombie” come metafora della società contemporanea.
Con Dawn of the Dead (Zombi, 1978), Day of the Dead (Il giorno degli zombi, 1985) e i più recenti Land of the Dead (La terra dei morti viventi, 2005), Diary of the Dead (Le cronache dei morti viventi, 2007) e Survival of the Dead (2009), Romero ha indagato con precisione chirurgica le pieghe nascoste, oscure, rimosse della realtà in cui viviamo, illuminandole e rendendole finalmente visibili. D’altra parte, il regista fece parte a pieno titolo di quel drappello di autori che tra Anni Settanta e Ottanta seppero usare il genere horror in chiave politica per dire cose importanti e urgenti, nella maniera più efficace popolare ed esplosiva a disposizione: insieme a lui, infatti, John Carpenter (Halloween, 1978; The Thing, 1982; Christine, 1983; They Live, 1988), Wes Craven (The Last House on the Left, 1972; The Hills Have Eyes, 1977; A Nightmare on Elm Street, 1984) e David Cronenberg (Shivers, 1975; Rabid, 1977; The Brood, 1979; Scanners, 1981; Videodrome, 1983) dettero vita a opere cupissime e dense, che ribaltavano completamente il concetto di horror come intrattenimento a buon mercato e rozza evasione dalla realtà.

George A. Romero, Day of the Dead (1985)
George A. Romero, Day of the Dead (1985)

UNA CRITICA SOCIALE

In particolare, i morti viventi di Romero influenzano profondamente l’immaginario collettivo proprio perché, non casualmente, affiorano in parallelo con le grandi crisi dell’Occidente: la fine della prosperità e del progresso “post-war” nella seconda metà degli Anni Sessanta; l’ascesa e l’affermazione conseguente del neoliberismo tra Settanta e Ottanta, insieme al postmoderno come sua “logica culturale” (Fredric Jameson); l’inizio e lo svolgimento della crisi socio-economica a partire dagli Anni Zero del XXI secolo, in cui siamo ancora oggi immersi. Di questi fenomeni – tutti tra loro collegati – gli zombie sono al tempo stesso annuncio e specchio fedele. L’idea poi di attribuire loro pensiero, sentimenti, civiltà (un’idea in fondo mutuata dall’archetipo Io sono leggenda, il romanzo di Richard Matheson che apre di fatto un’epoca e a cui Night liberamente si ispira) è stata geniale e dirompente proprio perché rovescia definitivamente il punto di vista spettacolare.

George A. Romero
George A. Romero

GLI ZOMBIE E LA RIVOLUZIONE

A partire da Dawn, e ancor più con Day e Land, gli zombie non sono più l’orda anonima, il nemico indistinto e senz’anima, guidato unicamente dalla fame e dall’istinto predatorio, ma sono compiutamente i portatori di una nuova, rivoluzionaria forma di vita, nutrita di una visione critica della società e dei rapporti di forza che la regolano. Gli zombie, anzi, sono la critica (l’unica possibile e realmente incisiva); essi sono i poveri, i derelitti, gli ultimi, i dimenticati, i sommersi. Che puntualmente, come ogni rimosso, tornano e tornano ancora, per affermare e rivendicare il proprio diritto a esistere, a contare, a vivere nonostante siano “morti”. E allora (persino nei film che tecnicamente “deviano” dal tema principale, come The Crazies, 1973, e Wampyr, 1977), l’intera riflessione autoriale di Romero è di fatto dedicata a rendere sempre più sfumati, sfuggenti, in ultima analisi irrilevanti i confini tra “noi” e “loro”. Chi è davvero vivo, e chi è già morto? Qual è la vera “comunità”? E in che cosa si sostanzia realmente il senso dell’umano? Su questi temi la Commedia romeriana ci interroga, e continuerà a interrogarci a lungo.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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