Lukas Dhont rivendica fragilità e arte come forma di resistenza: il film “Coward” a Cannes 79
Al suo terzo lungometraggio, Dhont si conferma uno dei giovani autori europei più interessanti dei nostri tempi. Non solo per la delicatezza di raccontare la ricerca di sé ma per la capacità di far sentire il dramma, qualunque esso sia. Il film è in Concorso a Cannes 79
C’è un momento, in Coward, film in Concorso a Cannes 79, in cui uno dei protagonisti intona la canzone Plaisir d’amour avvolto in un paracadute trasformato in abito di scena. Attorno, la guerra continua a divorare anime e corpi. Eppure, in quell’istante sospeso, il nuovo film di Lukas Dhont smette di essere un racconto ambientato durante la Prima Guerra Mondiale per diventare qualcosa di più intimo e struggente: una riflessione sulla possibilità di restare vivi quando tutto spinge verso la distruzione.
“Coward” di Lukas Dhont in concorso a Cannes 79
Coward segna una svolta apparente nella filmografia del regista belga, tra le voci più sensibili del cinema europeo contemporaneo. Dopo Girl, storia di un’adolescente transgender che tenta di affermarsi nel mondo feroce della danza classica, e Close, Gran Premio a Cannes nel 2022, dedicato all’amicizia assoluta tra due preadolescenti, Dhont sceglie ora il dramma storico. Ma basta poco per capire che il suo sguardo è rimasto lo stesso: ancora una volta filma corpi fragili, identità incerte, ragazzi costretti a negoziare il proprio posto dentro strutture oppressive che li vorrebbero silenziosi, disciplinati, invisibili.
Un film sulla resistenza nella fragilità
Pierre e Francis – interpretati meravigliosamente e delicatamente da Emmanuel Macchia e Valentin Campagne – sono poco più che adolescenti quando vengono mandati al fronte. La prima parte del film è immersa nella materia della guerra: cadaveri trasportati come oggetti, ordini insensati, la routine industriale della morte. Dhont non cerca l’epica, né il realismo spettacolare. La trincea diventa piuttosto uno spazio mentale, un luogo dove la paura erode lentamente ogni certezza. E proprio lì, dentro quell’orrore organizzato, il regista apre inattesi spiragli di grazia.
Sono gli spettacoli improvvisati dai soldati a trasformare il film. Numeri musicali costruiti con brandelli di stoffa, travestimenti, canzoni, piccole messinscene nate per sollevare il morale delle truppe. In quei momenti circola una femminilità clandestina, un desiderio di libertà che resiste alle regole ferree del fronte. Gli uomini cantano, danzano, si truccano, reinventano sé stessi. L’arte diventa rifugio ma anche necessità vitale, ultimo spazio possibile per esistere al di fuori della violenza.
Il coraggio di sottrarsi alla brutalità nel film di Lukas Dhont
Dhont filma questi frammenti con una delicatezza quasi febbrile. I due protagonisti attraversano il film come creature vulnerabili, incapaci di aderire davvero all’idea eroica di mascolinità imposta dalla guerra. E allora la domanda implicita diventa un’altra: cosa significa essere codardi? Fuggire dal combattimento o rinunciare alla propria identità?
Quando il conflitto invade anche quello spazio di libertà, trasformando la performance in propaganda, Coward cambia tono. L’illusione si incrina, l’amore si confronta con la sopravvivenza, la paura del nemico si mescola a quella di sé stessi. Ma è proprio qui che il film trova la sua forza più autentica. Perché Dhont non realizza un classico film bellico: racconta piuttosto il coraggio necessario a sottrarsi alla brutalità, a scegliere la vita invece dell’eroismo imposto. Dietro il titolo, dietro quella parola accusatoria — coward — si nasconde forse il gesto più radicale del film: rivendicare la fragilità come forma di resistenza.
Margherita Bordino
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati