La periferia è una porta stellare. 11 anni di manifesti d’artista nel quartiere Barriera per raccontare il presente e le sue complessità
È nato nel 2015 il progetto Opera Viva – Barriera di Milano a Torino utilizzando lo spazio commerciale di un grande billboard per generare relazioni, parlare di periferia, e creare uno sguardo sul mondo attraverso l’arte. A promuoverlo è Flashback Habitat. Ne parliamo con l’artista e ideatore Alessandro Bulgini
Correva l’anno 2015 e per la prima volta la fiera Flashback, nata solo due anni prima con il claim l’arte è tutta contemporanea, presentava un’incursione dell’artista Alessandro Bulgini, direttore artistico di Flashback Habitat, con l’opera manifesto Antica è tua sorella.
Un progetto, oggi diremmo virale, giunto a 12 edizioni e generato dall’acquisizione temporanea di un grande billboard situato nella Rotonda di Piazza Bottesini, nella periferia di Torino, e disseminato poi sulla copertina del Vedere a Torino del Giornale dell’Arte. Da quella prima azione, la periferia diventa protagonista e sede consolidata di Opera Viva Barriera di Milano – Il Manifesto progetto d’arte che ogni anno ha portato sotto la guida di Bulgini, affiancato dal 2016 al 2021 da Christian Caliandro, numerosi artisti, quasi 80 e provenienti da tutto il mondo, a confrontarsi con uno spazio nato per finalità commerciali, trasformato per l’occasione in un portale stellare relazionale tra centro e periferia, tra passato e presente, tra arte e realtà, una estensione inoltre nel tempo e nello spazio delle finalità di quello che Bulgini stesso definisce un ecosistema. Ne abbiamo parlato con l’artista ed ideatore del progetto, a 11 anni dalla sua fondazione, annunciando, inoltre la nascita di un nuovo spazio (atipico) per l’arte.

Intervista all’artista Alessandro Bulgini
La storia del Manifesto di Barriera è estremamente connessa alla tua storia personale.
Quando mi sono trasferito in Barriera, che è storicamente la cinta daziaria tra Torino e Milano, ero un artista che faceva “tutte le cose giuste”, dipingevo, avevo una galleria, …Poi ad un certo punto il quartiere mi ha chiamato.
In che senso?
Ho smesso di dipingere nel 2008 e mi sono chiesto se essere un bravo artista significava praticare l’arte del pennello o ragionare in un modo differente. Mi sono reso conto che trovavo più impellente dedicarmi all’umanità e alle sue urgenze. Ed è stato allora che sono sceso in strada e ho cominciato il percorso di Barriera di Milano. Il criterio era questo: ragionare sulle proprie energie e risorse e metterle a disposizioni degli altri. Tutte le cose che ho fatto però dovevano essere imitabili, per rendere chiunque alleato della mia pratica. Secondo il mio modo di procedere, ognuno nelle proprie possibilità poteva mettersi a disposizione del mondo.
E da lì nasce il “Manifesto” con uno spin-off nel 2015
Sì, nel 2014 affittiamo un billboard in una zona strategica, la rotonda di Piazza Bottesini, situata tra le case popolari e il mercato storico di Barriera. L’obiettivo era trasformare uno spazio commerciale in luogo di riflessione, sottraendolo alla pubblicità. Ho pensato che, reiterando l’azione, il cartello poteva diventare un luogo di approvvigionamento culturale, costringendo le persone a venire finalmente a conoscere il Quartiere.

Nel 2013 nasce Flashback…
Sì, da una discussione tra Ginevra Pucci e Stefania Poddighe, da sempre attive nel settore dell’arte, all’interno dello spazio che avevo creato proprio a Barriera, il Bar L.U.I.G.I, con l’idea di trasformare un luogo in altra cosa accogliendo qualsiasi tipo di attività creativa. Dal loro confronto si sviluppa il progetto di Flashback che tratta l’arte di ogni tempo. E dichiara che il preesistente nell’arte è sempre attivo sia perché ce lo ritroviamo quotidianamente in faccia, ma anche, e questo a me è molto caro, che ogni cosa del passato, se gestita correttamente, può concorrere a un miglioramento delle questioni del mondo. Mi inserisco nella discussione e le convinco a far rientrare all’interno del claim “l’arte è tutta contemporanea”, alla base della manifestazione, anche ciò che mi sta più a cuore: le periferie nelle quali operavo da tempo. Ed ecco che il primo manifesto entra all’interno della fiera, proponendolo come opera d’arte in un luogo strutturato e storicizzato.
Una dimensione di mercato però.
Per me è molto importante che questo venga ricordato e riconosciuto. Ogni luogo, ogni peso specifico determinato da una azione culturale, se ricombinato, rigestito, ripensato, può essere messo realmente a servizio delle tematiche che a noi premono che sono quelle contemporanee. Non dimenticarti che il nostro è, ci teniamo a dirlo, un habitat.
Il nome del primo manifesto è emblematico: Antica è tua sorella.
Sì era un mio progetto che nasceva come una sorta di provocazione a ciò che viene considerato desueto, anziano, periferico. Ha un doppio significato. Il primo, la periferia è vecchia e brutta lo vai a dire a tua sorella. Ma anche: ciò che è antico, che appartiene al passato ti è vicino, intrattiene con te un rapporto fraterno. Il primo manifesto viene realizzato con questo criterio e riportato all’interno di Flashback, come prima incursione. Incomincia poi la collaborazione con il Giornale dell’Arte e per 10-12 edizioni ho realizzato le copertine di Vedere a Torino, portando Barriera in giro per la città e trasformando il giornale così come la fiera in un dispositivo che parla della periferia. Il risultato è stato clamoroso. Con la prima edizione molte persone sono venute a chiedermi di firmare il giornale, perché lo riconoscevano come opera, ma anche come meme, invadendo i social con le immagini e i selfie che hanno scattato in quei giorni.
Cosa è successo in seguito?
Da quel momento abbiamo deciso di occupare per una importante porzione di tempo il manifesto di Piazza Bottesini e nel 2027, per la prima volta, lo avremo in uso esclusivo per tutto l’anno. Prima purtroppo ci ritrovavamo spesso a dover sopportare le incursioni della politica e della pubblicità. Una volta addirittura la faccia di Matteo Salvini e la scritta “prima gli italiani”. La negazione di tutto. Mi sono arrabbiato moltissimo.
E che hai fatto?
Ho agito lo stesso. Sono salito sulla scala, gli ho “tappato la bocca” e ho scritto, “Questo manifesto non è Opera viva”. Naturalmente sono finito sui giornali.
Le risorse per sostenere questo progetto sono tutte vostre?
Certo, il manifesto lo paghiamo, ovviamente avendo degli sconti data la finalità culturale.
Ci tengo a dirlo per incentivare tutti a compiere azioni simili nello spazio pubblico. È vero, i manifesti vengono controllati dagli uffici appositi, ma è un dispositivo su chiunque può esercitare un processo creativo. Che è anche politico, perché sottrai questi spazi a ciò che è commerciale e li trasformi in luoghi di approvvigionamento culturale.
Come si è evoluto il progetto nei dieci anni a seguire?
Abbiamo ospitato sistematicamente dagli 8 ai 14 manifesti all’anno. Ne annoveriamo circa 80 esposti, con artisti di diverso calibro e provenienti da ogni dove. Per alcuni anni abbiamo indetto dei bandi tematici, in altre occasioni abbiamo verificato cosa ospitare sulla base di indicazioni che ho dato io stesso, su argomenti che mi premevano. Poi c’è stata la collaborazione con Christian Caliandro che dal 2016 al 2021 ha co-curato con me questo progetto.
Ma perché proprio a Barriera?
Guarda, io ho smesso di dipingere, ma mica perché sono scemo. Negli ultimi otto anni prima di cominciare questo processo artistico dipingevo dei quadri, gli Heretikos, gli eretici, ovvero coloro che scelgono. Si sottraevano alla visibilità, erano anche difficili da pubblicare, e parlavano dell’altrove. Dell’invisibile e del periferico. È stato perciò per me naturale, cominciando a guardare il mio quartiere, fare un passaggio diretto dai quadri neri alla vita reale. Ed è proprio a Torino che nasce una anomalia quasi unica della città italiane. Da città monarchica diventa, infatti, alla fine del 1800 una città industriale. Da 350.000 abitanti arriva ad ospitare un milione e mezzo di persone. È per ospitare la forza lavoro industriale che nasce, immediatamente ai limiti del centro storico, la periferia. Con il trasferimento delle attività della Fiat nel 2014 la città si impoverisce e con essa il Quartiere di Barriera. Le periferie si svalutano, molti vanno via, Torino viene attraversata dai fenomeni di migrazione.
Perché hai deciso di vivere in Barriera?
Perché essendo apolide trovo interessante viverci e attivarmi. Perché per me Barrera assomiglia al mondo in movimento, è un luogo di transizione dallo spostamento di partenza a quello del futuro e delle prospettive. Ed è per questo che mi piace. Come direbbe Caliandro è lo sfrangiato che permette le connessioni, lì c’è il confronto. E un artista può stare solo laddove accadono le cose.
E come viene recepita la tua attività quotidiana?
Bene. Sono addirittura stato chiamato a fare da testimonial al quartiere e per me è stato un vanto assoluto. Ero per strada ogni giorno, con la mia divisa rossa e facevo quel che potevo per raccontare un’altra Barriera, non stravolgendone il significato, ma per l’appunto creando connessioni, portando altre persone a conoscerla.
È un po’ lo stesso approccio che adotti quando operi, fatte le dovute differenze, a Taranto con il progetto Taranto Opera Viva, o in contesti differenti.
Esattamente lo stesso approccio. Ed è lo stesso che ho usato a nord di New York, o a Cosenza, in Marocco, sulle montagne dell’Atlas andando in giro per i villaggi e realizzando insieme agli abitanti delle scale che avevano una funzione non solo decorativa, ma anche di utilità. Ciò che ci tengo a dire è che non vado mai a esercitare un giudizio nei confronti della cultura locale. Il mio compito è quello di agire, magari poi raccontando ciò che avviene sui social, e far familiarizzare le persone in modo che il luogo oscuro non sia più così terribile. Tirando fuori ciò che è indesiderato dagli altri, come Barriera. E lo facciamo anche qui a Flashback Habitat, ad esempio, con il progetto dedicato alla storia della nostra sede (ex Brefotrofio della città) e dei nativi. Poi chiaramente procedo anche per tentativi che non sempre funzionano, ma come si dice in Marocco, i doni sono sempre bene accetti ma non è detto che poi vengano utilizzati nella migliore delle maniere.
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L’obiettivo è quello di occupare uno spazio?
No, i miei interventi però sono sempre impermanenti, non faccio murales che poi rimangono alle città. Anche quando uso la pittura, ad esempio quando lavoro con i gessetti, le mie opere spariscono e a volte questo mi è stato anche contestato dalle comunità che desideravano conservare quanto fatto. Il progetto dell’Artista di Quartiere, che è anche riconosciuto dal Ministero, nasce con l’idea che se degli artisti dedicassero alcune ore, pagate, o all’interno di un servizio civile, al proprio quartiere, lo spazio pubblico ne guadagnerebbe in qualità.
Gli artisti sono coloro che stanno sulla soglia, sono mediatori e sanno cogliere le immagini necessarie per ciò che serve a chi vive. Gli artisti che vivono in luoghi critici sono i guardiani della soglia e portano dei crediti proficui all’umanità.
Se dovessi citare uno o più manifesti che secondo te hanno raggiunto al meglio gli obiettivi del progetto?
Tutti i manifesti che sono stati esposti sono per me molto pertinenti, nessun artista è stato leggero. Proprio per questo non mi piace individuare dei nomi o delle opere di maggior successo, per me è un progetto corale in cui la partecipazione è adesione a questa idea di habitat che noi condividiamo. Opera Viva – Barriera di Milano è per me uno spazio di dialogo e di confronto, ma anche un luogo di opportunità, l’opportunità di fare incontrare la periferia con gli artisti, gli artisti tra loro e con figure per me di riferimento come Caliandro.
C’è stato anche un “periodo finlandese”…
Sì, questa è una storia curiosa. Mi sono imbattuto per caso nella vicenda di Jón Gnarr attore comico e sindaco di Reykjavík dal 2010 al 2014, con un passato punk, ma capace di risanare le casse e alcune situazioni difficili della sua città. Una figura trasversale che mi ha interessato e colpito moltissimo. Ho deciso di scrivergli pensando che non mi avrebbe mai risposto. Invece il giorno dopo mi ha subito contattato e ci siamo confrontati curando insieme l’ottava edizione del Manifesto di Barriera.
Come è però cambiato il progetto nel tempo?
Se inizialmente il tema principale di Opera Viva Barriera di Milano- Il Manifesto era quello di partecipare in periferia con una azione culturale e con argomenti meno diretti, se non quelli di manifestare la periferia stessa, le cose nel tempo si sono acuite e abbiamo usato il manifesto in maniera più frontale. Ad esempio, ho chiesto a degli artisti molto importanti di scrivere su un foglietto Gaza ma mi sono reso conto che molte persone erano spaventate da questo mio invito. Tieni presente che allora si parlava meno della Palestina, di quanto se ne faccia oggi. La curatela di questo progetto sarebbe stata sottratta a me e Caliandro e gestita dall’AI.
Con quali obiettivi?
Grazie alla scrittura della parola Gaza stampata in grande, avremmo verificato se era possibile parlare della Palestina e far emergere la sua storia. Con Caliandro e tramite la comunità palestinese di Palermo siamo entrati in relazione con i Gazawi e abbiamo chiesto loro di scattare delle fotografie del loro quotidiano. Abbiamo quindi esposto le immagini realizzate per noi, facendole diventare una sorta di Stargate (il progetto si chiamava proprio così), uno stargate verso Gaza.
Con le stesse premesse stai creando un nuovo progetto sempre per la città di Torino..
Sì, l’idea è la stessa. Abbiamo affittato una antica edicola di 2m x 1m per esporre merci in Via Po (all’altezza del civico 20), in una delle vie centrali della città di Torino. Il punto di riferimento di questo progetto è il famoso Edicola Notte di H.H. Lim. L’idea è di guardare al preesistente come ad un’opportunità, creando una sorta di estensione di Flashback Habitat, così come lo è la rotonda di Piazza Bottesini, sviluppandoci però su uno spazio tridimensionale. La prima azione che l’edicola ospiterà sarà dedicata al tema del tempo è la chiave dell’edizione 2026 di Flashback. Un pendolo luminoso, con uno specchio retrostante ricurvo, traccerà un percorso in due tempi differenti, scandendo un tempo lineare e un tempo curvo e dialogando con un’altra installazione situata all’interno della fiera.
Santa Nastro
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