Individui, filtri e realtà. La mostra nella home gallery di Andrea Festa a Roma

Diciassette personalità emergenti e mid-career si interrogano sull’interpretazione della realtà mediata dallo sguardo interiore degli artisti. Fra rimandi al presente e alle tematiche identitarie accolti dalla galleria romana di Andrea Festa

Nella home gallery di Andrea Festa arriva A place of one’s own, collettiva che riesce a cucire in un insieme coerente le poetiche diversissime di 17 artisti emergenti e mid-career.
Il paesaggio, il contesto domestico, la stessa apparenza umana sono filtrati dall’interiorità dell’artista, come se questi “luoghi” (compreso il corpo) fossero complesse estensioni della mente, articolate dalla prospettiva individuale. Non esiste più una realtà asettica e scissa dalla persona; viene posto come un velo, una distanza immaginativa dall’oggettività in cui prevaricano la percezione e la manipolazione della materia immanente. Davide Silvioli, autore del testo critico, cita il saggio di Virginia Woolf A room of one’s own (Una stanza tutta per sé), del 1929 e gli studi psicologici di Harold Proshansky, con il concetto di “place identity”: l’eccentricità dell’io tende ad espandersi, a riflettersi, lasciando traccia di sé e contaminando il mondo esterno.

Yoora Lee, Sleepless, 2022, oil on linen, 50.8 x 50.8 cm. Courtesy Andrea Festa Fine Art, Roma

Yoora Lee, Sleepless, 2022, oil on linen, 50.8 x 50.8 cm. Courtesy Andrea Festa Fine Art, Roma

LE OPERE ESPOSTE DA ANDREA FESTA

Appena varcato l’ingresso, l’opera On an African Harmattan Evening II (2021) di Boluwatife Oyediran (Ogbomoso, 1997) fa gli onori di casa: un affascinante ragazzo di colore sfoggia una giacca di pelliccia, che lascia intravedere una camicia animalier maculata, lo sguardo è altero e regale, eppure gli occhi affogano nell’ombra. Sono gli apparati del vestiario a connotare la figura. Una rivendicazione di appartenenza, una black art che si tinge delle note lussureggianti e pop di Apeshit, il video musicale di The Carters girato al Louvre.
Greg Carideo (Minneapolis, 1986) è uno degli artisti più interessanti di questa collettiva, soprattutto per la tecnica messa in campo: la stampa a getto d’inchiostro su tessuto ‒ teso su tavola sagomata a mano. Il risultato è impressionante: “la fotocamera del cellulare è un’estensione del corpo e della mente, la gallery dello smartphone diventa un archivio personale da cui attingere piccoli dettagli da ingigantire per creare foto-sculture. Carideo stampa l’immagine della porzione che cattura il suo occhio, tra gli scarti della metropoli e di un benessere consumistico e fallace, come i materassi abbandonati tra i vicoli sudici della Grande Mela.
Mevlana Lipp (Colonia, 1989) crea delle sculture biomorfe, delle capsule plasmate da ritagli di legno che lui stesso realizza. “Gli alberi in una foresta comunicano e condividono le risorse attraverso una complessa rete micorrizica di radici e funghi interconnessi”, ha scritto Maria Zemtsova su Artmaze Mag. Sulla stessa tematica si esprime Emanuele Coccia ne La vita delle piante. Metafisica della mescolanza: gli alberi hanno un proprio linguaggio e una propria psicologia, si scambiano informazioni lanciando segnali biologici. Lo sfondo è in velluto, tanto che l’opera Blue Explorer, 2022 invita a essere accarezzata, alimentata dal tepore umano, nonostante l’impenetrabile mistero della bellezza della flora. Steli vegetali si arrampicano sulla superficie creando un insieme ammaliante e letale, le bioluminescenze sono magnetiche e respingenti, come un intrico di piante carnivore non identificate o delle bacche lucenti e velenose.

JJ Manford, Interior with Basquiat's Venus, 2021, oil on canvas, 153 × 127 cm. Courtesy Andrea Festa Fine Art, Roma

JJ Manford, Interior with Basquiat’s Venus, 2021, oil on canvas, 153 × 127 cm. Courtesy Andrea Festa Fine Art, Roma

GLI ARTISTI IN MOSTRA A ROMA

Il lavoro di Michael Assiff (St. Petersburg, 1983) si focalizza sulle erbe spontanee ed è il risultato di una ricerca sui colori Pantone usati nel design d’interni. Le sue opere consistono in ritagli, a grandezza naturale, di angoli di prato, resi come monocromi con elementi in rilievo e altri indipendenti dalla superficie, in plastica metacrilica sagomata e vernice al lattice.
Anne Buckwalter (Lancaster, 1987), con un approccio grafico, quasi da illustratrice, trasforma gli ambienti domestici ribaltando la visione, come se gli oggetti fossero visti sempre dall’alto, astratti da una sensibilità acuta che li cattura in contorni netti e colori saturi, senza sfumature. Si interroga su questioni riguardanti l’intimità e i ruoli di genere, così elementi in apparenza familiari rivelano aspetti latenti e freudianamente perturbanti, attraverso l’accostamento con strumenti o prodotti che alludono al corpo femminile, alla sessualità e al piacere, all’igiene.
In ultimo da segnalare sono le opere Red Basket, 2022 di Michael Cline (Cape Canaveral, 1973) e Interior with Basquiat’s Venus, 2021 ‒ un olio su tela che sembra realizzato con pastelli a cera ‒ di JJ Manford (Boston, 1983). Sleepless, 2022 di Yora Lee (1990) ipnotizza per i colori tenui, l’atmosfera onirica, la pasta pittorica a fasce sfaldate come se la luce, entrata dalle fessure delle persiane, si divertisse a lacerare la visione o una fetta di materia mnestica, immersa in un bagno chimico a sviluppare, ci fosse restituita attraverso il tremolio di uno specchio d’acqua e l’apparenza diafana della selenite.

Giorgia Basili

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Giorgia Basili

Giorgia Basili

Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza…

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