È morto l’artista dissidente russo Semyon Skrepetsky. Un confronto con Pussy Riot e Pavlensky
Tre incontri con tre forme della dissidenza russa: Semyon Skrepetsky fuori dai Giardini, le Pussy Riot davanti al Padiglione russo, Piotr Pavlensky dentro un caso OFPRA che riguarda anche l’Europa. Eppure, forse la frattura era proprio lì
La notizia: Semyon Skrepetsky, nome d’arte di Robert Kuzovkov, artista e caricaturista russo, dissidente e rifugiato in Polonia, è stato ucciso il 15 giugno. Ma non può essere soltanto un nome dentro una notizia internazionale. Lo avevamo visto fuori dai Giardini della Biennale di Venezia, nei giorni della preview, durante le proteste nate a proposito del ritorno del Padiglione russo.
Era lì con due quadri in mano, fuori da ogni cornice autorizzata, in quella zona incerta dove Venezia smette per un momento di essere cerimoniale dell’arte e diventa pressione, controllo, politica.

Chi era Semyon Skrepetsky
Skrepetsky era conosciuto per una satira feroce contro il potere russo e post-sovietico: le sue caricature di Vladimir Putin, Ramzan Kadyrov e Alexander Lukashenko non erano semplici immagini polemiche, ma attacchi diretti alla costruzione pubblica dell’autorità. In una delle sue ultime azioni, a Berlino, aveva mostrato un’immagine iconica e dissacrante di Stalin e Putin. Il suo lavoro colpiva il potere nel punto in cui il potere pretende di essere intoccabile: il volto, il mito, la paura che circonda il capo.
Lo abbiamo conosciuto in tanti così, quasi di passaggio. Con me ci fu solo un breve scambio di parole. Istintivamente gli diedi un abbraccio e lo salutai. Allora mi sembrò un gesto naturale. Oggi pesa. Non voglio trasformare pochi minuti in una confidenza che non c’era. Sarebbe falso. Ma quel poco bastava a restituire un’immagine precisa: Skrepetsky non sembrava un artista in cerca di centralità. Aveva due quadri in mano, ma non parevano un portfolio in cerca di approvazione. Erano una dichiarazione portata fisicamente fuori dal perimetro autorizzato.
Il centro non era lui. Il centro era la dissidenza.
Quei due quadri dicevano una cosa semplice e durissima: non c’è un padiglione per questa Russia. Non c’è una sala per questa voce. Non c’è una cornice capace di contenere senza neutralizzare la Russia degli esiliati, degli oppositori, degli artisti che non possono rientrare nel proprio Paese senza rischiare carcere, violenza, persecuzione. Il Padiglione russo, in quel momento, non era soltanto un edificio nei Giardini. Era una domanda: chi parla quando parla una nazione? E chi resta fuori, con le opere in mano.
Dopo la sua uccisione, la domanda diventa ancora più dura: che cosa fa l’Occidente quando un artista dissidente russo non è più soltanto una prova morale contro Putin, ma un corpo ucciso dentro l’Europa? Lo trasforma in simbolo, lo archivia come martire della libertà, oppure riconosce che quella dissidenza resta esposta, vulnerabile, non pacificata, anche quando attraversa i nostri confini?
Pussy Riot e il protocollo spezzato
Poco dopo, la scena ha cambiato ritmo. Con le Pussy Riot non c’era più la presenza quasi silenziosa di un uomo fuori dai cancelli, ma il corpo collettivo che entrava nel campo visivo della Biennale e lo spezzava. Passamontagna rosa, telefoni alzati, polizia, slogan, tensione. Non era una performance da catalogo. Era un’interruzione.
Le Pussy Riot non stavano semplicemente protestando contro Putin o contro il ritorno del Padiglione russo. Stavano ponendo una domanda molto più diretta: come può una grande istituzione internazionale legittimare la partecipazione di uno Stato ritenuto criminale e permettergli, dentro un padiglione nazionale, di mettere in scena la propria retorica di potere?
È questa la frattura. Non la Russia come cultura, non la letteratura, non la musica, non la storia dell’arte russa. Ma la Russia come apparato statale, come immagine ufficiale, come presenza diplomatica dentro uno dei teatri più prestigiosi dell’arte contemporanea. Il Padiglione, in quel momento, non era solo uno spazio espositivo. Era una forma di riconoscimento.
L’azione delle Pussy Riot colpiva lì. Non chiedeva alla Biennale di parlare genericamente di guerra, repressione o dissenso. Chiedeva perché, mentre la guerra continua e mentre artisti, oppositori ed esiliati russi restano fuori, uno Stato possa ancora entrare attraverso la porta nobile della rappresentanza nazionale e occupare lo spazio dell’arte come se quella presenza fosse neutra.
È lì che l’azione diventa opera. Non perché tutto ciò che accade in strada sia automaticamente arte, ma perché in quel momento il gesto obbliga la cornice a reagire e, reagendo, a mostrarsi. Ogni istituzione vorrebbe decidere quando il dissenso è accettabile e quando diventa disturbo. Le Pussy Riot le tolgono questo privilegio.
Per questo, a Venezia, la loro protesta non era esterna alla Biennale. Era una delle sue immagini più vere, proprio perché non era stata invitata.

Pavlensky, OFPRA e il dissidente non docile
Il terzo incontro è con Piotr Pavlensky, ed è ancora diverso. Qui non c’è il corpo visto fuori dai Giardini, né l’azione davanti a un padiglione. C’è una vicenda più lenta, più opaca, più burocratica, e forse proprio per questo ancora più rivelatrice.
Pavlensky mi ha inviato la documentazione relativa alla procedura aperta da OFPRA, l’Office français de protection des réfugiés et apatrides, che potrebbe portare alla revoca della sua protezione internazionale in Francia. La Francia gli aveva riconosciuto asilo come artista perseguitato in Russia per una pratica radicale, fondata sul conflitto diretto con il potere e con l’apparato repressivo dello Stato. Ora quella protezione viene rimessa in discussione anche perché Pavlensky non ha smesso di essere Pavlensky una volta arrivato in Occidente.
Al centro della procedura ci sono Lighting, l’azione del 2017 davanti a una sede della Banque de France, e Pornopolitique, legato alla diffusione di video intimi di Benjamin Griveaux, allora candidato sindaco di Parigi. Per questi episodi Pavlensky è stato condannato dai tribunali francesi. Il punto non è cancellare quelle condanne, né rendere comoda una pratica che nasce esattamente per non esserlo. Le sue azioni sono dure, disturbanti, pensate per entrare in collisione con la legge. Eppure, almeno per come emergono dai materiali che ho letto, il loro centro non è la violenza fisica contro altre persone, ma la produzione di una frattura pubblica dentro il rapporto tra potere, immagine, legge e responsabilità.
È qui che il caso si complica. Se la pratica di Pavlensky era stata riconosciuta come radicale quando colpiva l’apparato russo, che cosa accade quando quella stessa grammatica artistica viene esercitata dentro una democrazia occidentale? La sua opera non separa il gesto dalla risposta istituzionale: il processo, il fascicolo, la condanna, la procedura amministrativa diventano il luogo in cui l’opera continua a interrogare l’autorità. Non a caso, insieme ai documenti, Pavlensky mi ha mandato anche due libri, Subject-Object Art Theory e The Trial of an Artwork: non come semplice bibliografia, ma come struttura teorica di una pratica che rifiuta di essere divisa in categorie rassicuranti.
Per questo il suo caso è così scomodo. Pavlensky non corrisponde all’immagine del dissidente ideale che l’Occidente ama proteggere: perseguitato altrove, grato qui, ordinato, leggibile, utile alla narrazione della libertà europea. Non accetta che la protezione diventi addomesticamento.
La domanda è un’altra: uno Stato democratico può riconoscere protezione a un artista proprio per la natura radicale della sua pratica e poi revocarla quando quella stessa pratica viene esercitata contro le istituzioni occidentali?

La parte non invitata
Skrepetsky, Pussy Riot e Pavlensky non sono la stessa cosa, e sarebbe sbagliato confonderli. Skrepetsky lavorava con la pittura, la satira, l’immagine caricaturale come attacco frontale al potere; le Pussy Riot agiscono attraverso il corpo collettivo, la musica, la protesta, la teatralità politica; Pavlensky porta l’arte nel punto in cui corpo, reato, processo, teoria e Stato diventano una sola macchina di rivelazione.
Ma insieme disegnano una linea: in tutti e tre i casi, l’arte non si limita a rappresentare il potere. Lo costringe a scoprirsi.
Questo tipo di vicende, allora, non riguardano più soltanto Mosca, Pechino, Teheran, l’Africa. Riguarda Parigi, l’Europa, il limite della nostra idea di libertà occidentale quando l’artista protetto non conferma più la nostra posizione, ma la mette in crisi.
Antonino La Vela
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