Emilio Isgrò cancella tutto, anche la canzone napoletana. La mostra a Capodimonte
Al Museo di Capodimonte, fino al 29 settembre, 25 partiture della canzone napoletana diventano opere visive. Emilio Isgrò interviene sui testi attraverso la cancellatura, sottraendo il patrimonio musicale partenopeo alla banalizzazione. E dona 4 opere al museo
A Napoli la musica è molto più di un’espressione artistica: è narrazione, identità, rappresentazione di un’intera città. Pochi sono i centri che, come il capoluogo campano, possono vantare una tradizione musicale tanto variegata e stratificata. Un carattere musicale capace di mettere in relazione formazione colta e cultura popolare. Nel Settecento la città era uno dei principali centri musicali d’Europa. I suoi quattro conservatori formavano compositori e cantanti, mentre teatri come il San Bartolomeo e il San Carlo contribuivano alla fortuna dell’opera. Accanto a questa tradizione accademica si sviluppava una produzione più popolare, legata alla poesia, alle feste e agli eventi storici e di costume. Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937) affonda la sua visione nel vivo di questa tradizione, dando luogo a Canto Napoli, personale allestita in alcune sale del Museo di Capodimonte, e donando all’istituzione napoletana ben quattro opere.

Emilio Isgrò e la canzone napoletana
Curata da Eike Schmidt, la mostra presenta 25 partiture della canzone napoletana sottoposte per la prima volta alla cancellatura, il procedimento sviluppato da Isgrò dagli Anni Sessanta attraverso la soppressione selettiva di porzioni di testo e la conservazione di elementi residuali, in un intervento che modifica la leggibilità e la struttura visiva della pagina ma non ne annichilisce il valore semantico, anzi lo riscrive e lo potenzia. Il repertorio attraversa quasi un secolo e mezzo: da Te voglio bene assaje (1839) a Napule è (1977), passando per Funiculì funiculà (1880), Torna a Surriento (1894), ’O sole mio (1898), I’ te vurria vasà (1900), ’O surdato ’nnammurato (1915), Malafemmena (1951), Tu si’ ’na cosa grande (1964) e altri brani entrati stabilmente nel repertorio della canzone napoletana. Un repertorio tanto vasto sul piano quantitativo e tanto pregevole su quello qualitativo da giustificare la possibilità suggerita dal titolo di “cantare” la città. Napoli, infatti, è la sola che oltre ad essere percorsa, ammirata, vissuta, può anche essere cantata. Certo non è la sola città ad essere stata omaggiata da cantautori e interpreti ma nessuno come lei può vantare un così alto numero di dediche e un grado tanto elevato di sistematicità. Complice anche la familiarità della lingua napoletana, da tempo diffusa ben oltre i confini della regione, molto più di un semplice dialetto e intrinsecamente dotata di una sua musicalità. La mostra a Capodimonte è un’operazione culturale ma ancor prima un atto d’amore di un meridionale appassionato come Isgrò per una città come Napoli, che più e meglio di altre racchiude l’idea di Sud: ospitale, calorosa, passionale, visionaria.
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Le partiture cancellate da Emilio Isgrò a Napoli
Isgrò nel ciclo opera contestualmente sulla partitura musicale e sul testo scritto, rivelando la natura duplice della canzone, inscindibile in sé. La cancellatura occulta note e testi, salvaguardandone porzioni minime e facendo assumere loro un’inedita potenza iconica, in un indovinato parallelismo con la loro portata musicale. Il pentagramma, orfano delle note, diviene struttura su cui si basa la cancellatura, naturalmente connotata da un andamento orizzontale. Insieme i due elementi formano una texture nuova, che è tanto musicale quanto pittorica. Particolarmente significativo è il dittico dedicato a ’O sole mio (1898), presentato in due varianti cromatiche: una caratterizzata dal fondo chiaro attraversato dall’intervento nero della cancellatura, l’altra costruita sul rapporto inverso, con fondo nero e interventi chiari. La stessa partitura viene così sottoposta a due differenti configurazioni della superficie, modificando il rapporto tra testo, segno e spazio, senza alterare la riconoscibilità del brano.
Emilio Isgrò e gli insetti sulla superficie degli spartiti
A Napoli come altrove, alle cancellature si affiancano api e formiche, quasi cancellature mobili, che nell’attraversare la superficie determinano vere e proprie coreografie. Non un disturbo visivo ma una costruzione nel suo farsi. I loro percorsi e addensamenti interrompono la continuità della scrittura e interferiscono con le aree sottoposte a cancellatura, producendo una trama di segni che modifica la percezione ordinata della pagina. La scelta di formiche e api nell’immaginario di Isgrò non è casuale. Entrambi sono insetti operosi, che pongono nell’azione di gruppo la loro forza, fino a costruire opere molto più grandi di loro. Esattamente come la cancellatura, gesto minimo capace di dare luogo a immaginari e visioni altre, non previste dal testo intatto. Un segno trascurato dai più, ma che, portato alla sistematicità con cui Isgrò ha saputo praticarla e all’efficacia a cui ha saputo condurla, ha dato origine a costruzioni titaniche, riscrivendo capolavori della letteratura e dell’immaginario collettivo. Azione, però, è bene ribadirlo, volta non all’annullamento dell’opera originaria, ma alla sua salvaguardia da un’eccessiva esposizione, che spesso conduce al fraintendimento, alla banalizzazione, finanche all’invisibilità. Ne consegue il paradosso portante di tutta la ricerca di Isgrò: l’artista cela per svelare, occulta per illuminare.

Mandolini e chitarra: la musica come superficie
Oltre ai testi, trasformati in libri a parete, il progetto accoglie in una dimensione installativa anche tre sculture: due mandolini e una chitarra classica, realizzati nel 2025 e sottoposti allo stesso intervento delle partiture. Gli strumenti, presentati a grandezza reale, sono attraversati da api e formiche, secondo un procedimento che estende il sistema di segni delle opere bidimensionali agli oggetti direttamente associati alla pratica musicale. La loro presenza amplia il campo dell’intervento di Isgrò, mettendo in relazione segno grafico e riconoscibilità dell’oggetto. Nella capacità di costruire un linguaggio immediatamente percepibile risiede la forza autentica di Canto Napoli. L’operazione ha un evidente impatto estetico ed emotivo; non rimane confinata a una lettura specialistica dell’arte contemporanea ma intercetta un repertorio conosciuto e riconoscibile, ancora profondamente presente nella cultura popolare. È una modalità di relazione con il pubblico che Isgrò ha già sperimentato nelle sue grandi operazioni di cancellatura, nelle quali la sottrazione del testo non coincide con la sua perdita, ma diventa uno strumento per riattivarne la percezione e la conoscenza.
Isabella Battista
Napoli // fino al 29 settembre
Emilio Isgrò. Canto Napoli
MUSEO E REAL BOSCO DI CAPODIMONTE – via Lucio Amelio 2
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