Quando Milano scopriva le fabbriche abbandonate: gli artisti Arienti e Mazzucconi raccontano i loro Anni Ottanta

In occasione di “One Art, Please!”, la loro prima bipersonale insieme, fino al 9 ottobre alla Galleria Primo Marella di Lugano, i due artisti ci raccontano i loro esordi negli Anni Ottanta e gli elementi che li accomunano ancora oggi a distanza di quarant’anni

La mostra One Art, Please!, alla Galleria Primo Marella di Lugano a cura di Maria Vittoria Baravelli, vede per la prima volta insieme Stefano Arienti (Asola, 1961) e Marco Mazzucconi (Milano, 1963), due artisti legati da una lunga amicizia e dalla condivisione di imprese e intenti che diedero una svolta importante all’arte italiana a partire dalla metà degli Anni Ottanta. Era un periodo in cui una pittura greve, espressionista e/o citazionista andava per la maggiore, in un clima di redivivo culto per l’autorialità esibita e presuntuosa. Anni in cui l’apparizione sulla scena artistica di questi due artisti fu una boccata d’aria fresca. Corrado Levi li cooptò in mostre controcorrente, ancora memorabili. Per definirli parlò di “zefiri milanesi, ariosità scanzonata, spavalda leggerezza” e ancora: “i pizzi e le lamiere gonfiate di Marco e i giornali ripiegati e le plastiline di Stefano inaugurarono una nuova stagione dell’arte”. Rispondendo alle nostre domande ci fanno un quadro vivido di quegli anni e ci raccontano il senso di questo loro recente rendez-vous.

La mostra di Stefano Arienti e Marco Mazzucconi "One art, please!" a Lugano. Courtesy of Primo Marella Gallery
La mostra di Stefano Arienti e Marco Mazzucconi “One art, please!” a Lugano. Courtesy of Primo Marella Gallery

Intervista a Stefano Arienti e Marco Mazzucconi

Dopo tante collettive oggi vi siete trovati per la prima volta insieme a Lugano, dal vostro esordio nell’esposizione alla Brown Boveri, la fabbrica dismessa dell’Isola che subì un’occupazione “ad arte”…
Stefano Arienti: È stato lì, infatti, che ci siamo conosciuti, insieme ad Amedeo Martegani e ad altri giovani aspiranti artisti. Il primo interesse venne dagli studenti della facoltà di Architettura del Politecnico, del corso di Corrado Levi che aveva raccontato cosa succedeva in quegli anni a New York, suscitando un desiderio di emulazione: “Anche noi vogliamo cercare delle fabbriche abbandonate in città e fare qualcosa d’arte dentro queste realtà”, dicevano. Così scoprirono la Brown Boveri. Volevano fare subito una mostra e provarono a coinvolgere senza successo anche gli studenti di Brera. Poi ci fu l’inverno ma già in autunno c’erano stati degli interventi fra cui quello dello stesso Corrado, sopra l’entrata dei cessi, dove appariva a grandi caratteri la scritta “Uomini” a cui aggiunse “di Corrado Levi”, e così nacque l’opera “Uomini di Corrado Levi”. Era il 1984 e, alla fine dell’anno, con Marco eravamo lì.

Quindi nel 1984 voi eravate già coinvolti in questa “occupazione”?
S.A. Siamo stati quelli della prima ondata. Informato dagli studenti di architettura, sono entrato insieme a loro spostando la lamiera che occludeva l’ingresso. Ci siamo infilati di soppiatto in questo spazio enorme, abbandonato da oltre vent’anni, dove abitavano dei clochard, c’era di tutto e crescevano persino delle piante. Con la primavera e il passaparola è aumentato il numero delle persone. In aprile l’occupazione aveva preso delle proporzioni ragguardevoli con la presenza di moltissime opere. L’inaugurazione fu a maggio, e poiché c’erano le elezioni comunali in vista, nessuna forza politica si pronunciò sull’argomento, però ci fu ugualmente una forte attenzione mediatica. Venne addirittura la RAI e, dopo una settimana, la proprietà murò le entrate dell’edificio che venne demolito dopo un mese. Poi ci incontrammo con Corrado e cominciammo anche a frequentare le sue lezioni. Teneva un corso molto stimolante, totalmente fuori dagli schemi.

Come mai avete cominciato a frequentare i suoi corsi, che cosa avevano di particolare?
S.A. Lui coinvolgeva un sacco di personaggi, anche estranei al campo dell’arte e dell’architettura. Le sue lezioni si trasformavano in vere e proprie performance: ricordo Tony Cragg e Daniel Buren; Rammelzee, il graffitista, che rispose in rima alle domande degli studenti… Le lezioni spaziavano da Carol Rama a Erik Satie, da Denis Santachiara a Cinzia Ruggeri, e c’erano ospiti come il dj Nicola Guiducci, Ringo, un parrucchiere di tendenza che tagliò i capelli in diretta, oppure il mago Alexander. Eravamo in una vera dimensione UFO… Esperienza che ha suscitato in me la curiosità per l’arte contemporanea. Poi Corrado ci ha coinvolto in diversi progetti. A partire da alcune mostre organizzate nello studio di Elisa Chierici e nel suo studio di Corso San Gottardo e al Castello di Volpaia. Poi ce ne furono altre, tra cui è rimasta memorabile quella al PAC nel 1986-87 intitolata Il Cangiante.

Dunque, eravate due giovani poco più che ventenni accomunati dalle stesse curiosità e aspirazioni. Che cos’è che vi faceva sentire affini?
S.A. Nessuno di noi proveniva da studi artistici, ma ne eravamo attratti. Però avevamo un atteggiamento indisciplinato, irregolare nei confronti di quell’arte così sacrale e seriosa, noi ironizzavamo sullo snobismo intellettuale, eravamo scettici. Incontrare dei coetanei aperti alla scoperta e alla libertà era sicuramente salutare.
Marco Mazzucconi: Questa libertà intellettuale la davamo per scontata, non era una roba costruita, eravamo veramente scanzonati. Io ho condiviso uno studio con Amedeo Martegani in via Bonghi e Stefano era un visitatore frequente, a un certo punto ci siamo messi a fare delle carte, cioè dei quadri giganteschi a muro, a quattro e sei mani. In parte furono anche esposti in un bar alla moda di Milano. Era un gioco sulla pittura fatto con grandissima disinvoltura e allegria, non era neanche previsto per una mostra, era un semplice divertimento fra di noi.

Che cos’è che vi accomuna ancora oggi?
M.M. Entrambi pratichiamo un’arte non assertiva. Mi sembra che in ciascuno ci sia una fase creativa in cui il “trastullarsi su un concetto” si trasforma in un’idea pratica che diventa la cornice in cui è possibile un abbandono quasi infantile; come il pongo su riproduzioni di capolavori o le chiusure lampo sulle immagini di Stefano; o, nel mio caso, gli schizzi di un fumettista, per citare i lavori in mostra; ma le serie su cui abbiamo lavorato sono dozzine, tutte diverse e accomunate da un approccio riconoscibile, nonostante i risultati formali estremamente vari.

Quali sono le maggiori differenze tra quello scorcio degli Anni Ottanta e la situazione attuale?
S.A. Non esisteva una comunicazione sull’arte contemporanea paragonabile a quella di oggi, a parte le poche riviste specializzate era tutto un passaparola. C’era una piccola, bizzarra comunità, che andava a scoprire le cose di cui ci giungeva notizia… Io ero timidissimo, acerbo e non mi sentivo un professionista. Sicuramente in quegli anni ero molto angosciato. Cercavo di fare le cose con calma, invece stranamente suscitavo interesse, tanto che, dopo la prima collettiva nel nell’85, la prima personale nello studio di Corrado Levi nell’86, seguita da quella in una galleria nell’87, nel ‘90 arrivai alla Biennale di Venezia.
M.M. Gli Anni Ottanta sono stati un’epoca felice, ho lavorato su tante idee, con materiali e soluzioni formali molto diversi, con gioia e disinvoltura, incoscienza. In generale il mio lavoro è andato avanti con ondate creative alternate a periodi di distacco e riflessione, durante i quali ho esposto meno, con la soddisfazione di aver creato qualcosa di non ripetitivo ma coerente. Alcuni dei lavori di quel periodo sono ancora rilevanti, altri si sono rivelati un binario morto da cui magari ho ripreso soltanto degli spunti a distanza di anni. I temi che mi affascinavano allora – la casualità, la percezione, lo slittamento di un pensiero più visuale ed emotivo che analitico – sono ricorrenti. Per me realizzare un’opera vuol dire scattare un’istantanea di un’oscillazione mentale, un fermo immagine nel processo del dubitare.

In Italia avete ricevuto una grande attenzione sulla stampa. Ma non sono mancate le critiche, giusto?
S.A. Giorgio Verzotti mi ha detto di recente che gli esponenti dell’Arte Povera hanno sempre fatto muro contro di noi. Certamente erano diffidenti, perché ci consideravano dei “vetrinisti” scriteriati. In particolare, Luciano Fabro (che pure aveva i suoi fabrini, bravissimi studenti come Bernard Rüdiger, Mario Airò, Liliana Moro e altri, facenti capo al “gruppo di Lazzaro Palazzi”) non ci apprezzava. Nei rapporti personali Luciano era disponibile e generoso ma aveva un atteggiamento a volte un po’ demolitorio. Lo stesso Fabro una volta mi chiese: “Come mai non sei contro gli altri artisti?” E io risposi che ero curioso del lavoro altrui e non dovevo cercarmi necessariamente nemici.
M.M. Per quanto mi riguarda non sono mai stato un artista politico. Anzi, ho sempre provato inquietudine nel dover prendere posizioni nette. Penso che il mondo sia troppo complesso per potersi questo. Di conseguenza, anche nel mio lavoro lascio la porta aperta a letture diverse e cerco di rendere un’idea in modi formalmente netti ma dando spazio alle interpretazioni di chi guarda. Cerco di fare un’arte che non dichiara nulla, ma che suggerisce più cose.

Quali sono gli scrittori che più avete amato e che hanno in qualche modo influenzato il vostro lavoro?
M.M. A me la letteratura ha ispirato tantissimo. Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa è una delle opere che rileggo ogni anno. Così come Shakespeare, che non finisce mai di emozionarmi. Mi sento debitore alla letteratura inglese da cui apprendo delle cose che cerco di trasferire nel mio lavoro. Ad esempio, Elmore Leonard, dai cui libri sono stati tratti film diretti da Tarantino, come Jackie Brown, mi affascina perché cerca di essere invisibile. Una situazione, una scena, viene descritta sempre dai diversi punti di vista dei suoi personaggi. È proprio questa caratteristica che cerco di adottare nel mio lavoro: evitare uno stile, evitare l’autorialità. L’autorialità e l’assertività sono inconcepibili nell’arte per me. Non amo l’arte politica. Così come mi disturbano le scritte, perché la lingua dev’essere una cosa dinamica e fluida e quando la si fissa al muro si paralizza. Certo, cerco di dare dei titoli personali ai miei lavori ma li pesco semmai dalla letteratura, certamente non dall’arte.

Tu, Marco, sei un cultore di ritmi latini e un ballerino di salsa. Queste tue passioni hanno qualcosa a che fare con la ricerca artistica?
M.M. Del ballo mi interessa soprattutto l’aspetto relazionale che cerco di coltivare anche nel mio lavoro artistico. Seguire un ritmo irregolare e complesso in due, condividere un equilibrio dinamico, sostenere una conversazione aptica, che coinvolge contemporaneamente tutti i sensi, vuol dire creare un’intimità talvolta sconvolgente, seppur effimera, con una persona, spesso sconosciuta. La continua improvvisazione, benché all’interno di una struttura piuttosto rigida, evita ogni forma di copione per cui nutro avversione. Il ballo è la manifestazione di una forma di intelligenza incarnata, quasi agli antipodi di quella che pretende di esercitare l’arte, spesso frigida e distante. Sono mondi che mi intrigano ma che non cerco di sovrapporre e in cui riesco a coltivare una sorta di appartenenza alternata che mi dà sollievo dalle rispettive chiusure. È rinfrescante cambiare talvolta completamente canale mentale, e una certa non-appartenenza per me è libertà. Confesso di sentirmi sempre un outsider. E, tornando al relazionale, cerco una sorta di intimità percettiva con l’Altro.

Vogliamo dire due parole sulla mostra di Lugano? Visto che eravamo in casa del tuo gallerista di riferimento, Marco, credo che tu abbia avuto un po’ il ruolo dell’anfitrione… Che cosa ha significato per te questa ultima esperienza?
M.M. Nutro per la pittura e per l’arte un senso di meraviglia, ma più spesso di noia. Questa mostra da Primo Marella per me è stata l’occasione di presentare una nuova serie di quadri, One art, please!, in cui esploro l’idea di pittura e il modo in cui viene percepita. In essi rappresento, potrei dire figurativamente, l’idea di quadro astratto, come finestra per l’attenzione su gesto e colore, ma anche come elemento d’arredo; come nelle meravigliose vignette metafisiche di Bob Mankoff e di tanti altri fumettisti che spesso inseriscono dei quadri per ambientare le loro scene domestiche. Già nella serie Informale visto dall’uomo e visto dal cane, che porto avanti dalla fine degli Anni 80, presentavo un quadro astratto accostato alla sua riproduzione in BN, accennando alla complessità della percezione della pittura astratta. Confesso che mi risulta sempre più difficile trovare un significato nella pittura non informata da un concetto. Può essere un modo un po’ facilone di fare arte.

Ci vuoi dire di più dei tuoi “One Art please!”, da cui deriva il titolo della mostra?
M.M. In questa serie cerco di ricreare quella freschezza e immediatezza senza pretese del fumettista, con dipinti che raffigurano quadri in prospettiva in un immaginabile white cube espositivo. Sono grandi schizzi veloci e decisi su carta, eseguiti con grafite e a volte anche con un po’ di colore, spatolato allegramente nei confini stabiliti della forma rettangolare del quadro rappresentato, con un accenno di cornice. Cerco, per quanto possibile, di non cadere in uno stile o in un linguaggio formale. Ogni cosa che ho fatto, detto o disegnato, rivista dopo poco mi mette un po’ a disagio e non mi sembra abbastanza, figuriamoci uno stile. Alla fine, la mia è una presa in giro affettuosa della pittura, a cui confesso di voler bene.

Alberto Mugnaini

Lugano // fino al 9 ottobre 2026
One Art, Please! Stefano Arienti e Marco Mazzucconi
GALLERIA PRIMO MARELLA – Via Pasquale Lucchini, 10
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Alberto Mugnaini

Alberto Mugnaini

Alberto Mugnaini, storico dell’arte e artista, si è laureato e ha conseguito il Dottorato di Ricerca all’Università di Pisa. Dal 1994 al 1999 ha vissuto a New York, dove è stato tra i fondatori del laboratorio di design “New York…

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