Nel Padiglione Oman alla Biennale i visitatori camminano sulla sabbia sotto una costellazione d’argento. L’intervista 

Haitham M. Al Busafi, curatore e artista del Padiglione Oman alla Biennale 2026, ci racconta il suo progetto Zīnah in cui rappresenta paesaggio e tradizioni del Paese attraverso l’incontro tra l’argento e la sabbia

Ispirato alla filosofia degli ornamenti d’argento per i cavalli, Zīnah  trasforma questa antichissima tradizione omanita in un ambiente monumentale e partecipativo fatto di sabbia, metallo sospeso e suoni generati collettivamente. Haitham M. Al Busafi (Muscat, 1985) insieme curatore e artista del Padiglione Oman alla Biennale di Venezia 2026, racconta la genesi del progetto e la sua visione del futuro culturale del suo Paese.

Ritratto di Haitham Al Busafi. Ph: M. Yaseen
Ritratto di Haitham Al Busafi. Ph: M. Yaseen

Intervista a Haitham M. Al Busafi curatore e artista del Padiglione Oman alla Biennale 2026

Come hai concepito il progetto del Padiglione?
Ogni opera, per me, inizia con una tensione tra ciò che è ereditato e ciò che ancora aspira a prendere forma. Zīnah è nata dalla consapevolezza che l’ornamento non è secondario al significato; è uno dei modi più antichi in cui gli esseri umani dichiarano il proprio valore. In Oman, la tradizione dell’ornamento in argento per i cavalli racchiude una profonda filosofia; non è soltanto un ornamento posto su un animale. È un atto relazionale: una dichiarazione che il cavallo non è uno strumento, ma un compagno, un essere degno di bellezza, dignità e presenza.

Praticamente com’è nato il progetto?
Il Padiglione è nato dall’incontro tra due materiali: sabbia e argento. La sabbia è instabile, granulare, antica e collettiva. Rifiuta la fissità. L’argento, al contrario, possiede peso, lucentezza, memoria e artigianalità. Ho voluto mettere in dialogo diretto queste due condizioni: la terra cruda dell’entroterra desertico dell’Oman e la raffinata densità della lavorazione dei metalli. Non volevo esporre il patrimonio come una reliquia, né tradurlo in un motivo decorativo. Volevo liberarne la forza spaziale, sonora e filosofica. A Venezia, Zīnah diventa una soglia dove la storia materiale dell’Oman entra nel linguaggio architettonico contemporaneo.

Cosa significa rappresentare il tuo Paese a Venezia?
Rappresentare l’Oman non significa riassumerlo. Nessun padiglione può contenere la totalità di un luogo, e diffiderei di qualsiasi opera che pretendesse di farlo. Per me significa portare una certa frequenza del Paese in uno spazio globale: non solo la sua immagine, ma la sua intelligenza, la sua moderazione, la sua memoria materiale e la sua etica relazionale. L’Oman viene spesso compreso attraverso la geografia, il deserto, la costa, la montagna, il mare, ma questi non sono paesaggi passivi. Sono strumenti culturali. Hanno plasmato il modo in cui le persone si muovono, costruiscono, commerciano, ascoltano, resistono e si prendono cura. L’Oman è stato storicamente un ponte: tra la penisola arabica, l’Africa orientale, l’Asia meridionale e il più ampio mondo dell’Oceano Indiano. Questa storia marittima è importante perché resiste all’isolamento. La cultura dell’Oman si è sempre formata attraverso il movimento, lo scambio e il ritorno. Oggi, mentre guardiamo verso un futuro tecnologico, ambienti immersivi e nuove forme di intelligenza progettuale, questa stessa logica continua. Rappresentare l’Oman significa dimostrare che patrimonio e futuro non sono forze opposte. Sono due correnti nello stesso mare.

Come vorresti che il Padiglione coinvolgesse i visitatori?
Mi interessa il visitatore non come spettatore, ma come corpo che entra in contatto con le conseguenze. Le mostre contemporanee spesso chiedono ai visitatori di guardare, leggere e andare avanti. Zīnah chiede loro di rallentare, di sentire il terreno modificare il loro passo, di riconoscere che anche il più piccolo movimento ha una vita acustica e spaziale. La premessa filosofica è semplice ma impegnativa: la presenza non è mai neutra. Entrare in uno spazio significa cambiarlo. L’installazione inizia dal corpo. Il visitatore mette piede sulla sabbia e immediatamente l’autorità del pavimento del museo scompare. La sabbia destabilizza il ritmo del consumo. Richiede un adattamento. Rende di nuovo consapevole il camminare. In alto, le forme metalliche sospese – derivate dal linguaggio di Al Zaanah – rispondono attraverso il movimento e il suono. Il visitatore non si limita ad attivare l’opera; viene coinvolto nel suo significato. Storicamente, il cavallo si muoveva sulla sabbia indossando l’argento. Qui, questa relazione è invertita: l’essere umano si muove sulla sabbia mentre l’argento si muove sopra la sua testa. Il visitatore diventa il corpo adornato.

Quanto sono profonde le radici e le tradizioni omanite nella tua pratica?
Sono un metodo di pensiero. La tradizione omanita, per me, non è un archivio chiuso. È un agente creativo vivente, capace di produrre nuove forme spaziali, tecnologiche e concettuali. Sono meno interessato a ripetere immagini ereditate che a chiedermi quale tipo di intelligenza racchiudano. Quali sistemi di relazione codificano? Quali decisioni materiali preservano? Quali forme di bellezza, cura, gerarchia o resistenza rendono visibili? In Zīnah, non riproduco la tradizione come illustrazione. La ingrandisco, la sospendo, la meccanizzo e le permetto di diventare un ambiente. Questo non è un tradimento del patrimonio; è una continuazione della sua vitalità. Se una tradizione può sopravvivere solo rimanendo immutata, allora è già indebolita. Ma se è in grado di generare nuove esperienze, nuove architetture, nuovi suoni e nuove domande, allora è viva.

Come descriveresti la scena artistica contemporanea omanita?
Sta emergendo con una forza particolare, non la forza dello spettacolo, ma della densità. Non cerca di imitare la velocità di altri centri culturali della regione. La sua forza risiede altrove: nella lentezza, nell’intelligenza materiale, nella negoziazione tra terra, memoria, artigianato, architettura e nuovi media. La posizione dell’Oman nel Golfo è peculiare perché il suo immaginario culturale è plasmato non solo dal deserto, ma anche dal mare, dalle rotte commerciali, dalle migrazioni, dagli scambi marittimi e da una lunga storia di movimenti verso l’esterno. Ciò che vedo ora è un passaggio dalla rappresentazione alla proposta. Artisti e designer non si chiedono più solo come rappresentare l’identità omanita, ma come pensarla. Questa è una differenza importante. La domanda diventa: come possono le forme ereditate diventare strutture concettuali? Come può l’artigianato andare oltre la conservazione per entrare nella sperimentazione? Come possono architettura, suono, performance, ricerca sui materiali e tecnologia diventare linguaggi per il pensiero culturale? C’è anche una nuova fiducia nella complessità. La scena si sta allontanando dal peso di doversi spiegare troppo in fretta. Sta iniziando a fidarsi dell’opacità, dell’atmosfera e della stratificazione dei significati. È qui che l’Oman ha qualcosa di vitale da offrire a livello internazionale.

Quanto è forte il sostegno pubblico alla cultura in Oman?
La cultura è sempre più compresa non come un accessorio dello sviluppo nazionale, ma come uno dei suoi pilastri. Questo è essenziale. Il futuro di un Paese non può essere costruito solo attraverso infrastrutture, economia e tecnologia; deve essere costruito anche attraverso l‘immaginazione. La cultura dà forma alle domande più profonde sull’identità: chi siamo, cosa ereditiamo, come cambiamo e cosa scegliamo di portare avanti. Nel quadro di Oman Vision 2040, cresce la consapevolezza che la produzione culturale non è semplicemente gestione del patrimonio. È un campo strategico attraverso il quale una nazione comprende se stessa e comunica con il mondo. Il sostegno alla presenza dell’Oman a Venezia riflette questo cambiamento. Afferma che l’arte non è marginale nella vita pubblica. È uno spazio in cui la memoria nazionale, il pensiero contemporaneo e le aspirazioni future possono incontrarsi seriamente.

Niccolò Lucarelli

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Zīnah. Haitham M. Al Busafi Padiglione Oman – 61° Biennale Arte di Venezia
CORDERIE – Campo della Tana 2169/F
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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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