A Roma c’è una mostra dove la pittura è sospesa tra filosofia e natura
É una ricerca densa e profonda quella dell'artista Vera Portatadino che propone, alla Galleria Richter di Roma fino all’11 settembre, un corpus di dipinti che nascono da riflessioni filosofiche per indagare l’inconscio e il rapporto uomo-natura
Come sottolinea Ilaria Gianni nel testo critico della personale Talking to Stranger at Night, alla Galleria Richter Fine Art, la ricerca artistica di Vera Portatadino (Varese, 1984) si avvicina al concetto heideggeriano di “Lichtung” che individua nella radura, nel bosco, il luogo di manifestazione dell’essere, una sorta di “passaggio” che permette di varcare la soglia dell’ignoto.

L’ispirazione filosofica di Vera Portatadino in mostra a Roma
Tra le fonti d’ispirazione di Portatadino spicca Chiari del bosco,1977, della filosofa e saggista spagnola Maria Zambrano (Vélez-Málaga, 1904 – Madrid, 1991), per la quale il chiarore irrompe nell’oscurità del bosco come una fonte energetica in grado di spezzare la linearità del pensiero. Si tratta un processo che ha a che fare con la conoscenza, con angolature mistiche a cui la stessa Zambrano fa riferimento nell’opera del ‘77, un concetto contiguo a quello d’identità, a lei caro, così come agli innumerevoli intellettuali spagnoli costretti alla fuga dalla dittatura franchista. La rivelazione, perciò, secondo la poetica dell’autrice, deve avvenire in una condizione di naturalezza e di fluidità e, proprio per questo, la ragione di per sè non può prescindere dall’irrazionalità e, quindi, dall’imprevedibilità. È questo il motivo per cui per Zambrano i “chiari” possono essere addirittura disturbanti, ma oltremodo rivelatori, come afferma nell’incipit dell’opera: “Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. […] È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro”. (Milano, SE, 2016, a cura di Carlo Ferrucci).
L’oscurità nella ricerca di Vera Portatadino alla Galleria Richter di Roma
Quando si parla di oscurità, perciò, il rimando è per lo più ad una condizione in cui è necessario saper stare, una sorta di preparazione ad accogliere i getti luminosi e subitanei del pensiero, una visione che è alla base dei lavori di Vera Portatadino. Se si guardano opere come Notturno (Sull’amore), 2024, Notturno (Autoritratto), 2024, Moon Effect, 2026 e Apparente, Disparato, 2026, dove a prevalere sono i colori più scuri, la sensazione è, paradossalmente, quella di trovarsi di fronte ad una reale fonte di luce, a differenza di Come una nuvola, 2026 e La cicuta, 2026, in cui un rosa sporcato da altre sfumature apre a sensazioni d’inquietudine e incertezza. In questi casi il bosco è catalizzante, le tele ricordano un’apertura, la porta d’entrata in un ambiente di giorno ostile e di notte ricomposto su un equilibrio a sé stante.
1 / 5
2 / 5
3 / 5
4 / 5
5 / 5
L’inconscio: un elemento cardine nella pratica di Vera Portatadino
Il binomio “notte/ricerca” e “luce/rivelazione” non ha, quindi, nulla di didascalico. Portatadino fa implodere l’inconscio, in buona parte resistente al cambiamento, e inserisce simboli a mo’ di testo cifrato come, appunto, in Notturno (Autoritratto), 2024. Nella sua visione non esiste un ordine in cui l’anima deve e può muoversi, come emerge in Due, 2026 e in Woman, 2026, un’opera in cui la donna semi nascosta sembra attendere che ci accorgiamo della sua presenza, per restituirci la verità custodita dall’ambiente naturale.
L’essenza del rapporto uomo-natura nella pratica di Portatadino
L’intento di Portatadino, perciò, non è solamente quello di rappresentare il rapporto uomo-natura, ma di scavare più a fondo, santificarne il principio fino a riportare la complessità del mondo naturale al suo aspetto primordiale. Tutto questo ha necessariamente a che fare con la nostra gestione dell’ambiente in termini di ecologia, per traslare il discorso su un piano attuale: è nel mezzo della vegetazione che è possibile riappropriarsi del pensiero e del linguaggio. Lo sconosciuto del titolo cos’altro potrebbe essere se non il nostro inconscio, una raffigurazione più umana del nostro riflesso, o la natura stessa. Per l’artista, dunque, non si tratta solamente di difendere l’ambiente, ma di accettarne la superiorità e l’autonomia rispetto alla nostra esistenza. Una visione senza dubbio proiettata verso un concetto di preservazione e valorizzazione che ci spinge a riflettere sul potere che l’arte esercita sulla nostra consapevolezza, perché ciò che cerchiamo spesso si manifesta con la fluidità di quell’energia antica e vitale che si cela nei chiaroscuri dell’inconscio.
Beatrice Andreani
Roma // fino all’11 settembre 2026
Talking to Strangers at Night. Vera Portatadino
GALLERIA RICHTER FINE ART – Vicolo del Curato, 3
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati