L’addio alla borghesia e lo spettro del Novecento al festival del Cinema di Cannes
Mai come quest’anno, grazie proprio alla mancanza di film americani, abbiamo assistito a una concentrazione assoluta di film che puntavano al cuore dell’Europa, alla rilettura del suo 900, all’esplosione della sua idea di famiglia borghese che tanto abbiamo inseguito negli anni
Abbiamo imparato qualcosa dalla visione quasi ininterrotta (dormire-mangiare-scrivere) di quasi 40 film internazionali, senza un film italiano, a Cannes? Non so. Provo a dire. Che la borghesia è finita? Magari non è una novità. E con le coppie borghesi non si faceva gran cinema.
I film a Cannes 2026
Oggi, per trovare situazioni familiari borghesi almeno da mettere in discussione dobbiamo andare nella Russia ricostruita fuori dalla Russia di Putin nel bellissimo Minotaur di Andreï Zvyagintsev. Dove il regista recupera il plot di un vecchio e celebre film di Claude Chabrol Anni ’60, Stephane, una moglie infedele, triangolo con delitto, ma non l’amante che uccide il marito, ma il marito che uccide l’amante e la moglie finalmente lo apprezza. Ma non lo fa per la storia in sé, perfetta anche rispetto al film di Chabrol, quanto perché gli permette di partire da quella per sviluppare un tema ben più attuale, quello dell’invasione dell’Ucraina e di come sia stata vissuta dai russi benestanti. Di solito le coppie borghesi servono solo per esplodere. Penso a La vie d’une femme di Caroline Bourgeois-Tacqet che vede protagonista una chirurga ammalata di lavoro che fa tutto e a casa ha un marito orsacchiotto un po’ inutile, che come riceverà le proposte di una giovane scrittrice, Melanie Thierry, diventerà lesbica.

La borghesia nel cinema contemporaneo
Meglio di tornare dal marito in formato divano col bicchiere in mano… In Gentle Monster di Marie Kreutzer la coppia borghese perfetta formata da Léa Seydoux e da un marito simpatico, documentarista, si frantuma appena arriva il sospetto che il marito sia un pedofilo. In Nagi Notes di Koji Fukada la coppia borghese che si forma sotto i nostri occhi è quella formata da due vecchie amiche che si vogliono bene e finiranno per invecchiare insieme come le vecchie signori che a Prati vanno al cinema Eden a vedere i film. Ma più che una scelta borghese sembra una scelta disperata. Come tanti personaggi visti a Cannes, una delle protagoniste, ahinoi, è un’artista plastica. Fa terribile sculture-ritratti in legno scavando enormi tronchi d’albero (ricordate lo sketch del “troncio” con Ugo Tognazzi che da un tronco d’albero fa uscire uno stuzzicadenti? Uguale). In Amarga Navidad di Pedro Almodovar, ovviamente, la tranquillità borghese dei due protagonisti, lui scrittore di film lei la sua “prima lettrice”, è una coppia solo di apparenza. Perché lui ha un altro, bello, giovane e maschio. E quando si passa al film nel film lui, lo scrittore, diventa Eva, la protagonista. La coppia più tradizionale uomo-donna di Sheep in the Box di Hirokazu Kore eda affronta la morte dell’unico figlio con un sostituto umanoide, identico a Astro Boy, eroe dei primi manga giapponesi della storia.

La famiglia nel cinema (anche di fantascienza)
Sarà proprio lui, costruito per riunificare la famiglia borghese, a mostrare alla mamma architetta organica e al padre falegname alla Geppetto, la strada. Un grande, gigantesco albero-madre-casa dove costruire una nuova famiglia che comprenda umanoidi e umani senza distinzione fuori da ogni convenzione borghese. Alla fine i film più tradizionalmente borghesi sono quelli di piccole cinematografie, come Siempre soy tu animal materno della costaricana Valentina Maurel. Padre separato professore con fidanzata giovane, madre poetessa che torna a scrivere dopo anni, una sorella più tranquilla che studia in Europa, una sorella più svitata che frequenti punk-a-bestia, rapper, e tiene d’occhi i fantasmi locali, gli Yuribes. E questo è il massimo della commedia borghese tradizionale. Anche se potremmo infilarci, alla fine, anche il plot comedy dell’ultra queer Club Kid di Jordan Firstman, dove il protagonista, agitatore delle notti gaie più scatenate di New York, scopre di essere padre a quarant’anni di un ragazzino di dieci pazzo per la musica rock di vent’anni prima. Diventando padre, come fosse un Checco Zalone qualsiasi, diventerà anche non dico etero, ma quella figura che non esiste nella gran parte dei film che vediamo. Perché i temi sono altri. Almeno credo.

L’Europa del Novecento
Il tema più importante, quello che si rincorre di film in film e che, guarda un po’, non riguarda il cinema americano, che c’è per modo di dire quest’anno a Cannes, il solo Paper Tiger di James Gray nel concorso…, è quella della grande rilettura dei sogni e dei disastri dell’Europa dei padri nel ’900. A pensarci, un tema clamoroso. E meraviglioso. È quello che cercano Thomas, Erika e Klaus Mann in Fatherland di Pawel Pawlikowski tornando nel 1948 in una Germania già divisa tra Est e Ovest. Ma non troveranno più nemmeno una casa, figurarsi una patria. E Klaus preferirà spararsi piuttosto che affrontare l’orrore del 900 dopo la guerra. In La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, le tre storie ambientate nel 1932, 1937 e 2017, non devono solo raccontare storie di omosessualità diverse negli anni, ma devono ricostruire, forti del recupero della figura e della morte di Federico García Lorca, una Spagna frantumata dalla guerra civile e dal fascismo, non solo spagnolo, che l’ha provocata. Un fascismo che è un machismo omofobo che ci portiamo dietro da allora e che, apparentemente, non abbiamo ancora superato.
Gli eroi del cinema
Perfino in Moulin di Laszlo Nemes, ricostruzione della cattura del capo della Resistenza francese, Jean Moulin, e del trattamento terribile che gli infligge il capo della Gestapo, Klaus Barbie, per farlo parlare, il rapporto Francia-Germania, fascismo-resistenza, diventa fondamentale non solo per la storia, quanto per il funzionamento del film e del personaggio. Gilles Lellouche, come Jean Moulin, si trova infatti a interpretare il prototipo degli eroi del cinema di Jean-Pierre Melville, il Lino Ventura di L’armata delle ombre ma anche l’Alain Delon di Le samourai. Soudain di Ryusuke Hamaguchi spinge all’estremo il desiderio di affrontare il cuore del 900, quello dell’inclusione e del pensiero di Franco Basaglia, e le sue due protagoniste, la Marie-Lou di Virginie Efira e la Marie di Tao Okamoto, passeranno una notte, un’ora esatta di film, a spiegarci come il capitalismo abbia invecchiato i paesi riducendone le natalità e di come proprio il capitalismo abbia un rapporto diretto con la democrazia e risponda con ogni tipo di esteriorità, come la guerra, per proteggere la sua sopravvivenza. La guerra, la Grande Guerra, torna in Coward di Lukas Dhont. In Fjord di Cristian Mungiu il tema è il razzismo nella stessa emancipata Europa, per cui una famiglia rumena evangelica non può avere vita facile nella Norvegia apparentemente progressista. Mai come quest’anno, grazie proprio alla mancanza di film americani, abbiamo assistito a una concentrazione assoluta di film che puntavano al cuore dell’Europa, alla rilettura del suo 900, all’esplosione della sua idea di famiglia borghese che tanto abbiamo inseguito negli anni. Non esiste il film con una coppia etero innamorata. Il film più romantico ce si è visto è The Man I Love di Ira Sachs con Rami Malek che muore di Aids nella New York degli Anni ’80. Il film più queer non è La bola negra, ma Ula del lettone Viesturs Kairiss, dove la protagonista, Ula, contadina lettone alta due metri che salverà la sua vita col basket, è interpretata da un attore maschio, autore anche della sceneggiatura. Diventare Ula era il suo sogno.
Marco Giusti
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