Il cinema come stanza del lutto. A Cannes il nuovo film di Pedro Almodóvar
Nel nuovo film presentato a Cannes 2026, e in sala dal 21 maggio 2026, Pedro Almodóvar trasforma l’autofinzione in un bilancio esistenziale sul dolore, la memoria e il prezzo umano della creazione artistica
C’è un momento, dentro Amarga Navidad, in cui si comprende che Pedro Almodóvar non sta più semplicemente raccontando una storia. Sta interrogando la propria vita attraverso il cinema, o forse il cinema attraverso ciò che resta della vita quando il desiderio si confronta con l’età, con il lutto e con la paura della scomparsa. Il metacinema di Almodóvar non è certo una novità, ma qui il dispositivo dell’autofinzione assume un carattere quasi testamentario.

Il film di Pedro Almodóvar a Cannes
Non più gioco postmoderno, ma necessità emotiva. Il film procede infatti su più piani narrativi e temporali, intrecciando memoria, invenzione e presente in un continuo slittamento di specchi. Come nel miglior Pirandello, quello dei Sei personaggi in cerca d’autore, gli abitanti del sogno (memoria) almodovariana sembrano prendere vita mentre vengono scritti, sottraendosi progressivamente al controllo del loro creatore. La frontiera tra realtà e finzione evapora. Il cinema diventa una superficie riflettente che deforma la vita senza mai allontanarsene davvero. E la vita, suggerisce Almodóvar, è anzitutto dolore, perdita, assenza.
L’inizio del film ritrova il regista nella sua forma più brillante: colori saturi, scenografie iper-espressive, costumi che funzionano come una vera e propria cromoterapia. Ogni ambiente sembra concepito per arginare il vuoto.
“Amarga Navidad”: la trama
Anche la musica, onnipresente, non accompagna semplicemente le immagini ma le invade, le sospende, le rende febbrili. Al centro della vicenda c’è Elsa (Bárbara Lennie), regista e sceneggiatrice in crisi dopo la morte della madre. Elsa vive in uno stato di oscillazione permanente tra ciò che accade e ciò che potrebbe diventare racconto. Non riesce più a distinguere la propria esistenza dal film che sta tentando di scrivere. Vive con Beau, il pompiere e spogliarellista che introduce la dimensione carnale, ironica e vulnerabile che Almodóvar continua a cercare nei suoi corpi maschili. Elsa accudisce le due amiche Patricia (Vicky Luengo) e Natalia (Milena Smith, tra le più intense rivelazioni del recente cinema almodovariano), segnate da abbandono e lutto. Su di un piano parallelo e intrecciato si muove Raúl (Leonardo Sbaraglia), regista in crisi creativa come il Guido di 8e1/2 di Fellini, nonché alterego di Almodovar che trae spunti narrativi dalle confessioni personali della sua fedele amica e assistente Monica (Aitana Sánchez-Gijon), tradendone la fiducia pur di realizzare un ultimo film.

“Amarga Navidad”: la morale della creazione artistica
Amarga Navidad non riflette soltanto sul dolore individuale, ma sul prezzo morale della creazione artistica. Ogni artista, sembra dirci Almodóvar, costruisce le proprie opere utilizzando inevitabilmente le vite degli altri. Per ogni cineasta celebrato esistono persone rimaste nell’ombra: compagni, amanti, collaboratori, amici, figure silenziose che hanno sostenuto, custodito o persino sacrificato parti della propria esistenza affinché quell’opera potesse nascere.
Fellini nel cinema di Almodóvar
La terza età, allora, diventa per Almodóvar il tempo della restituzione e forse anche del rimorso. Non a caso il film dialoga continuamente con Federico Fellini, evocato esplicitamente come maestro capace di trasformare il caos autobiografico in apparizione cinematografica. In filigrana riaffiora così tutta la biografia del cineasta spagnolo, eppure il finale non è disperato. Almodóvar comprende forse che ciò che deve perdonarsi non è l’aver trasformato il dolore in spettacolo, bensì il fatto di aver avuto il talento e la sensibilità per dargli forma. Perché il cinema, come diceva sua madre, leggendo lettere dense di dettagli inventati ai destinatari analfabeti del suo villaggio, serve anche a questo: rendere la realtà più vivibile.
Nicola Davide Angerame
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