L’Arte Cinetica di Alberto Biasi da vedere in una mostra in Friuli
Tra immaginazione e razionalità si colloca la ricerca di uno degli esponenti più rappresentativi della Neoavanguardia Italiana, ideatore di opere in bilico tra pittura e scultura che fanno del dinamismo un’esperienza diretta
Venti opere per testimoniare il percorso creativo di uno degli esponenti più rappresentativi della scena artistica. L’input all’arte di Alberto Biasi (Padova, 1937), esponente di spicco della Neoavanguardia italiana e tra i fondatori del Gruppo N, operante a Padova tra il 1960 e il 1966, lo dà la sperimentazione. Con oltre sessant’anni di attività alle spalle, l’autore continua a essere protagonista della scena artistica attuale e così per approfondire la sua ricerca sul movimento e sulla percezione visiva, è stata organizzata la mostra Alberto Biasi e il dinamismo nell’arte contemporanea, negli spazi di Palazzo Ragazzoni a Sacile, in provincia di Pordenone. L’esposizione, curata da Giovanni Granzotto e Stefano Cecchetto, vede l’artista padovano protagonista di un percorso che, con circa venti opere, ne racconta il percorso creativo, includendo anche lavori di altri artisti rappresentativi dell’Arte Cinetica, Programmata e Optical. Tra questi, Josef Albers che con i suoi quadrati annidati, esplora la relazione tra i colori. Victor Vasarely, uno dei fondatori del movimento artistico della optical art. E ancora alcuni rappresentanti del Grav, Group de Recherche d’Art Visuel, fondato a Parigi nel 1961: Yvaral, Julio Le Parc e Francisco Sobrino.

Il dinamismo di Alberto Biasi in mostra a Palazzo Ragazzoni in Friuli-Venezia Giulia
Incanalata nella ricerca ottico-cinetica internazionale l’arte di Biasi tende quindi all’equilibrio tra immaginazione e razionalità, arte e scienza. Setacciando gli effetti visivi ottenuti mediante l’utilizzo di linee, forme geometriche e movimento, l’artista ha fornito un contributo determinante alla crescita di quel nuovo linguaggio artistico volto a esplorare la relazione tra opera d’arte e spettatore. Infatti, nei lavori del Maestro padovano il dinamismo non è solo un presupposto, ma è la conseguenza di un’esperienza diretta: il cambio di prospettiva di chi guarda muta forme e colori, rendendo lo spettatore co-protagonista del processo percettivo. Per questo Granzotto definisce Biasi “il grande alchimista del dinamismo virtuale, capace di creare un movimento all’interno dell’opera, pur non muovendola”.

Le opere di Alberto Biasi in provincia di Pordenone
Non a caso Biasi agli inizi degli Anni Sessanta realizza Le trame, cartebucate sovrapposte e collage di lamiere forate, identificabili come referti reticolari in cui la modularità ha effetti ottico-cinetici nel rapporto tra la luce e il movimento dello sguardo. Il percorso a Sacile prosegue con le Torsioni, lamelle convergenti verso un punto prefissato, circolari, rettangolari o quadrate, il cui scopo è avvitare la luce, stimolando l’osservatore a spostare il proprio punto di vista. Stessa reazione che suscitano i Rilievi ottico-dinamici, creati accavallando due livelli, in cui il primo è costituito da strutture lamellari che, distaccate tra loro, creano dei segmenti dai quali emerge l’immagine del secondo livello, spesso rappresentato da forme lineari o curve.

Alberto Biasi e l’idea della molteplicità nei lavori tra pittura e scultura a Salice
La serie dei Politipi è un corpus di lavori in cui Biasi raggiunge uno dei momenti più alti e innovativi della sua produzione artistica. Magari utilizzando titolo misteriosi, come I dubbi dell’architetto. Queste opere, che rimandando all’idea di molteplicità, sono strutture tridimensionali in cui si sovrappongono elementi diversi per produrre effetti ottici di profondità, dinamismo e vibrazione cromatica. Sono opere che vanno oltre la pittura e la scultura. Si innestano in uno spazio ibrido, a metà tra l’oggetto e il quadro, tra rilievo e installazione. Come già ribadito, Biasi invita l’occhio a intravedere il cambiamento e la trasfigurazione ininterrotta della forma. Ogni passaggio di luce, ogni movimento del corpo davanti all’opera suscita nuove percezioni, rinnovando di continuo il confine tra il visibile e l’intuibile.
La mostra propone anche l’incontro con alcuni “dinamici compagni” di viaggio, come Gianni Colombo, Getulio Alviani e Davide Boriani con la sua «Superficie magnetica» (1959-62) dove polvere di ferro e alluminio si muovono, si uniscono e si disfano attirati da una calamita manovrata da un motore elettrico.
Fausto Politino
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