Una chiacchierata a tutto campo con la Senior Curator del Department of Architecture & Design del MoMA. Dalla mostra “Items. Is fashion modern?”, al via a ottobre, alle “proteste propositive” a supporto delle vittime del muslim ban di Trump; dai cambiamenti nello skyline di New York alla necessità di uno sforzo coordinato tra pubblico e privato per rendere Milano la capitale del design mondiale.

Al MUBA, il Museo dei Bambini di Milano, la serie di incontri Munari oltre Munari, curata da Francesco Dondina, si è conclusa con la partecipazione eccezionale di Paola Antonelli. Gli eventi sono stati organizzati nell’ambito della riedizione di Vietato non toccare, l’interessante mostra-gioco interattiva rivolta innanzitutto ai bambini, che completa con un approccio originale il ricco calendario di iniziative dedicate a Bruno Munari. Proprio al poliedrico artista milanese, scomparso diciannove anni fa, è dedicata Bruno Munari. Aria | Terra, in apertura il 9 aprile al Palazzo Pretorio di Cittadella. Come ha illustrato Elena Dondina, Presidente del MUBA, “Il ciclo ha avuto un grandissimo successo, ha portato al MUBA un pubblico nuovo, più vario e “adulto” di quello a cui si rivolge la mostra, e ci ha fornito un modello che senza dubbio replicheremo. Siamo estremamente grati e onorati che Paola abbia accettato il nostro invito, attraversando l’oceano apposta per l’occasione”.

DAL MOMA AL MUBA

Classe 1963, milanese trapiantata a New York, Antonelli è Senior Curator del Department of Architecture & Design del MoMA. Al MUBA, il suo intervento su Munari e il design ha avuto la spontaneità e la disinvoltura di un flusso di coscienza, e ha preso avvio da una domanda per assurdo: “Cosa farebbe Munari, oggi?”. Sovrapponendo la propria prospettiva a quella del grande designer, “donatore universale per tutti coloro che sono venuti dopo di lui”, Antonelli ha accompagnato il pubblico in un’esplorazione appassionante e sconcertante, sintetica e al tempo stesso ricca di contenuto, attraverso gli esperimenti più interessanti del design contemporaneo. Design che, a suo parere, deve liberarsi dallo “strapotere del mobile”, ancora fortemente radicato nell’immaginario collettivo, abbracciare ambiti d’azione nuovi e più ampi, per ricominciare così a influire concretamente sulla qualità delle nostre vite.

Paola Antonelli al MUBA, il Museo dei Bambini di Milano, 2017
Paola Antonelli al MUBA, il Museo dei Bambini di Milano, 2017

L’INTERVISTA

A cosa sta lavorando al MoMA? Quali anticipazioni può darci sulla stagione espositiva 2017?
Mi sto concentrando in particolare sulla mostra Items. Is fashion modern?, che aprirà il prossimo primo ottobre. Abbiamo selezionato centoundici items, articoli di vestiario, intesi in senso lato come “cose che si possono mettere addosso”, e che hanno avuto un’influenza potente sul mondo occidentale nel XX e XXI secolo. Si va dal little black dress, il piccolo vestito nero, al sari, dalla kippah alla kefiah fino agli occhiali Ray-Ban Aviator. Questi oggetti, riuniti nel racconto della mostra, diventano un modo per esplorare certamente l’estetica che li connota e la tecnologia legata alla loro produzione, ma anche tematiche molto più ampie e trasversali, dall’economia alle labour practices, dall’ecologia al senso di responsabilità. Items è al tempo stesso una mostra di bel design e una mostra molto seria, che prova a spiegare come il design possa aiutare tutti a essere dei cittadini migliori.

Nella nuova epoca Trump, il MoMA ha assunto un ruolo da capofila nella cordata di istituzioni culturali che ne osteggiano apertamente le politiche xenofobe e autarchiche. Cosa può fare un museo così prestigioso in un momento delicatissimo della storia degli USA e del mondo?
Tengo a sottolineare che le nostre iniziative non sono contro Trump. Piuttosto, sono delle manifestazioni di solidarietà nei confronti di tutti i cittadini del mondo, alcuni dei quali sono anche residenti americani, che sono stati selezionati all’interno del muslim ban. Quest’ultimo, infatti, altro non è che una rappresaglia, condotta in maniera del tutto insensata. È un modo positivo di protestare, e non negativo. A mio parere questo approccio è molto importante perché, quando ci si trova in situazioni come quella odierna, proteste semplicemente d’attacco e negative non sono mai efficaci quanto quelle propositive, costruttive.

Dal 1994, quando è arrivata a New York, la città è cambiata profondamente. Dopo l’11 settembre, il sindaco Bloomberg ha dato un fortissimo impulso alla riprogettazione degli spazi pubblici modificando radicalmente anche il modo in cui la città è percepita e raccontata nel mondo. Qual è la sua opinione in relazione all’ultimo ventennio?
Sono felice di constatare che negli ultimi anni New York è riuscita a riappropriarsi efficacemente di molti suoi spazi. Trovo questa evoluzione molto interessante, tanto più perché in tutto il mondo il modo di pensare alla città sta cambiando. New York è sempre stata terribilmente in ritardo rispetto a tante altre metropoli. Quando si parla di nuove tecnologie, si utilizza spesso il termine early adopter; io dico sempre che New York, nei fatti, è una late adopter.

Vietato non toccare. MUBA, Milano 2017
Vietato non toccare. MUBA, Milano 2017

Che cosa intende?
Non c’è stato un treno che arrivasse all’aeroporto fino a pochissimi anni fa e anche adesso bisogna comunque cambiare su più linee; l’utilizzo della bicicletta non è ancora considerato come completamente “normale”, mentre in gran parte del resto del mondo questo passaggio culturale è già avvenuto. E poi la raccolta differenziata! Non c’è ancora l’umido diviso dal resto dei rifiuti. Ricordo che quando arrivai a New York, ventitré anni fa, già abituata in Europa all’idea che una lattina non potesse essere buttata insieme alla spazzatura normale, rimasi letteralmente scioccata. Detto questo, come la Cina, ormai sull’orlo del precipizio, sta sviluppando per necessità una consapevolezza ambientale, allo stesso modo anche New York è riuscita a riprendersi poco prima del tracollo, innanzitutto inventando al suo interno alcuni spazi eccezionali.

Quali sono stati gli interventi di maggiore rilievo?
Si cita sempre la High Line, ma altrettanto importanti sono stati tanti interventi attuati da Michael Bloomberg e soprattutto dei suoi luogotenenti. Tra l’altro, erano quasi tutte donne: c’erano Janette Sadik-Khan [Department of Transportation, N.d.R.], che ha creato gli spazi pedonali su Broadway e ha attivato il sistema del bike-sharing; Amanda Burden [Department of City Planning, N.d.R.], che ha lavorato dalla parte della municipalità per la costruzione della High Line; Kate Levin [Department of Cultural Affairs, N.d.R.], che ha dato un aiuto fondamentale a istituzioni in difficoltà come il Queens Museum e il Brooklyn Museum. C’è stata veramente una volontà di cambiare le cose che veniva dall’alto, e ha funzionato. In questo senso, penso che in tutto il mondo i sindaci abbiano in mano il destino delle città. I sindaci, oggi, di fronte a una situazione geopolitica così complessa, sono più importanti che mai.

La Milano design week è alle porte. Ormai è un rito collettivo che coinvolge centinaia di migliaia di persone, tra le quali moltissimi non addetti ai lavori. Dal suo punto di vista, quale contributo può dare un evento di questo tipo alla diffusione di una cultura positiva e consapevole di questa disciplina?
La design week è ancora un momento esaltante, che non perdo mai, ma potrebbe essere valorizzata molto di più. Se fosse veramente una settimana del design, e non solo del mobile, se potessero esserci anche i designer della visualizzazione, i designersdel digitale, dei videogiochi, tutti quanti, Milano potrebbe essere veramente la capitale del design al mondo. Nei fatti, Milano riesce ancora a conservare questo primato, perché l’appuntamento della design week è ancora sull’agenda di tutti, ma potrebbe perderlo se le cose non cambiano. Perché possa succedere questa evoluzione, che sarebbe meravigliosa, deve esserci uno sforzo comune: il Salone del Mobile, l’amministrazione pubblica, le aziende e tutti gli altri attori in gioco devono fare un grande sforzo di apertura mentale.
Al di là dei contenuti, poi, esiste un problema di “infrastruttura”, molto più che di promozione, in merito al quale ancora una volta è il sindaco ad avere un ruolo fondamentale: bisogna definire nuove strategie, per predisporre la città a ospitare un evento i cui numeri sono sempre più ingenti e che mi auguro possa continuare a rappresentare per Milano una fonte di ricchezza e cultura.

Alessandro Benetti

www.muba.it
www.moma.org

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CuratorePaola Antonelli
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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.