Viaggio in Italia. Tre curatrici e la Fondazione Sandretto

Si chiude con una mostra il terzo Corso per curatori stranieri promosso dalla Fondazione Sandretto. Abbiamo intervistato Zsuzsanna Stánitz, Kate Strain e Angelica Sule – oltre al coordinatore Lorenzo Balbi – in attesa che nelle prossime ore si inauguri l’esposizione. Con una grande festa per i vent’anni della fondazione e i quindici di Club to Club.

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Patrizia Sandretto Re Rebaudengo con le curatrici in residenza Kate Strain,  Angelica Sule e Zsuzsanna Stánitz - photo Giorgio Perottino

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo con le curatrici in residenza Kate Strain, Angelica Sule e Zsuzsanna Stánitz – photo Giorgio Perottino

Cosa vi aspettavate da questo corso?
Soprattutto di acquisire conoscenza della scena dell’arte italiana e di avere un’esperienza intensa e complessa, e molti studio visit con artisti.

Cosa vi rende soddisfatte?
La grande ospitalità delle persone con le quali abbiamo assunto questo impegno, specialmente Lorenzo Balbi, il nostro coordinatore.

E in che cosa invece siete rimaste scontente?
In nulla! Forse i tempi sono stati un po’ stretti, siamo andati un po’ di fretta… ma questa è anche la natura del programma.

C’è stata qualche esperienza alla quale non vi siete sentite preparate?
Direi di no. Ci siamo sentite pronte a tutto.

Quale idea di Italia avete ricevuto da questa esperienza? Sull’Italia in generale e sul mondo dell’arte contemporanea nello specifico.
Abbiamo avuto spunti meravigliosi dalla scena dell’arte italiana. Abbiamo fatto oltre trecento studio visit, che sembra tanto, ma ci ha dato davvero un’ottima e ampia overview. Abbiamo notato come gli artisti siano costantemente in relazione con il grande patrimonio culturale italiano. Inoltre abbiamo notato che molti degli artisti che si possono considerare estabilished hanno una positiva influenza sui “colleghi” emergenti.
Soprattutto abbiamo avuto l’impressione che l’arte italiana non sia molto politica o socialmente impegnata e che le arti visive contemporanee qui assumano più l’aspetto di un’esperienza visiva. Che abbiano a che fare con lo sviluppo di un’idea attraverso un approccio estetico, un forte rapporto con i materiali e con l’auto-riflessione. Questo è probabilmente influenzato dalle strutture di finanziamento della scena artistica italiana, che sono innanzitutto market oriented.
Abbiamo incontrato artisti meravigliosi, visitato gallerie spettacolari e siamo deliziati da ciò che abbiamo visto.

L'albero della Cuccagna

L’albero della Cuccagna – Sebastian Llyod Rees

La vostra idea curatoriale in cinque righe. Un mini-statement
Il ruolo del curatore può rappresentare molte cose in molti contesti differenti. I curatori sono qualche volta facilitatori, amministratori, mediatori, negoziatori, persone con risposte, scrittori, storici, direttori, complici, iniziatori, coreografi, produttori, fundraiser, persone che pongono domande, pensatori, interpreti, organizzatori.
Il ruolo primario di un curatore è di creare il contesto per un livello profondo di coinvolgimento tra l’opera – o la pratica – dell’artista e pubblico. Così come di commissionare, produrre e presentare l’arte in vari formati. Ma ci piace moltissimo anche quando possiamo lavorare a stretto contatto con un artista nello sviluppo di un particolare progetto. Nelle migliori circostanze un curatore può favorire la comprensione di un’opera e del contesto in cui questa si sviluppa, si produce e si mostra.

Quale delle Biennali autunnali state pianificando di visitare.
Vorremmo visitarle tutte! Ma crediamo che alla fine ci organizzeremo per quelle di Istabul, Vienna, Lione, Kiev, Limerick, Göteborg e per lo Steirischer Herbst di Graz. E il prossimo anno la Biennale Architettura di Venezia.

Quali sono le città più interessanti per l’arte contemporanea di oggi?
Londra e New York. E poi l’Olanda e il Belgio.

Lorenzo, che tipo di crescita ti ha permesso quest’anno il tuo ruolo nel corso per curatori?
Non nascondo che, nonostante l’esperienza, l’idea di dover selezionare e poi trasmettere, in cento giorni di residenza in viaggio [viaggio raccontato in una serie di articoli pubblicati da Artribune, N.d.R.], una panoramica completa dell’arte contemporanea italiana, in particolar modo di quella giovane, a tre curatori appena usciti da alcune delle migliori scuole di curatela del mondo, mi sembrava una missione quasi impossibile. Ho deciso quindi di lavorare immaginando di dover fare una mostra di artisti italiani – moltissimi artisti italiani – con tre mesi di tempo a disposizione e un budget preciso. Ho immaginato che questa mostra nomade fosse dedicata a soli tre visitatori: i tre curatori.

L'uomo che si sedeva su sè stesso, Matilde Cassani

L’uomo che si sedeva su se stesso – Matilde Cassani

E com’è andata?
Nonostante i “soli” cento giorni a disposizione, siamo riusciti a visitare venti città italiane e incontrare 276 artisti, undici tra studi di architettura, design e grafica (in questo l’aiuto di Zsuzsanna è stato fondamentale e ha aperto porte inaspettate nella nostra riflessione), 37 tra musei, fondazioni e istituzioni pubbliche e private, 37 spazi non profit o gestiti da artisti, oltre a fiere come Miart ed eventi internazionali come la Biennale di Venezia.
Un programma ricchissimo, che ha generato nelle tre curatrici (e in me) l’idea di un sistema complesso, articolato, ricco di eccellenze e di qualche contraddizione.

E loro cosa ti hanno insegnato?
Il primo passo del mio lavoro come coordinatore è stato proprio quello di studiare i diversi interessi e individuare i temi d’interesse e le possibili aspettative di Zsuzsanna Stánitz, Kate Strain e Angelica Sule, le tre curatrici che sarebbero arrivate in Italia. Da questa indagine ho ricavato diversi spunti: Angelica è tra i fondatori di ECHO, una web radio che a Londra si occupa di sperimentare la trasmissione di opere audio su una piattaforma pubblica; Kate nei suoi vari progetti si occupa della performance intesa come processo, applicata sia alla pratica artistica che a quella curatoriale; Zsuzsanna sta per iniziare un dottorato incentrato sul rapporto tra arte e architettura, una relazione che assume come “performance architettonica”.
Grazie a queste informazioni iniziali ho potuto cominciare a pensare a una serie di artisti e di spazi che potevano essere interessanti, cominciando a delineare una mappa di quello che sarebbe poi diventato il nostro “viaggio in Italia”. Un viaggio da Bolzano a Catania, intenso, ricco e bellissimo, reso possibile dagli sforzi congiunti delle curatrici e da un’incredibile rete di professionisti (curatori, galleristi, artisti, direttori) che ci hanno accolto, guidato e illustrato la sorprendente scena artistica contemporanea in Italia.
Una residenza che è diventata quindi, fin dalle sue fasi iniziali, uno scambio di opinioni, idee e progettualità tra quattro curatori diversi per approccio, interessi e metodo; generando in tutti noi una crescita che crediamo si sia tradotta nella mostra allestita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Marco Enrico Giacomelli

Torino // fino all’11 ottobre 2015
L’uomo che si sedeva su se stesso
a cura di Zsuzsanna Stánitz, Kate Strain e Angelica Sule
FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO
Via Modane 16
0113797600
[email protected]
www.fsrr.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/47688/luomo-che-si-sedeva-su-se-stesso/

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  • christian caliandro

    “Soprattutto abbiamo avuto l’impressione che l’arte italiana non sia molto politica o socialmente impegnata e che le arti visive contemporanee qui assumano più l’aspetto di un’esperienza visiva. Che abbiano a che fare con lo sviluppo di un’idea attraverso un approccio estetico, un forte rapporto con i materiali e con l’auto-riflessione. Questo è probabilmente influenzato dalle strutture di finanziamento della scena artistica italiana, che sono innanzitutto market oriented”: beh, magari avete visitato gli studi sbagliati – nonostante fossero 300…

    • Marco Enrico Giacomelli

      Temo che gli studi “giusti” siano una eccezione.

      • christian caliandro

        Onestamente, credo che quel periodo citato ritragga una realtà dell’arte italiana presente molto molto diversa, almeno da quella che conosco io. In pochi Paesi come nell’Italia di questi anni si è prodotta infatti arte visiva (e letteratura, per dire…) “politica o socialmente impegnata”, qualunque cosa questa definizione voglia dire, di livello così alto.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Ciao Christian, il problema sta proprio in quel “qualunque cosa questa definizione voglia dire”. Loro hanno in mente un impegno diciamo contenutisticamente visibile, tu credo intenda – e in quel caso mi trovi non d’accordo, di più – un impegno che invece lavora su forma, metodo ecc. Ha fatto di più, è stato più efficace un quadrato piuttosto che un contadino che guarda il sol dell’avvenire, insomma. Ed è ancora così: un rosone di gesso su un marciapiede più di una tela che raffigura uno scontro di piazza (per chiamare in causa una comune conoscenza).

          • christian caliandro

            Sono d’accordo. Se però, come dici, si opera una distinzione tra “impegno contenutisticamente visibile” (come se fosse, che so, un ‘genere’ artistico: e di fatto in qualche modo lo è, se pensiamo alle forme istituzionalmente accettate…) e impegno tout court, che investe giustamente tutti gli aspetti di una ricerca, temo che sia anche peggio.

          • Luca Rossi

            L’arte italiana riflette un pubblico analfabeta e abbandonato. L’arte politica non è certo quella che parla e rappresenta la “politica” o la problematica politica. Il vero problema è una carenza della critica e dei divulgatori nel segnare un passaggio tra arte e azione politica. Cosa che è già nelle cose, e che in italia più che altrove finiamo per subire. Questo analfabetismo è responsabilità di tutti: artisti, giornalisti specializzati che non lo vorrebbero essere e che non lo sanno essere, curatori che vogliono fare gli artisti, ecc. ecc.

          • christian caliandro

            te pareva. e quindi?

          • LUCA ROSSI

            Quindi bisogna innescare nuovi protocolli di messa in cammino, rispetto la formazione degli artisti e del pubblico. Non intendo educare il pubblico, ma creare uno spazio di opportunità per appassionarsi e interessarsi. “Spazio” che, almeno in Italia, non esiste. Non esiste perché prima di formare un pubblico, bisogna formare i “formatori” dei formatori del pubblico; esattamente come non siamo in grado di formare artisti di qualità, in quanto mancano formatori di qualità. A Prato porterò un progetto concreto in questo senso.

          • Walter

            Giacomelli scusa ma non mi convince del tutto quello che dici, anche se capisco cosa vuoi dire :
            d’accordo ad esempio per il realismo socialista, ma non del tutto: anche lì c’è qualcosa da rivedere : pensa a Tubke per esempio. Davvero è meglio l’ex dissidente enfant terrible Baselitz che dipinge reiterando sempre la stessa roba di venti trent’anni fa e spesso peggio? (anche se alla Biennale si è riscattato)
            Ma che dici di Hogart, Daumier, Kollwitz, Grotz, Dix, i muralisti messicani, Ben Shan ecc?
            Guarda anche la pittura americana degli anni 20 e 30 , tra l’altro esposta bene all’inaugurazione del Whitney nuovo. Tutta robaccia? Forse un’altra via: meglio gli astrattisti modernisti spiritualisti, certo, ma che ne facciamo della loro teosofia e della relativa fede nella reincarnazione?
            Questo per dire che’impegno diretto con il contenuto non è sempre necessariamente una cosa negativa e che i rosoni sul marciapiede per favore no! Sono stucchevoli ! :)
            Pensiamo a certi lavori di Haacke, o anche Jaar, almeno quelli più forti : sono molto diretti.
            Può essere invece che spesso l’impegno puramente formale dell’artista, il ritirarsi nel metodo o nella procedura sia semplicemente un’evasione dal problema concreto, una sorta di fuga nell’ideologia astratta. (Ma si dice che le ideologie sono morte).
            Resuscitamo Kant?
            Davvero possiamo ragionare sull’arte come qualcosa di prevalentemente autonomo, separato dal contesto? per citare il primo nome che mi viene in mente :
            Bordieu studiava le connessioni tra provenienza sociale e gusto : chi era Baudelaire? da dove veniva?che tipo di famiglia? chi era? di cosa viveva? faceva fatica a vivere della sua scrittura ma potremmo dire che era un proletario o piuttosto un borghese decaduto?
            chi leggeva i suoi libri? e chi non leggeva i suoi libri chi era? cosa leggeva di altro ? ecc ecc
            Penso che la definizione di Luca Rossi sulla Genitori Nonni Foundation non sia mica tanto una cavolata…
            Quindi davvero il giudizio il gusto e simili possono essere fondati oggettivamente come se non si trattasse di scelta? selezione? in altre parole anche conflitto?
            Scrivo in fretta così come mi viene,,,,

        • Massimo Mattioli

          Perfetto! Magari in Italia le arti visive assumessero davvero “più l’aspetto di un’esperienza visiva”!

      • Luca Rossi

        Indichiamoli questi studi “giusti”…

        • >>>k.scarpa.kos

          >>>1 punto sottovalutato dalle
          3 curatrici. Essere “impegnato” per un artista attivo in Italia può avere connotazioni diverse che nelle “città più interessanti” da loro citate. Già un artista che in Italia scelga di lavorare su motivi ed elementi tratti dalla cultura locale o del territorio in cui opera di fatto si pone, pur sempre in un ambito di nicchia, in netta controtendenza al colonialismo molto aggressivo delle culture anglofone che possiamo osservare in tutti i settori del
          mainstream… Non a caso le 3 si riferiscono a Londra + New York, cioè sono “politicamente” schierate pur parlando di arte contemporanea…

    • Non trovo nessun male se l’arte italiana e non solo, non sia molto politica o socialmente impegnata.

    • Ufo Robot

      Ma che palle queste “tre curatrici”, “tre curatori”, “tre porcellini”….
      Tutte figurine di un reality che – proprio come quelli televisivi – mette in campo persone che non hanno nessuna qualità.
      Queste tre signorine – o tre signorini, a seconda dell’anno in cui si è svolto il programma – hanno girato l’Italia cercando a casaccio e scegliendo non si sa esattamente cosa e perché. Le mostre prodotte poi in tutti questi anni di corso sono state la dimostrazione del nulla assoluto. E anche quando ci è finito in mezzo qualche artista decente (cosa rarissima, peraltro) il suo lavoro era narcotizzato dal contesto avvilente e insulso di tutto il resto.
      E’ pieno di queste figurette… di questi “giovani curatori” che spuntano di punto in bianco e per un periodo diventano trendy, magari perché hanno fatto deAppel o perché sono stati assistenti di CCB. Poi però la verità è che queste figurette non hanno prodotto una sola teoria sull’arte e sugli artisti della loro generazione. Sputano su Achille Bonito Oliva perché è il dinosauro da abbattere, ma paragonate a lui, quando aveva la loro età fanno ridere, anzi, fanno piangere, seriamente. Achille, Celant, sì, sono dei vecchi baroni, e oggi sono certamente i dinosauri da abbattere (come diceva il professore universitario all’inizio de “La meglio gioventù”), ma il tema generazionale non è un tema anagrafico. Bisogna cominciare a chiamare “critici” o “curatori” quelli che hanno una teoria sull’arte, hanno scritto libri, hanno fatto mostre ESSENZIALI (cosa fattibilissima anche in giovane età come ci hanno dimostrato molti predecessori). Il resto sono “figurette”. E spendere soldi per fargli fare i giretti per l’Italia a vedere gli “studi sbagliati” – coordinati da qualcuno che neppure mi pare abbia dato questo contributo essenziale alla storia contemporanea dell’arte italiana, mi pare che sia semplicemente uno spreco di denaro da parte della signora Sandretto. Ma essendo soldi suoi potrebbe anche farci gli aeroplanini. Un giornalista bravo e attento come Giacomelli, invece, avrebbe potuto incalzare un po’ di più gli intervistati, sgretolandogli direttamente in bocca l’inconsistenza delle loro povere argomentazioni.
      Buona serata.

      • Marco Enrico Giacomelli

        Ho parlato in diverse occasioni con queste tre “figurette”, oltre a innumerevoli con Lorenzo Balbi. Mi paiono tutt’altro che una massa di deficienti come qui tratteggiato. Poi ognuno è libero di autostimarsi q.b. e di conseguenza valutare gli altri. C’è però un piccolo problema: in genere quando cucini e nessuno vuol più venire a mangiare da te, non è che gli altri non capiscono la tua genialità. È che cucini da schifo.

        • Ufo Robot

          Caro Marco Enrico,
          non hai colto il punto.
          Qui non si tratta di dar del deficiente a nessuno. Io non penso che tu sia un deficiente – ti ho manifestato stima nel messaggio precedente -, ma se ti mettessi a scrivere di “cucina” (che è una cosa che magari apprezzi e che magari pratichi) probabilmente faresti la figura della “figuretta”, come i tanti che ormai ne parlano ovunque e comunque, come se fosse una cosa trendy.
          I deficienti sono un’altra categoria, una categoria patologica. Non è questo il caso. Ma pensa alle tante istituzioni che hanno alla loro guida curatori che non hanno all’attivo NIENTE di rilevante, niente di interessante. In questo stesso istante te ne saranno venute in mente più di una manciata. Ecco, è tutto un gioco di figurette, un gioco delle parti, in cui il curatore non è un critico, non è niente se non qualcuno che occupa un posto e si da da fare. Ma la questione è a monte. Mi dici che questi quattro rappresentanti del mondo di cui parlo io non sono deficienti. Io concordo. Ma “non essere deficienti” è forse un giudizio qualificante? Chissene importa se non sono deficienti. Il punto è che non hanno all’attivo nulla. Nemmeno “una disperata vitalità” come avrebbe detto qualcuno…
          Per il resto la questione del cucinare da schifo non l’ho compresa. A me pare che chi cucina bene ha sempre il ristorante pieno – e questo è un bene. Il problema è quando poi ci sono quei ristoranti che sono pieni solo perché il pasto è gentilmente offerto dal padrone del ristorante…

          • christian caliandro

            Alberto: Ma chi sei? Moraldo: Moraldo.
            Alberto: Chi sei? Moraldo: Moraldo.
            Alberto: Non sei nessuno, tu. Non siete nessuno tutti, tutti quanti. Tutti… ma sì, che vi siete messi in testa voi, che vi siete… E lasciami, lasciami: mi fate schifo, mi fate…
            (Federico Fellini, I vitelloni, 1953)

          • christian caliandro
  • Marco Manfredi

    “Il proprio dell’arte consiste nel ritagliare in maniera
    nuova lo spazio materiale e simbolico. E’ in questo senso che l’arte fa
    politica”. Jacques Rancière, “Politiche dell’estetica”, ne
    “Il disagio dell’estetica”. Ecco, c’è tutto quel che serve sapere lì
    dentro. Consiglio questo libro fantastico a tutti, me compreso (ma ci vuole
    tempo, concentrazione e pazienza per leggere, capire, rileggere…). Per il
    resto gli artisti dovrebbero fare quel che devono, non quello che pensano vada
    bene; i critici rinascere; i curatori diminuire e, se proprio non trovano un
    altro lavoro, provare a seguire piuttosto dei semplici entusiasmi che delle
    modeste intelligenze. Quanto alle tre ragazze (incontrate in uno studio visit non in studio) – come altri migliaia (milioni?!)
    di curatori in erba, sono lì per formarsi, cioè accumulare rapidamente titoli
    per essere accettate senza atriti in un sistema piuttosto omogeneo e
    conformista (e noioso: nämlich quello anglosassone-tedesco); piene d’idee
    preconcette su ciò che è bene e male fare, ciò che è “social”, ciò
    che è “political”, ciò che simpatico, ciò che è “un po’
    pazzo” e così via. Per fortuna esiste quell’1% (in tutte le categorie) che rischia, gioca, trova forme, prende la politica seriamente, e s’inchina davanti a un filo d’erba. Da lì nasce la cultura.

  • Angelov

    di Hans Ulrich Obrist: Fare una Mostra; ed. Utet, anche in eBook,

    Si tratta di un testo fondamentale nell’illustrare i rapporti che si vengono a volte a creare tra curatori e artisti, che hanno dell’imprevedibile e dell’incredibile, e dove l’interattività tra le due figure ha originato forme di gestione della cultura mai prima immaginate.