Il Padiglione Russo contemporaneamente aperto e chiuso, quello di Israele spostato all’Arsenale per “lavori di ristrutturazione” mai avviati, il progetto del Sudafrica salvato da Gabrielle Goliath dopo la cacciata ufficiale, l’Iran che dopo aver annullato ha cambiato idea. Nel caos delle presenze incerte alla Biennale Arte di Venezia 2026 c’è un’assenza di cui non si è parlato affatto: quella del Venezuela.

Chiuso il Padiglione del Venezuela alla Biennale Arte di Venezia 2026
La stabilità del Venezuela, fortemente compromessa da decenni di ingerenze e sanzioni statunitensi, è crollata dopo il rapimento e imprigionamento del presidente e autocrate Nicolas Maduro da parte degli USA, cui è seguita l’instaurazione di una fragile presidenza filo-americana ad interim. Vista la situazione, quindi, non sorprende che ai Giardini, tra Russia e Svizzera, il Padiglione del Venezuela sia rimasto chiuso esponendo sulla sua palazzina, una costruzione ben nota agli appassionati di architettura, una scritta trilingue che dice che “rinascerà presto”.

Il Padiglione di Carlo Scarpa
Il Padiglione del Venezuela è opera del grande architetto Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978). Realizzato tra il 1953 e il 1956, il progetto per il padiglione cercava di armonizzarsi ai circostanti e preesistenti spazi con una forma architettonica elegante nella sua semplicità. Tre gli ambienti: lo spazio scoperto del Patio, la Sala dei disegni, coperta da una soletta cava in cemento armato con decorazioni a rilievo a righe sostenuta da sei pilastri in acciaio, e il muro di cinta del Padiglione Svizzero. Le alte finestre verticali sono simili a quelle, sempre scarpiane, dell’Università Ca’ Foscari e della Gypsotheca di Possagno.

Il Venezuela alla Biennale Arte
Per la sua storica instabilità politica ed economica, la presenza del Venezuela in Biennale Arte è stata a tratti irregolare. Nel 2003, per esempio, le autorità venezuelane censurarono l’artista Pedro Morales, la cui opera si diffuse ugualmente in rete, mentre nel 2019 il Padiglione aprì in ritardo di qualche mese rispetto all’inaugurazione con una collettiva degli artisti Natali Rocha, Gabriel Lòpez, Ricardo Garcia e Nelson Rangel. Nei mesi di stallo serpeggiò una certa preoccupazione per l’apparente stato di abbandono del Padiglione, poi rientrata.
Dal 2022 la presenza del Paese sudamericano alla Biennale Arte è stata più regolare: quell’anno si tenne una collettiva degli artisti Palmira Correa, Mila Quast, César Várquez e Jorge Recio, con al centro il corpo nella sua dimensione ecologica, sociale, come microcosmo e nel suo senso di “casa”; nel 2024 fu la volta della personale di Juvenal Ravelo, maestro dell’arte cinetica e sociologo dell’arte alla Sorbona con settant’anni di ricerca alle spalle, che per l’occasione portò delle opere sulle illusioni ottiche ottenute modificando luce, colori e forme. Quest’anno, dopo il violento intervento americano e la continua fragilità politica ed economica, è facile intuire come sia stato proprio impossibile tornare in laguna.
Giulia Giaume
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