L’altra faccia del Novecento. In una mostra demoniaca

Palazzo Roverella, Rovigo – fino al 14 giugno 2015. Le radici della modernità affondano in una terra nera e trasgressiva. Tra angeli e demoni, senso del peccato e dell’infinito, danze macabre e compianti laici, a Rovigo una mostra svela le ambiguità e i tumulti del primo Novecento.

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Sascha Schneider, Triumph der Finsternis, 1896, collezione privata

Sascha Schneider, Triumph der Finsternis, 1896, collezione privata

Gli anni sono quelli di Boldini, di Corcos, di De Nittis. Quelli della Belle époque, poi del Futurismo, delle avanguardie, dei ritratti piumati di donne bellissime, del mito della velocità e di tutta la speranza che alimentò un passaggio di secolo autenticamente rivoluzionario (dovremmo impallidire, se lo confrontassimo con il “nostro” passaggio di secolo).
Ma quei pochi decenni non furono solo gioia di vivere e spensieratezza: nel 1899 venne pubblicato l’Interpretazione dei sogni di Freud e si spalancarono le porte sull’inconscio, sulle ossessioni, sui nuovi demoni moderni; demoni che prenderanno vita, in forma molto più tangibile e meno onirica, quindici anni più tardi, con lo scoppio della Grande Guerra.
Nel mezzo, artisti e narratori, poeti e filosofi si confrontarono ed espressero in tutta Europa un’inquietudine profonda, un malessere incontrollabile – anche il Lucifero di von Stuck è depresso e dolente –, un nuovo rapporto con il peccato e con la sessualità – tra mille conturbanti Salomè ed Eva – e un senso del disfacimento e della morte non sempre sublimato dalle raffinatissime schiere angeliche. Fu come se gli incubi che emergevano in superficie si depositassero sulle tele.

Franz  von Stuck,  Lucifero, 1889-1890, Sofia, The National Gallery for Foreign Art

Franz von Stuck, Lucifero, 1889-1890, Sofia, The National Gallery for Foreign Art

Tutta questa atmosfera, inevitabilmente carica di simbolismo, è ricostruita nella mostra Il demone della modernità, che accanto a protagonisti assoluti della pittura europea quali Redon o Moreau – purtroppo alcune opere sono difficilmente visibili a causa dei soffitti troppo bassi o di un esagerato affollamento nella disposizione delle incisioni –, ha il pregio di scoprire esponenti notevoli dell’Est che vissero in modo analogo le esperienze primonovecentesche, grazie soprattutto al polo magnetico che si creò attorno alla Secessione di Monaco di Baviera, dove molti di essi confluirono. Di area tedesca non solo Max Klinger con le sue Opus, quindi, ma anche il più esplicito Félicien Rops e i visionari, strepitosi Oskar Zwintscher e Sascha Schneider e poi, verso Est, Bela Csikos Sessia, Mirko Rački e il lituano Mikalojus Konstantinas Čiurlonis: pittore, musicista e fotografo certamente da riscoprire.

Gennaro Favai, New York, 1930 ca., collezione privata

Gennaro Favai, New York, 1930 ca., collezione privata

Alto rappresentante italiano di questa vena inquieta fu Arturo Martini, che mise in luce tutta la violenza e l’assurdità di una guerra appena iniziata con la Danza macabra europea e che per la serie La lotta per l’amore dichiarò: “Ogni donna e ogni uomo, vedrà, come in uno specchio, quello che non avrebbe il coraggio di confessare nemmeno a se stesso”.
Più debole la seconda parte della mostra, con l’ampio e spazio dato ai paesaggi di New York di Gennaro Favai, che appartengono già a un’altra epoca e, soprattutto, a un altro mondo, e la sezione con i leggerissimi e per nulla demoniaci Sette peccati capitali di Chagall del 1926 (estranei anche ai limiti cronologici).
Quello “spazio di mezzo”, invece, con la pittura dominata da una travolgente forza visionaria, diventa lo strumento per rileggere un’epoca che, pur lontana, ci è ancora familiare.

Marta Santacatterina

Rovigo // fino al 14 giugno 2015
Il demone della modernità. Pittori visionari all’alba del secolo breve
a cura di Giandomenico Romanelli
PALAZZO ROVERELLA
Via Laurenti 8/10
0425 460093
[email protected]
www.palazzoroverella.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/41253/il-demone-della-modernita/

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  • marco

    Grazie a Nuvolo che l’invitò, antico amico e sodale, in quella che si rivelò poi essere l’ultima conferenza pubblica, Emilio Villa, all’Accademia di Belle Arti di Perugia, parlò di Ciurlionis e della necessità di riscoprirlo.