A Firenze c’è da vedere una mostra sulla creatività degli Anni Venti
Il meglio del déco fiorentino è in mostra a Palazzo Medici Riccardi fino al 25 agosto 2026: un intreccio tra moda, design e grafica per raccontare un’epoca di creatività di rilievo internazionale. Ne parliamo con la curatrice Lucia Mannini
Da Gio Ponti per Richard-Ginori a Galileo Chini, da Thayaht a Ferragamo e Gucci, fino alla grafica influenzata dal Futurismo: negli Anni Venti a Firenze si afferma un nuovo modo di progettare, tra arti decorative, moda, grafica e manifatture, che entra nella vita quotidiana. Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti, a Palazzo Medici Riccardi fino al 25 agosto 2026, curata da Lucia Mannini e promossa da Città Metropolitana di Firenze con Fondazione MUS.E, racconta questa stagione, seguendo i legami con Parigi e il 1925 e mostrando come la città rielabora queste influenze fino a definire uno stile proprio. Ne parliamo con la curatrice nell’intervista che segue.

Intervista a Lucia Mannini
Nel pieno del primo dopoguerra, come il Déco fiorentino riscrive il rapporto tra arti decorative e produzione?
Le produzioni artistiche fiorentine del primo dopoguerra, come in generale quelle italiane degli Anni Venti, sono orientate verso la creazione di serie limitate o pezzi unici. Prevalgono la cura del dettaglio e una qualità altissima della realizzazione, espressioni della secolare tradizione del territorio. Le trasformazioni più significative si registrano nella ricerca di una maggiore funzionalità degli oggetti, nell’individuazione di forme nuove — linee semplificate e di misurata eleganza — e, talvolta, nella sperimentazione dei materiali.
Firenze negli Anni Venti guarda fuori ma non si limita a “recepire”: rielabora quelle influenze fino a costruire un linguaggio proprio.
Alcuni artisti fiorentini, di nascita o formazione, sono stati legati più di altri al gusto internazionale, francese in particolare. Mi riferisco a personalità come Umberto Brunelleschi o Gino Carlo Sensani, che vissero a lungo a Parigi — Brunelleschi vi trascorse la maggior parte della sua vita divenendo parigino d’adozione — ma che contribuirono anche a codificare il Déco francese. Contestualmente introdussero a Firenze parte di quel gusto. Spunti di fiorentinità affiorano nel Déco francese, così come elementi di gusto francese nelle opere fiorentine: è quanto emerge nella prima sezione della mostra, attraverso dipinti, opere di grafica, gioielli, sculture e fotografie d’epoca che documentano i mirabolanti costumi ideati per feste a tema e spettacoli teatrali, esemplati sulle féeries francesi.
Altri artisti hanno cercato vie per esprimere una modernità riconoscibile e italiana?
Sì, è il caso di Guido Balsamo Stella, che nel breve periodo trascorso a Firenze progetta ceramiche per la manifattura Cantagalli e mobili per una sala della Biennale di Monza del 1923, nei quali coniuga la tradizione regionale — una sorta di primitivismo nostrano — con le sue doti grafiche. Su una diversa linea di ricerca si colloca il lavoro di Thayaht (Ernesto Michahelles), che progetta ogni sorta di elemento di arredo secondo un pensiero unitario, nutrito della sua vasta cultura internazionale ma anche debitore delle teorizzazioni e delle novità formali del Secondo Futurismo, di cui è considerato uno dei massimi esponenti. In mostra non è presentata una sola idea di modernità, ma una pluralità di visioni.
Quando il dialogo diventa sistema?
Il dibattito culturale e le azioni messe in atto negli anni Venti dimostrano una crescente consapevolezza: per produrre oggetti d’arte di alta qualità tecnica e formale, moderni e funzionali, e per affrontare un rinnovamento estetico complessivo, è necessario attivare rapporti e dialoghi tra artisti e manifatture. Negli Anni Venti questi dialoghi sono ancora in fase sperimentale. Per un sistema organico e strutturato bisognerà attendere qualche decennio, ma nascono già collaborazioni importanti. Tra queste, quella di Gio Ponti con la Richard-Ginori tra il 1923 e il 1930. Fondamentale l’incontro tra il vigore creativo del giovane architetto e il capitale umano della manifattura di Doccia a Sesto Fiorentino, dove operavano maestranze esperte nella decorazione di porcellana e maiolica. Altrettanto rilevante è la capacità di Ponti di confrontarsi con le logiche economiche e produttive di un’industria ampia e articolata — oltre a Doccia, altri quattro stabilimenti — ricercando un equilibrio tra costi e qualità, senza rinunciare al valore promozionale dei pezzi unici.
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Nel lavoro di Gio Ponti per Richard-Ginori, quando avviene il “salto” verso il moderno?
All’indomani del suo arrivo alla Richard-Ginori, Ponti ha subito l’opportunità di presentare le nuove creazioni alla prima Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Monza del 1923. Si tratta di oggetti diversificati per tipologie, dimensioni e caratteristiche, accomunati da uno stile che rilegge la tradizione artistica italiana — e in particolare il patrimonio Ginori — per inventare forme e decori moderni, riconoscibili nel panorama internazionale. Sarà poi soprattutto con l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1925 che mostrerà la sua via italiana alla modernità, fatta di citazioni colte affrontate con grazia e ironia. Questa è la modernità delle ceramiche ideate da Ponti, evidente fin dalle prime prove e sviluppata con coerenza fino al 1930.
Nella ricerca di Galileo Chini e delle altre manifatture, invece?
Un segno di continuità attraversa i decenni ed è ancora attuale: il modello in cui progetto creativo e saper fare artigiano si integrano, e l’artista dialoga con il laboratorio esplorando tecniche e linguaggi. Questo avviene nelle Fornaci di Galileo Chini come negli altri contesti produttivi. Thayaht, per esempio, si impegnò a formare giovani artigiani capaci di affiancarlo nelle sue sperimentazioni, permettendogli di fondare uno Studio d’Arte Decorativa e avviare iniziative a carattere commerciale.
Con Thayaht il progetto entra nella vita quotidiana.
La sua progettualità si estende dalla moda agli arredi fino agli oggetti d’arte più diversi, per tipologie e materiali. Abile promotore di se stesso, con una mentalità moderna, Thayaht brevetta marchio e invenzioni e costruisce accordi commerciali in Italia e all’estero. Le sue prime piccole sculture — la cui genesi, sostenuta da un lungo processo di studio, si colloca tra il 1920 e il 1921, se non prima — sono citate in una lista per i grandi magazzini Wanamaker, proposte in esemplari con finiture differenti, a conferma della loro natura di multipli destinati alla vendita. Il suo linguaggio Déco, legato al dinamismo, alle semplificazioni e alle accensioni cromatiche antinaturaliste del Secondo Futurismo, permea così la realtà quotidiana.

La grafica e la pubblicità come trasformano il modo di vedere e quindi di desiderare?
A Firenze operano numerosi cartellonisti di successo, sostenuti da un contesto culturale legato al Futurismo, che negli Anni Venti promuove la réclame come forma d’arte, e da una rete industriale della stampa — come il colorificio Etelia e l’officina litografica Benaglia — capace di garantire elevata qualità tecnica. Tra i principali cartellonisti figurano Nerino e Lucio Venna, che lavorano con colori vividi su campiture scure e composizioni dinamiche, mirando a trasmettere l’idea del prodotto più che la sua rappresentazione. Un riccio diventa così simbolo dell’efficacia di un rasoio da barba, o un tino personificato comunica la qualità di un additivo per il vino. È evidente la forza persuasiva di queste scelte.
Nel costruire la mostra, il far incontrare collezioni diverse ha inciso sul racconto finale?
Il percorso espositivo nasce dall’intreccio di opere provenienti da collezioni pubbliche e private, organizzate in sezioni tematiche per costruire un racconto capace di includere sia opere pienamente ascrivibili al sistema di segni del Déco sia altre di più complessa definizione. Tutte contribuiscono a ricostruire il clima dinamico degli anni Venti, evocandone le atmosfere e dimostrando quanto Firenze sia stata per l’Italia un centro creativo vitale.
Ginevra Barbetti
Firenze // fino al 25 agosto 2026
Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti
PALAZZO MEDICI RICCARDI – Via Camillo Cavour, 3
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