Tokyo Ride vince il Milano Design Film Festival. Intervista a Ila Bêka

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Vincitore dell’edizione del Milano Design Film Festival appena conclusa, il film “Tokyo Ride” del duo Bêka & Lemoine disegna un profilo dell’architetto giapponese Ryūe Nishizawa da un punto di vista non ordinario: gli interni della sua Alfa Romeo Giulia d’epoca

Dimenticate i chilometrici percorsi pedonali underground nella tentacolare metropolitana di Tokyo; tenete pure tra i vostri ricordi migliori i silenzi che contraddistinguono gran parte degli spazi pubblici (e dei mezzi di trasporto) della città, anche in condizioni di affollamento; mettete in stand-by, almeno per un’ora e mezza, quell’idea di inaccessibilità e impassibilità che spesso accompagna la percezione occidentale del giapponese medio. In Tokyo Ride, l’ultimo lavoro dei registi Bêka & Lemoine, già forte del primo successo nazionale riscosso all’ultimo Milano Design Film Festival, avrete l’opportunità di attraversare gli intrecci delle infrastrutture viarie di una Tokyo in scala di grigio, eccezionalmente ritratta dall’interno di un’auto privata. Ad accompagnarvi saranno i generosi racconti autobiografici dell’architetto giapponese Ryūe Nishizawa – co-fondatore dello studio SANAA con Kazuyo Sejima e con lei vincitore del Pritzker Architecture Prize 2010 – e il rombo della sua Giulia d’epoca, variamente collaborativa lungo l’itinerario. “È un film sull’improvvisazione”, commenta Ila Bêka, raggiunto da Artribune alla vigilia del debutto dell’opera al festival milanese, al termine del quale la giuria ha scelto di premiarla, fra le oltre quaranta in cartellone, per “la qualità narrativa slegata dai specifici temi architettonici e focalizzata sul pensiero e sul racconto. Il film penetra nel mondo di Ryūe Nishizawa, personaggio notoriamente schivo insieme a Kazuyo Sejima, in modo profondo, personale e mai banale. Interessante il punto di vista scelto per parlare della figura dell’architetto e della contrapposizione dei modelli culturali orientali ed occidentali. Il film svela una Tokyo non convenzionale in una modalità – quella del viaggio in automobile – originale, avvincente e in alcuni casi anche poetica”.

Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020
Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020

INTERVISTA A ILA BÊKA

Forse è prematuro sostenerlo, ma l’impronta introspettiva di Tokyo Ride, legata ai racconti di Nishizawa in prima persona, sembrerebbe potenzialmente aprire la strada a un nuovo ciclo della vostra produzione oppure a una sorta di percorso indipendente. Vi riconoscete in questa affermazione?
Sin dall’inizio della nostra attività uno dei propositivi principali era di non mettere gli architetti al centro. La nostra era una presa di posizione un po’ provocatoria, finalizzata a porre l’accento su chi l’architettura la vive, anziché su chi la costruisce, disegna o se ne occupa a livello di immagine. Dal nostro primo film, una sorta di manifesto dei vari concetti attorno quali volevamo focalizzare la nostra rappresentazione dell’architettura, a oggi, ci siamo piano piano “liberati” da quella provocazione. Il nostro attuale punto di arrivo è la città, un tema che permette di essere svincolati dal peso dell’architetto: la città, infatti, è di tutti e per tutti. Fin quando lavori con un singolo edificio, come ad esempio è stato in Koohlaas Houselife, mantieni un rapporto diretto con chi l’ha realizzato. Specie se si tratta di architettura contemporanea e di architetti famosi.

Perché Tokyo? E perché Nishizawa?
Il film nasce da una serie di coincidenze. Lavorando a Moriyama-San ci siamo innamorati del Giappone e siamo andati a viverci per sei mesi. Nishizawa, che conoscevamo già, ci ha proposto di andare a fare un giro in macchina con lui: il film è nato così, in modo non previsto. A noi continua a non interessare la sacralizzazione della figura dell’architetto e dell’architettura in generale: puntiamo sempre sull’aspetto più intimo, sul rapporto che si crea con una persona. È questo avviene anche in Tokyo Ride, in cui sì l’architettura è presente, ma senza mai essere il tema principale. Nishizawa, ad esempio, parla molto del rapporto tra Oriente e Occidente, riflette sulle ragioni che rendono i i giapponesi così diversi dal resto del mondo, a partire dalla loro insularità. Senza dubbio il risultato finale è dovuto anche alla sua personalità: non è narcisista, come sono tanti altri architetti, e si esprime con grande spontaneità, senza doversi mettere “in rappresentazione”.

Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020
Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020

Accennavi a Moriyana-San. Dal punto di vista visivo, Tokyo Ride rivela tutta un’altra città, non solo per la prospettiva inedita per il viaggiatore comune (che tendenzialmente ricorre più ai mezzi underground rispetto a quelli in superficie), ma anche perché non appare mai luminosa, silenziosa, a tratti evanescente come nel film che avete dedicato all’abitante di una delle opere più celebri di Nishizawa. In questo senso, come si colloca la scelta del bianco e nero? È il riflesso della volontà di sottolineare la differenza rispetto al vostro precedente lavoro nella capitale giapponese?
In un’intervista che abbiamo realizzato dopo l’uscita del film, con Nishizawa e Joseph Grima, l’architetto propone un’interessante similitudine tra automobile e casa. Se volessimo fare un parallelismo con Moriyana-San, potremmo dire che quel film “sta tutto all’interno di una casa che è esterna”, mentre quest’opera “sta all’interno di una casa che è anche esterna” nonché in movimento, in quanto macchina. Ne consegue una condizione interessante: il film, infatti, è girato a cinquanta centimetri da Nishizawa, una distanza che, forse, contribuisce a quell’evoluzione del rapporto tra lui e noi nell’arco del film. Si passa da un’iniziale formalità di mattina, con la pioggia battente, a una maggiore apertura nel pomeriggio, quando torna il sole. Riguardo a Tokyo: pur avendo vissuto lì, in effetti fino a quel giorno non avevamo mai avuto una visione della città da un’auto. Ed è pazzesca, perché le autostrade percorse, sulle quali anche Nishizawa si sofferma, sono state costruite fra i canali e in mezzo agli edifici: da lì, la prospettiva è completamente diversa! Abbiamo girato il film a colori, ma in un secondo momento non abbiamo avuto dubbi sul fatto che la figura di Nishizawa ci ricordasse gli eroi del cinema classico giapponese, da Mizoguchi a Ozu fino a Kurosawa. Quindi siamo passati al bianco e nero.

TOKYO RIDE, UN VIAGGIO INTIMO

A chi ritenete si rivolga Tokyo Ride?
Prima dell’informazione, il pubblico dei nostri film antepone la sensazione e l’atmosfera. Credo che Tokyo Ride sia per tutti, ovvero per chiunque desideri essere parte di un’esperienza. Noi concepiamo film come se fossero esperienze, per vivere un momento, non per spiegare: in altre parole, non è questo il film per chi volesse saperne di più su questo architetto, su cosa ha fatto nella sua carriera o su quali sono i suoi edifici. Al contrario, è per chiunque avesse voglia di intraprendere un viaggio che non si sa come cominci e neppure come finisca, per chiunque volesse partecipare a una forma di erranza con uno degli architetti più importanti del Giappone contemporaneo (e del mondo), che si apre con un livello di intimità mai visto prima.

Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020
Bêka & Lemoinem, Tokyo Ride, 2020

Rispetto ai vostri esordi, come sta evolvendo il rapporto tra cinema e architettura, anche in relazione all’attenzione dei media, alla capacità di intercettare la curiosità del pubblico e al panorama dei festival?
Il cambiamento è netto. Facciamo film da quindici anni e in questo periodo c’è stato uno sviluppo incredibile di festival e concorsi che uniscono cinema e architettura: l’interesse è grandissimo. Ad esempio, a Venezia quest’estate ha debuttato una nuova manifestazione (Living Together Again, n.d.R.) e il successo è stato enorme. Per quanto attiene alla produzione cinematografica, rilevo un miglioramento tecnico ed estetico; ci sono anche architetti che investono nella produzione e di conseguenza nascono film molto più professionali. Rimane, tuttavia, un settore in larga parte legato alla promozione dell’edificio, del singolo architetto o della committenza. Sebbene ci siano alcune eccezioni…

LAVORARE UNO CONTRO L’ALTRO

Siete un duo consolidato. Ma come si lavora in due? Come definiresti il vostro modus operandi?
In un passaggio di Tokyo Ride, Sejima e Nishizawa affermano che nel loro lavoro hanno da sempre lottato “l’uno contro l’altro”. Ci siamo un po’ ritrovati in quel loro racconto, perché in effetti lavorare in due non è sempre facile: inevitabilmente si passa attraverso dei conflitti, almeno fino a quando non si comprendono bene le capacità reciproche, cosa che impone uno sforzo di apertura. Ma a questo punto noi ci conosciamo bene.

Citavi prima Venezia. Vivendo in città, qual è la tua opinione in relazione ai futuri scenari che la attendono, sia dal punto di vista ambientale, sia in relazione ai contraccolpi della pandemia sul fronte turistico? Potremmo aspettarci cha parta da qui un possibile “nuovo modello urbano dell’era post-Covid”?
Venezia è da sempre una città laboratorio, ma per la sua unicità – pensiamo solo all’assenza di auto e al fatto che gli unici mezzi di trasporto, passando sull’acqua, non hanno alcun contatto con i pedoni – non è un modello riproducibile altrove. Siamo ancora troppo dentro all’emergenza per capire cosa succederà dopo; forse, per certi versi, pensiamo ancora che tutto possa tornare com’era prima. Venezia ha delle potenzialità enormi e in questi mesi in molti si stanno accorgendo che potrebbe liberarsi dal turismo di massa, anche se dubito che accadrà. Tuttavia potrebbe tornare a essere un grande campus, come lo era quando studiavo architettura e tanti studenti vivevano qui. C’è un film della serie Homo Urbanus che è stato girato a Venezia durante l’acqua alta dell’inverno scorso: penso che potrebbe quasi diventare un “documento storico”, perché con il funzionamento del MOSE quell’evento potrebbe non verificarsi più. Mi sembra, insomma, che la città stia finalmente iniziando a guardare al suo futuro, a pensare al proprio destino. Tra l’altro da tempo vorrei scrivere un libro sulle ragioni che la rendono la migliore città al mondo in cui vivere… E lo stesso Nishizawa, in Tokyo Ride, confessa che è questa la sola città all’estero in cui ha vissuto per un intero mese della sua vita!

– Valentina Silvestrini

www.bekalemoine.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.