Nita, il marchio che unisce gioielli, arte e design

L’antica lavorazione del vetro e l’avanguardia modernista si incontrano nei gioielli e nei complementi di arredo ideati da Nicolò Taliani per il suo brand milanese

Dal design di lampade e animazioni all’arte pura e all’artigianato. Nicolò Taliani, eclettico designer originario di Vienna, è il fondatore del brand Nita: progetto multiforme e perfetta trasfigurazione del suo sfaccettato immaginario poetico. Al contempo sintesi dei mondi più disparati con il fine di creare un linguaggio unico, simile agli spazi del suo studio in Viale Monza dove ci ha raccontato il proprio universo creativo.

Nita

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INTERVISTA A NICOLÒ TALIANI

Com’è nata l’idea di Nita?
Tutto ha inizio alla Central Saint Martins di Londra nel 2003, con il mio progetto di laurea in Design Industriale Lampada No. 1, ispirato all’esperimento di Edison della prima lampada. La cosa interessante di questa ampolla era che il cavo, solitamente disposto a terra, diventava elemento decorativo e si poteva estendere, creando quindi una nuova funzione della lampada da tavolo. Il progetto viene selezionato per l’esposizione Maison&Objet a Parigi e la guru del design Rossana Orlandi se ne innamora, portandolo al Salone del Mobile di Milano e lanciandolo nel panorama internazionale. Ero molto giovane e la pressione di mantenere quello standard era tanta.

E poi?
Nel frattempo si aprono nuove porte, tra cui l’opportunità di creare display e cataloghi per la Samsung a Bratislava. Alcune persone acquisiscono consapevolezza con il tempo, magari perché il loro destino è provare cose diverse. Magari dopo la prima lampada non avrei voluto farne una seconda nell’immediato, perché sapevo non sarebbe stata allo stesso livello della prima. Invece il mercato corre, richiede un ritmo costante, opera dopo opera.

Come sei arrivato ai gioielli?
Andai a Bratislava per quattro anni circa, realizzando display e animazioni. Allo stesso tempo avevo bisogno di nuovi stimoli, quindi mi avvicinai al mondo dell’arte e iniziai a lavorare con il pittore e amico d’infanzia Christian Rosa tra New York e Los Angeles. Tutto andava a gonfie vele e vivevamo come rock star. Lì mi cimentai nella scultura e iniziai a interessarmi ai gioielli, grazie ai quali ho imparato a lavorare i metalli. Era una pratica vicina all’arte, ma non mi metteva paura. Trovavo il gioiello quasi astratto, capace di creare un legame con l’oggetto in sé e con chi te lo porge.

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Quando ha fatto la sua comparsa il vetro?
Nelle prime collezioni in metallo si ritrova lo stesso studio delle forme primarie che c’è nelle lampade. Tornato da Los Angeles, mi trasferii a Venezia, dove conobbi un artigiano del vetro di Murano. Ne rimasi molto affascinato e imparai a lavorare il vetro creando le prime perline e i primi anelli. Vedendo un riscontro positivo da parte delle persone, iniziai a venderli nonostante fossero oggetti molto semplici. Poi mi appassionai alle sculture e alle maschere fenice, sviluppando l’idea delle faccine tipiche del mio lavoro. Così arrivò la collaborazione con Kenneth Ize per una sua sfilata e mi ritrovai con un marchio di gioielli.

E fai confluire nel marchio anche il tuo background.
Certo. Le lampade mi avevano “ucciso” all’inizio. In quel momento facevo solo gioielli, ma alcuni investitori erano interessati all’illuminazione e per consolidare il brand ho scelto di unire questi mondi. Tutto ritorna, alla fine è un ciclo.
Ciò significa il doppio del lavoro, perché come studio devo parlare a mercati differenti e farmi capire da persone diverse, ma questi ambiti si completano nel processo creativo. Un esempio dell’unione tra illuminazione e gioielli è l’installazione al Salone del Mobile dello scorso anno per Alcova.

Raccontaci meglio.
Dalla faccina del gioiello ho creato un avatar, che nella mostra racchiudeva tutta l’illuminazione. Volevo che la gente si immedesimasse in lui, un uomo di vetro che esplora il legame tra l’uomo, la natura e tutti i suoi artefatti. Scoprendo di conseguenza il mondo di Nita.

Nita

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ARTE E DESIGN SECONDO NICOLÒ TALIANI

Come ti relazioni alla natura e all’idea di sostenibilità?
Ho sempre avuto un forte senso di responsabilità morale nei confronti della società. Fin dalla prima lampada, mi sono accorto che tutto è fatto di plastica e che qualsiasi cosa può essere dannosa per la natura. Anche per questo ho iniziato a fare arte dopo il periodo dei display: mi era venuto il rigetto per il prodotto. Una lotta continua, in cui mi dicevo che non avrei fatto del male alla natura se avessi creato un buon prodotto. Ma cos’è un buon prodotto?

Quale risposta ti sei dato?
Tutte le mie lampade hanno sempre un elemento naturale che ritorna, che sia il vetro o la cellulosa, e sono pensate in base alla scelta responsabile dei materiali, dei processi e della produzione locale. Si tratta di ricercare la soluzione più giusta per limitare i danni che il progresso è capace di portare.

Spaziando tra arte, artigianato e design, quali sono i tuoi riferimenti?
Mi ispiro ai modernisti americani fino ai movimenti postmoderni e futuristi. Tra i nomi di architetti e artisti che preferisco ci sono Franz West, Baldessari, Paul McCarthy, Richard Prince, Isamu Noguchi, Constantin Brâncuși, Le Corbusier e molti altri. Anche Christian Rosa è uno dei miei riferimenti. Credo che nella scala dell’arte possano coesistere più cose, soprattutto quando è la stessa mano che cerca e crea questi legami.

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Invece qual è la tua filosofia di vita nell’approccio alla creazione?
Tutto quello che ho fatto nel mio percorso di vita è stato compiere errori e ripararli. Questo quadro davanti a te (indica un’enorme tela, N.d.R.) è pieno di errori, ma poi li copro con altra pittura e scopro qualcosa di nuovo. Se hai paura di commettere errori non farai mai niente di diverso, in maniera libera e disinvolta, mentre se ti concedi all’errore lo puoi coprire e disegnarci sopra.

E che valore assume l’errore?
Diventa la parte bella dell’opera. Se fosse tutto perfetto, allora sarebbe un grafico. Si tratta di andare avanti sbagliando, perché anche nella vita, quando si rompe qualcosa, la rifai, la copri. Eppure credo che l’arte sia l’unica cosa vera: crei qualcosa che nessuno può correggere o dire come fare.

Aurora Mandelli

https://nitacollection.com/

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Aurora Mandelli

Aurora Mandelli

Originaria di Vaprio D’Adda, si sposta a Milano e Bordeaux per perseguire gli studi. Da sempre amante della moda in tutte le sue forme, coltiva la passione per l’arte, il cinema e il teatro. Attualmente fashion stylist e redattrice freelance…

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