Il metodo e la poesia dell’architetto Franco Albini in mostra a Piacenza

Sono pezzi rari o mai esposti prima quelli nella galleria Volumnia, che rende omaggio a uno degli architetti e designer chiave di tutto il Novecento

È passato alla storia soprattutto come un ‘razionalista’, definizione che oggi possiamo ritenere del tutto riduttiva”, afferma il curatore Stefano Andrea Poli in merito a Franco Albini (Robbiate, 1905 – Milano, 1977). Al maestro milanese la galleria Volumnia di Piacenza sta dedicando una mostra che include pezzi al proprio debutto espositivo, risalenti agli Anni Trenta del secolo scorso e dall’affascinante storia, e un focus sul rapporto fra l’architetto e il territorio piacentino. Ci siamo fatti raccontare qualcosa in più dal curatore.

Franco Albini. Metodo e poesia, 2023, installation view at Volumnia, Piacenza. Photo Fausto Mazza Studio

Franco Albini. Metodo e poesia, 2023, installation view at Volumnia, Piacenza. Photo Fausto Mazza Studio

INTERVISTA A STEFANO ANDREA POLI

Metodo e poesia. Il titolo della mostra racconta come l’approccio rigoroso di Franco Albini all’architettura e al disegno degli arredi sia sempre stato attraversato da uno sguardo poetico capace di manifestarsi poi nei manufatti che progettava. Come dialogano questi due aspetti?
Nell’opera di Albini questi due elementi convivono in modo peculiare ed evidente rispetto ad altri architetti suoi coetanei. Va detto, però, che questi sono due aspetti comunque presenti nella cultura architettonica della prima metà del Novecento, grazie all’insegnamento di Portaluppi, Ponti o Persico, che stimolava a trovare una finalità da un lato sociale e morale, ma anche artistica e spirituale nell’opera dell’architetto. Albini stesso si forma con Ponti nel periodo in cui stava gradualmente abbandonando le forme classiche e le citazioni della formazione accademica del Novecento, per aderire a una geometrizzazione più stringente, nel solco della grande tradizione della modernità.
In questo scenario, Albini è ben lontano dall’intendere l’architetto come un semplice esecutore di un progetto concepito secondo schemi razionali. È passato alla storia soprattutto come un “razionalista”, definizione che oggi possiamo ritenere del tutto riduttiva.

E dunque come dovremmo considerare il suo metodo?
Aveva certamente un approccio analitico rigoroso, quasi calvinista, nello scomporre il programma progettuale in modo inflessibile nei suoi componenti essenziali ‒ per identificare quali fossero indispensabili ‒, senza i quali il progetto non funzionava, che si trattasse di un’architettura, una sedia o un mobile. Tuttavia, una volta scomposti gli elementi, li ricompone non come una semplice somma, bensì li trasfigura in un insieme che diventa espressivo di qualcos’altro. Un approccio, questo, che matura nel corso dei decenni grazie al lavoro meticolosamente teso a precisare alcune idee cardine.

Parliamo della mostra. Ci sono alcuni pezzi storici di Albini, mai esposti prima d’ora e che provengono da collezioni private. Di cosa si tratta?
Si tratta di una serie di arredi, esposti nel piccolo padiglione progettato da Albini nel 1932 per la Fiera Campionaria di Milano, che all’epoca era un luogo dove si sperimentavano materiali e soluzioni innovative. Il padiglione di Albini, dotato di un tetto piano, è molto piccolo ma significativo: era realizzato completamente in masonite, un materiale del tutto nuovo per l’epoca, non solo in Italia: brevettato da Mason negli Stati Uniti nel 1924, venne poi industrializzato e commercializzato nel 1928-30. Tempo fa, con Roberto Dulio e Fabio Marino, siamo stati chiamati dai proprietari di alcuni mobili d’epoca per capire se fossero di Gio Ponti, e appena me li hanno fatti vedere ho capito che in effetti erano di Albini, ricordando che erano stati pubblicati da Ponti su Domus. La curiosità è che i proprietari di quei mobili erano gli eredi della persona che aveva iniziato un’attività di importazione della masonite in Italia, forse il committente stesso di Albini. Dopo l’esposizione non c’è traccia di una produzione in serie di questi mobili; abbiamo quindi dedotto che si tratti di pezzi unici, rimasti di proprietà del produttore stesso. I materiali iconografici in mostra che illustrano questi arredi arrivano dall’Archivio della Fondazione Franco Albini e sono gli stessi pubblicati da Ponti su Domus. Ed è grazie alle ricerche di Giampiero Bosoni, che sta lavorando a uno studio esaustivo su tutti i progetti di Albini, che il padiglione in masonite compare nel regesto delle opere dell’architetto.

Franco Albini durante l'allestimento della mostra di arte contemporanea, arte decorativa e architettura italiana, Helsinki, 1953

Franco Albini durante l’allestimento della mostra di arte contemporanea, arte decorativa e architettura italiana, Helsinki, 1953

LA MOSTRA DI FRANCO ALBINI A PIACENZA

Il progetto dell’allestimento richiama in qualche modo il linguaggio di Albini?
L’allestimento è stato disegnato dallo Studio Albini Associati: è un chiaro omaggio al modo espositivo leggero e diafano di Franco Albini, seppure con caratteristiche di autonomia compositiva. C’erano inoltre grossi vincoli da rispettare nella chiesa di Sant’Agostino, dettati dalla Soprintendenza, dalla monumentalità e anche dalle dimensioni del luogo, quindi non si poteva fare qualcosa di totalmente libero. In linea di principio, abbiamo deciso di esporre soprattutto oggetti reali, quindi gli arredi e le lampade. La mostra non ha la pretesa di essere esaustiva, ce ne sono già state di importanti e seminali in precedenza, ma è a suo modo evocativa e aggiunge alcuni tasselli inediti alla conoscenza dell’opera di Albini e dei suoi sodali.

Com’è organizzato il percorso espositivo?
È articolato in sezioni e in una parte introduttiva, in cui si spiegano le motivazioni e gli elementi nuovi presenti in mostra, come i mobili di masonite, esposti al pubblico per la prima volta dal 1932. Una serie di gigantografie di foto storiche, delle architetture, degli arredi e dei suoi allestimenti ritma lo spazio delle navate, ma non si tratta solo di un commento iconografico. Le foto parlano del modo in cui il progettista, il produttore Poggi e il fotografo hanno voluto rappresentare questi oggetti nei cataloghi, nelle pubblicazioni e nelle pubblicità, trasmettendo un racconto. L’idea è quella di emozionare lo spettatore con queste immagini molto grandi, quasi delle pale d’altare, e renderlo partecipe del racconto.
Al centro, all’incrocio tra la navata centrale e il transetto, su una grande pedana è posto l’insieme dei mobili in masonite. Da un lato del transetto c’è una sezione bibliografica con una selezione di libri che illustrano la fortuna critica di Albini, dall’altro un video che era stato realizzato da Paola Albini in occasione della mostra in Triennale del 2006, gentilmente messo a disposizione dalla Fondazione. Nell’area dell’ex presbiterio della chiesa, invece, viene allestita una sorta di ambiente costellato di altri mobili di Albini e Helg (per lo più di produzione Poggi) e di un’ampia selezione delle lampade che Albini, Helg e Piva progettano nel 1968 per la ditta Sirrah.

Poltroncina 832 Luisa, progettata tra il 1949 e il 1955 da Franco Albini, premio Compasso d'oro ADI 1955. Photo Fausto Mazza Studio

Poltroncina 832 Luisa, progettata tra il 1949 e il 1955 da Franco Albini, premio Compasso d’oro ADI 1955. Photo Fausto Mazza Studio

Queste lampade hanno la caratteristica di essere tutte componibili.
La cosa stupefacente di queste lampade, che sono state illustrate nella bibliografia dedicata ad Albini con pochi cenni, è la componibilità del sistema: non si tratta di una singola lampada, e neppure di una serie di lampade coordinata, ma della possibilità di combinare elementi singoli fino a circa 20mila soluzioni diverse. Il percorso della mostra si dipana quindi in alcune tappe significative del metodo scrupoloso e al contempo poetico di Albini: dai mobili in masonite, fra i primi esempi di progetto modulare industrializzabile, fino alle lampade AM/AS.

Qual è la loro storia?
Verso la fine della carriera di Albini, in collaborazione con Helg e Piva, vede la luce un sistema omnicomprensivo di lampade, in cui l’elemento finale, cioè la composizione variabile di elementi standardizzati, intercambiabili tra loro attraverso un morsetto universale, parla di quella capacità di Albini di studiare l’elemento tecnico, sviscerandone gli elementi costituivi per poi ricomporli in una sintesi dal grande afflato poetico, dove, in questo caso, la libertà compositiva è conferita all’utente, come se Albini facesse dono della sua capacità creativa.

Simona Galateo

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Simona Galateo

Simona Galateo

Architetto e curatore, ha studiato alla Facoltà di Architettura di Ferrara, Urban Studies alla Brighton University con una borsa di studio post-laurea e ha ottenuto un Master di II livello in Strategic and Urban Design al Politecnico di Milano. Prosegue…

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