Via il nome di Philip Johnson dal MoMA: la richiesta di un collettivo di architetti

Aveva pubblicato dichiarazioni filonaziste per un giornale antisemita e voleva fondare un proprio partito in Louisiana: i legami del celebre architetto, progettista della Glass House di New York, con il suprematismo bianco americano hanno spinto i colleghi a una protesta.

La facciata del MoMA di New York
La facciata del MoMA di New York

Dati i noti legami di Johnson con le visioni e le attività dei suprematisti bianchi, il suo è un nome inappropriato per qualunque istituzione culturale o educativa che intende servire un ampio pubblico”. Così il Johnson Study Group, gruppo di ricerca formatosi attorno al caso, ha formalmente chiesto al Museum of Modern Art di New York di togliere il nome dell’architetto dai suoi palazzi e da tutti i titoli. Philip Cortelyou Johnson (Cleveland, 1906 – New Canaan, 2005), progettista del grattacielo 550 di Madison Avenue, è stato il primo direttore del dipartimento di architettura e design del MoMA, dove ha lavorato dal 1932 al 1936 e, ancora, dal 1946 al 1954. Nel 1957 diventò membro del consiglio di amministrazione dell’istituzione. La lettera del collettivo è corredata dalle firme di trentotto grandi architetti e designer, ed è supportata anche da sei dei dieci partecipanti alla prossima mostra del MoMA, Reconstructions: Architecture and Blackness in America, che prenderà il via il 20 febbraio prossimo: si tratta di Emanuel Admassu, Sekou Cooke, J. Yolande Daniels, Felecia Davis, Olalekan Jeyifous e Amanda Williams. Un settimo partecipante alla mostra, la prima a esplorare l’architettura delle comunità afroamericane e africane negli States, ossia la professoressa di Princeton V. Mitch McEwen, si è inoltre identificata come parte del Johnson Study Group.

Philip Johnson, 2002 via Wikipedia
Philip Johnson, 2002 via Wikipedia

PHILIP JOHNSON:I LEGAMI CON IL SUPREMATISMO

Le inclinazioni politiche del celebre architetto della Glass House sono ben documentate: scomparso nel 2005, era stato oggetto di un’indagine per le sue connessioni con il partito nazista, per aver scritto su un giornale antisemita e per aver tentato di fondare il suo partito fascista personale in Louisiana. Si era spinto, come denunciato nel libro The man in the Glass House, a dichiarare di voler portare la “luce del nazismo nel buio dell’America” e voler essere “l’Hitler degli Stati Uniti”. “Il mondo dell’architettura è complice con il suprematismo bianco, al punto che molti chiudono semplicemente un occhio”, ha detto McEwen a Curbed, la rivista di architettura che per prima ha trovato la lettera del collettivo su Instagram. “È stato settato uno standard di abuso: questo è ciò che fa il nome di Philip Johnson, questo è ciò che si ottiene dedicandogli una galleria”, ha sottolineato la docente. Il nome dell’architetto, che per il MoMA ha anche realizzato l’Abby Aldrich Rockefeller Sculpture Garden, compare oggi nel titolo della posizione lavorativa e su molte pareti e gallerie del museo.

PHILIP JOHNSON:NON CANCELLARE LA STORIA, SOLO GLI ONORI

Il lavoro architettonico di Johnson merita di essere conservato negli archivi e preservato in generale”, prosegue la lettera (la cui versione estesa è disponibile a questo link), “ma attribuire titoli accademici e spazi nella galleria a suo nome suggerisce inevitabilmente che il dedicatario sia un modello per curatori, amministratori, studenti e chiunque altro sia parte di queste istituzioni. Johnson ha aggravato la persistente pratica del razzismo nell’architettura, che ancora oggi fa danni”, conclude la missiva, collegandosi alle più ampie richieste di una democratizzazione dei modelli portata avanti da Black Lives Matter. Il museo non ha ancora risposto alla richiesta di un commento.

Giulia Giaume

https://www.instagram.com/johnsonstudygroup/

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Giulia Giaume
Appassionata di cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli teatrali, mostre di arte figurativa e contemporanea. Avvicinatasi al giornalismo culturale con un corso sulla critica teatrale e cinematografica del maestro Daniel Rosenthal, cerca con ogni mezzo di replicare per iscritto la meraviglia che suscita in lei ogni manifestazione del genio umano. Laureata in Lettere, sta scrivendo la tesi di Scienze Storiche sulle aggregazioni sociali nate con le nuove forme abitative del secondo dopoguerra milanese, mentre conclude il master di giornalismo alla scuola Walter Tobagi. Scrive recensioni per Satisfiction e coltiva il suo senso del bello sul blog personale Cinquesensi.