Poche parole, molti fatti. Intervista a Didonè Comacchio Architects

In occasione della presentazione del loro ultimo lavoro completato, documentato dagli scatti del fotografo Simone Bossi, abbiamo fatto due chiacchiere con gli architetti Paolo Didonè e Devvy Comacchio, soci, dal 2013, dello studio omonimo con sede a Rosà, in Veneto. I temi trattati? I concorsi, le prospettive, le ispirazioni.

La sede di Didonè Comacchio Architects a Rosà, courtesy of DCA
La sede di Didonè Comacchio Architects a Rosà, courtesy of DCA

Accumunati da un passato universitario allo IUAV, tendenzialmente schivi ma molto, molto determinati, i Didonè Comacchio Architects sono uno studio di progettazione che potremmo definire “di provincia”. Vale a dire? Geograficamente lontano dalle canoniche polarità urbane, ma parte di quella cerchia che non solo partecipa a concorsi ma ha all’attivo molti progetti completati. A oggi, nonostante siano giovani progettisti italiani under 40, contano un numero considerevole di realizzazioni – in ambito residenziale, sportivo, scolastico, industriale – oltre a pubblicazioni e premi. Lo studio, infatti, opera a diverse scale, con un particolare interesse per la sperimentazione materica e sensoriale. Oltre ai due fondatori, è costituito dagli architetti Gianmarco Miolo, Denis Stoppiglia, Lorenzo Fravezzi, Gianluca Perin. E da Mario, onnipresente assistente a quattro zampe, celebrato dall’ hashtag #theseriousinvisbledog.

INTERVISTA A DIDONÈ COMACCHIO ARCHITECTS

Tre aggettivi per descrivere voi e il vostro lavoro
Curiosi. Ambiziosi. Appassionati.

Parliamo di concorsi di architettura: un tema piuttosto scottante, almeno in Italia. Troppe volte si vincono, ma poi non si riesce a realizzarli. Voi, al contrario, sembrate essere particolarmente bravi o particolarmente fortunati o entrambi. Recentemente, ad esempio, ne avete vinti due, ora in fase di costruzione…
Sì, noi abbiamo avuto la fortuna – o la capacità ‒ di realizzarne tanti quanti ne abbiamo vinti. Una condizione rara e privilegiata, nel panorama architettonico nostrano. Specialmente nella nostra generazione che molte volte soffre proprio di questo: il non veder realizzato un progetto che pure era stato premiato come migliore oppure vederlo realizzato ma diversamente, in primis per questioni di budget aL ribasso. Altre volte invece siamo arrivati molto vicini alla meta, senza riuscire a farcela per un soffio, fa parte del gioco. Col tempo è diventata particolarmente importante la scelta del concorso da fare: bisogna cioè essere bravi a leggere quando ci sono indizi che fanno capire che è meglio evitare e non impegnare il team.

Didonè Comacchio Architects, Concorso Palazzetto dello sport, Nembro, courtesy of DCA+ATIProject
Didonè Comacchio Architects, Concorso Palazzetto dello sport, Nembro, courtesy of DCA+ATIProject

Su cosa state lavorando ora?
In questo momento stiamo procedendo, in collaborazione con ATIProject – studio di progettazione ingegneria e architettura internazionale –, con due progetti: il Nuova Palazzetto dello sport a Nembro (BG) e la nuova scuola Secondaria di Primo Grado a Zibido San Giacomo (MI). Entrambi sono progetti importanti, nella metratura oltre che nella funzione, poiché hanno a che fare con la formazione di giovani studenti e atleti. Ecco perché li abbiamo immaginati come spazi innovativi, progettati con elevati standard di efficienza ed ecosostenibilità.

Avete all’attivo diverse realizzazioni, di cui molte residenziali. Il tema dell’interior, oltre a quello costruttivo, ha un peso importante nel vostro lavoro. Ma vi occupate anche di design, grazie a collaborazioni con brand del calibro di Lapitec. Raccontateci di più.
In Veneto lavoriamo molto e finora abbiamo potuto completare, sia per la parte costruttiva che per gli interni, più di una dozzina di progetti residenziali; circa 25 ne abbiamo in corso, alcuni in cantiere altri in fase progettuale. Con una committenza adeguata è possibile realizzare progetti molto interessanti e curati, dal concept ai dettagli. Talvolta poi ci capita di fare incursione nel mondo del product design: è il caso di Torrone, tavolo che nasce dalla continua ricerca sui materiali che lo studio svolge con lo scopo di sperimentare e valorizzare ogni superficie. È composto da tre elementi distinti, anche matericamente: le gambe della struttura sono due volumi in calcestruzzo bianco, tagliati e levigati con lo scopo di far emergere gli inerti chiari. Gli elementi strutturali di collegamento sono in legno. Il top, invece, è in una lastra unica di pietra sinterizzata, fornito da Lapitec, in finitura “bianco assoluto”.

Paolo Didonè e Devvy Comacchio, courtesy of DCA
Paolo Didonè e Devvy Comacchio, courtesy of DCA

In uno dei vostri ultimi lavori la Tribuna a Travettore di Rosà si legge un omaggio, o meglio una rilettura, del gigante Mies Van der Rohe. Quali sono oggi i riferimenti, nazionali o internazionali, da cui traete ispirazione per i vostri progetti?
Amiamo molto i minimalisti e coloro che, come noi, ricercano una qualità formale dello spazio, della luce e dei materiali, con una predilezione spiccata per legno, ferro e cemento. Potremmo dire che a oggi guardiamo con attenzione al lavoro di figure come John Pawson, Marcio Kogan, Vincent Van Duysen, Bevk Perovic Architekti, Barozzi Veiga, ma anche dei più coetanei Studio Wok, Lopes Brenna, Colombo/Molteni – Larchs Architettura.

Cosa vi augurate di raggiungere nei prossimi dieci anni?
Ci piacerebbe aprire una sede all’estero, a New York o a Singapore. Non abbiamo l’ambizione di diventare uno studio troppo grande numericamente, composto da troppi collaboratori. La dimensione di “famiglia” ci piace di più, poiché ci consente di lavorare senza mai dimenticare quella dimensione autoriale che talvolta i grandi gruppi perdono, a favore di un lavoro da “polli in batteria” [grandissimi fatturati non sempre equivalgono a grande qualità, N.d.R.].
Il nostro obiettivo è, piuttosto, riuscire a fare solo lavori che ci interessano davvero. Ve lo abbiamo detto, no? Siamo ambiziosi!

Giulia Mura

www.didonecomacchio.com/it

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.