Durante la Milano Design Week 2019 è stato inaugurato il nuovo flagship store di Valextra, progettato dall’architetto John Pawson. Abbiamo parlato con lui dei suoi progetti recenti e delle sue indagini poetiche.

John Pawson – nato nel 1949 a Halifax, nello Yorkshire ‒ è il padre dell’architettura minimalista. Considerato tale per la semplicità della sua architettura, basata su elementi essenziali come lo spazio, le proporzioni, la luce e i materiali come mezzi con cui esplorare le soluzioni adatte alle situazioni concrete, Pawson sembra non porsi il problema di essere etichettato così, “nonostante molti architetti non accetterebbero mai questa condizione”. Formatosi alla AA Architecture Association di Londra, inizia la carriera nello studio di Shiro Kuramata a Tokyo, da cui assorbirà i valori simbolici e una certa ossessione per la cultura giapponese. Tra le sue opere più rilevanti, il ridisegno degli interni del Design Museum di Londra e l’ex sede del Commonwealth Institute a South Kensington, oggi gioiello modernista restaurato da OMA, ma anche gli interventi sugli edifici sacri ‒ emblematica la Wooden chapel di Unterliezheim, in Germania.
In occasione del 58esimo Salone del Mobile di Milano, John Pawson ha raggiunto la città lombarda per presentare Uniformity, l’allestimento del negozio di Valextra in via Manzoni 3. Valextra ‒ che da tempo collabora con gli architetti per l’allestimento degli interni; l’anno scorso era stata la volta di Kengo Kuma ‒ ha scelto Pawson per l’edizione 2019. Il risultato è uno store monocromatico, una sorta di museo, dove gli oggetti in vendita diventano dei capolavori artistici.

John Pawson a Milano, aprile 2019. Courtesy VALEXTRA
John Pawson a Milano, aprile 2019. Courtesy VALEXTRA

5 CONCETTI PER UN’INTERVISTA

L’intervista è impostata seguendo alcuni dei temi spaziali usati da John Pawson nella pubblicazione Minimum, edita da Phaidon nel 1996. Minimum è ‒ ancora oggi ‒ tra i più importanti saggi di architettura del nostro secolo e usa la pratica dell’associazione tra immagini evocative e parole chiave: mass (massa), light (luce), structure (struttura), ritual (rito), landscape (paesaggio), order (ordine), containment (contenimento), repetition (ripetizione), volume (volume), essence (essenza) ed expression (espressione). Cinque di queste (mass, light, ritual, landscape, essence) sono diventate le domande per l’architetto inglese.

MINIMUM. Partiamo dal titolo del libro. La critica è solita definirti un architetto minimalista, ma esiste davvero una corrente minimalista? Ti riconosci in questa definizione? Cosa significa MINIMUM per un architetto del tuo livello?
Questa definizione è legata all’idea di oggetto, per questo l’ho scelta come titolo. Se si mette qualcosa in uno spazio, si trasforma sia l’oggetto che lo spazio: ogni cosa esiste come tale e il ruolo dell’architettura è quello di istituire la migliore relazione possibile tra spazio e oggetti. Diciamo che la corrente minimalista è sicuramente più rilevante nel campo dell’arte ‒ vedi Donald Judd, uno delle mie più grandi fonti di ispirazione ‒, ma essere riconosciuto come tale non è mai stato un problema. Credo di essere l’unico del campo ad accettare questa condizione, ed è chiaro dal titolo della pubblicazione.

MASS. Spesso, come nel caso del nuovo flagship store di Valextra, lavori con superfici monocromatiche che trasferiscono una forte idea di massa, di materia, di uniformità. Questo tuo modo di fare architettura viene proprio dall’arte minimalista di Donald Judd?
Credo di essere stato più bravo a spiegare nel libro, che oggi a parole, cosa intendo per mass. Donald Judd è stato per me un riferimento: l’irreversibile immobilità delle sue sculture, il senso tattile che trasmette la sua opera… L’ho conosciuto tramite Shiro Kuramata, il mio primo datore di lavoro e maestro. La massa deve essere in perfetto equilibrio con la luce, una materia importante, una presenza fisica che conforma lo spazio. Come si fa a pensare che non sia una presenza fisica? Chi forma l’arcobaleno? È fondamentale poi la proporzione per dare l’idea di massa. Pensa a una parete in pietra naturale, poi pensa a una parete tradizionale giapponese in carta, immagina di attraversarla: ecco l’idea di massa tradotta in una cosa visiva.

John Pawson, Wooden chapel Unterliezheim, Germany. Photo Felix Friedman
John Pawson, Wooden chapel Unterliezheim, Germany. Photo Felix Friedman

LIGHT. A proposito di luce, hai citato il tuo maestro Shiro Kuramata, grandissimo designer che lavorava con le trasparenze e con la luce. Eppure anche abbastanza lontano dall’opera tattile di Judd…
Shiro è sempre stato più poetico e romantico di me, molte delle sue ispirazioni venivano dai sogni, arrivava e diceva: “Ho avuto un’idea, l’ho sognata questa notte”. Alla sua poetica ho sempre preferito i suoi interiors. Il suo talento era per gli oggetti. Per me è stato il primo maestro, la prima fonte di ispirazione, il primo che ho visto lavorare e ho pensato: “Oh my god, this is it!” – “Questo è, questo è quello che voglio fare”. Voglio dire, anche Mies van der Rohe è stato importante per me, il mio interesse ha sempre virato per la sua architettura, ma apparteneva a un’altra era.

RITUAL. Il tuo lavoro risente del tuo legame con la cultura giapponese e delle valenze simboliche architettoniche di questo Paese. Di recente hai realizzato una cappella nel sud della Germania, che è più uno spazio di meditazione che religioso. Cosa puoi raccontarci a riguardo?
La Wooden Chapel è un posto per chiunque. È un caso che il cliente sia di religione cristiana: io ho progettato uno spazio per l’uomo affinché si senta a proprio agio. Qui ci si arriva dopo una lunga camminata o in bici, ci si siede e ci si rilassa. Dentro, solo una panca di cemento, la materia protagonista è la luce che entra tramite la croce, l’unica finestra: una striscia luminosa [“a small gap”, dice Pawson, N.d.R.] tra gli elementi verticali, ovvero le pareti di legno e la copertura.

LANDSCAPE. Proprio quell’unica finestra connette visivamente il paese vicino.
Dall’apertura si guarda giù verso la valle e si inquadra la chiesa del villaggio. Questo era esattamente il focus che volevo. Inserita tra il bosco e la valle, questa cappella ha una forte connessione con gli ambienti esterni, data proprio dalla piccola finestra. È un rifugio tradotto in contenimento spaziale, che non significa chiusura fisica verso l’esterno. Al contrario: l’esterno entra nello spazio di raccoglimento.

John Pawson, Design Museum, Londra. Photo credits Friederike von Rauch
John Pawson, Design Museum, Londra. Photo credits Friederike von Rauch

ESSENCE. Monocromatica e massiccia, in pietra naturale o in legno, la bench (ovvero la panca) è il filo rosso dei tuoi interni, un elemento di architettura immancabile nei tuoi progetti. Siamo appunto seduti su una panca da te realizzata per Valextra.
Non so bene neanche io perché sono così attratto dalla bench, mi dà eccitazione! Poi le cose sono due: o una sedia singola o una panca. Non posso sopportare di vedere tante sedie insieme. Stanno bene solo nella Grundtvig’s Church di Copenaghen, che è un capolavoro. Ricordo la prima volta che sono stato alla abbazia Le Thoronet nel sud della Francia; lì ho visto una panca che parte dall’ingresso e arriva fino alla fine della parete, per circa 50 metri, tutta in pietra. Ho preso e mi sono seduto verso la fine della panca, da solo, c’è qualcosa di molto attraente per me nel farlo: c’è spazio per molta gente, ma a me piace starmene solo alla fine di una panca.

Ricostruire le immagini dei tuoi riferimenti architettonici è abbastanza immediato. La tua minuziosa attenzione alla realtà la traduci in fotografia e la condividi con il pubblico, sia sul web che nei libri. Come è il tuo rapporto con la fotografia? Come ti approcci all’uso dei social media?
L’immagine visiva, come dicevo prima, è più intensa di qualsiasi parola. Io ho sempre fotografato, è un mio modo per documentare e imparare. Di cento foto che faccio, ne condivido solo una. Per quanto riguarda il mio rapporto con i social media, uso Instagram ma è un diario di vita privata. Non so neanche perché sia così popolare. Ho quattro sorelle che non fanno altro che prendermi in giro, mi dicono: “Carica una foto di un foglio bianco che fai 1000 like!”.

Bianca Felicori

www.johnpawson.com/

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AutoreJohn Pawson
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Bianca Felicori
Bianca Felicori è architetto junior e studentessa del corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano. Inizia il suo percorso nella redazione di Domus insieme all’ex direttore Nicola Di Battista, correlatore della sua tesi di laurea triennale “L’occhio dell’arte in Domus” dedicata al rapporto tra la disciplina artistica e quella architettonica, con il contributo di Mimmo Paladino. Dopo l’esperienza all’interno della redazione, partecipa attivamente agli eventi dedicati all’architettura in Italia - Salone Internazionale del Mobile e Biennale di Venezia. Nata a Bologna e residente a Milano, è oggi redattrice di Artribune e si occupa di architettura e arti visive.