Dare forma alle città. I casi di Città del Messico e Parigi

Il centro LSE Cities di Londra segue da anni i processi di urbanizzazione e trasformazione delle città a scala globale. I risultati di queste analisi sono ora raccolti in un volume, presentato a Venezia come evento collaterale della Biennale Architettura 2018. Un’occasione per tirare le somme dei traguardi raggiunti da due delle metropoli studiate: Città del Messico e Parigi.

Ricky Burdett & Philipp Rode ‒ Shaping Cities in an Urban Age (Phaidon, Londra 2018)
Ricky Burdett & Philipp Rode ‒ Shaping Cities in an Urban Age (Phaidon, Londra 2018)

Nel 1957 un giovane architetto britannico, John Turner, lasciava l’Europa per trasferirsi a Lima, in Perù. Da poco diplomato all’esclusiva e prestigiosa Architectural Association di Londra, Turner avrebbe potuto ambire, nell’Inghilterra degli Swinging Sixties, a una brillante carriera da professionista. Alla fama e all’affermazione personale preferì invece la “de-education”. Con questo termine l’architetto faceva riferimento allo studio e all’osservazione delle barriadas, gli insediamenti illegali, che, particolarmente in quegli anni, stavano ricoprendo a un ritmo vertiginoso le colline intorno al centro città. Tra i primi a considerare i processi di urbanizzazione illegale come fenomeni urbani da cui trarre soluzioni e non come semplici problemi da eradicare, Turner restò a Lima otto anni, facendo confluire i risultati delle sue analisi nel volume Freedom to build (1972).

SHAPING CITIES IN AN URBAN AGE

Da quegli anni post-bellici, segnati dal boom economico dell’Occidente e dall’esplosione delle città latino-americane, i processi di urbanizzazione e di evoluzione delle città sono cambiati notevolmente. Di fronte all’attuale espansione delle città africane e asiatiche e alla necessaria riconversione delle aree urbane europee e americane, gli equilibri tra le diverse regioni del mondo sembrano ormai essere stravolti. In previsione della, ormai certa, crescita della popolazione urbana a scala mondiale, il centro LSE Cities della London School of Economics segue da almeno quindici anni i processi di urbanizzazione e le emergenze che le metropoli di domani dovranno affrontare: dall’inquinamento alla mobilità, dall’immigrazione alla distribuzione delle risorse. Guidato da Ricky Burdett – professore alla LSE e curatore della Biennale di Architettura di Venezia del 2006 –, il centro ha recentemente raccolto i risultati delle sue analisi nel volume Shaping Cities in an Urban Age, presentato lo scorso settembre a Venezia, nel quadro della 16. Mostra Internazionale di Architettura. Per l’occasione Shelley McNamara, curatrice dell’evento veneziano, ha discusso con l’autore del volume e gli invitati José Castillo e Jean-Louis Missika, le strategie urbane delle città di provenienza dei due ospiti: rispettivamente Città del Messico e Parigi.

Il nuovo parco La Mexicana progettato da José Castillo nel quartiere di Santa Fe a Città del Messico. Photo cc Jbaldo23 via Wikipedia
Il nuovo parco La Mexicana progettato da José Castillo nel quartiere di Santa Fe a Città del Messico. Photo cc Jbaldo23 via Wikipedia

CITTÀ DEL MESSICO, TRA LIMITI E PROSPETTIVE

La scelta delle due metropoli, fra le tante analizzate nel volume, non è casuale. Entrambe rappresentano, infatti, nel processo di urbanizzazione globale, l’altra faccia della medaglia: aree urbane nelle quali, conclusasi la selvaggia espansione novecentesca, occorre oggi ripensare l’utilizzo dello spazio e la gestione delle risorse esistenti. In un’epoca nella quale spesso il lavoro dell’architetto e del pianificatore sembra ormai essere continuamente sopraffatto dai poteri di un mondo globalizzato e incontrollabile, le due città, scelte come paradigma, sembrano infatti indicare possibilità di cambiamenti urbani reali e di grande efficacia.
Della prima, analizzata dall’architetto e urbanista José Castillo con continui riferimenti alle altre grandi metropoli latino-americane, emergono in prima istanza i limiti che hanno caratterizzato il suo sviluppo dall’inizio del XX secolo: la tendenza alla retorica monumentalità, i processi autocratici e poco trasparenti, il persistere su idee urbanistiche superate e la poca capacità di imparare da altre realtà. A fianco di queste “patologie croniche latino-americane” – come le definisce Castillo – sono potuti tuttavia nascere, negli ultimi anni, grandi progetti di riappropriazione dello spazio urbano. Il parco La Mexicana, nell’esclusivo quartiere di Santa Fe, è ad esempio riuscito a portare un immenso spazio pubblico al centro di una delle aree con più gated communities – e quindi più privatizzate – della metropoli. Lo stesso vale per esperienze come il SESC 24 de Maio, aperto circa un anno fa nel caotico centro di San Paolo in Brasile: una torre di quattordici piani interamente dedicata ad attività – sportive, culturali e di tempo libero – a carattere pubblico.

REINVENTER PARIS

Dalla sinergia tra pubblico e privato che caratterizza quest’ultimi interventi anche Parigi sembra aver tratto le sue strategie migliori. Lanciato dalla sindaca Anne Hidalgo nel 2014, il piano Reinventer Paris sta portando avanti ventitré progetti di privati, selezionati per essere costruiti su aree pubbliche sottoutilizzate e selezionati secondo criteri quali innovazione, sostenibilità e accesso pubblico. Gli interventi sono stati sviluppati lavorando in stretta collaborazione con l’assessorato all’urbanistica parigino, guidato appunto da Jean-Louis Missika, premiando non la massima redditività ma il massimo vantaggio per la comunità. Tra i nomi coinvolti nel mega-progetto figurano David Chipperfield, Sou Fujimoto, Olafur Eliasson, Manuelle Gautrand e Jacques Ferrier. Tutti i progetti sono stati sviluppati da squadre multidisciplinari e ospitano funzioni miste, appartamenti privati, edilizia sociale, uffici, negozi, scuole, spazi pubblici e parchi. Al piano Reinventer Paris si sta poi accompagnando una riorganizzazione delle grandi piazze pubbliche parigine, che, su modello della nuova Place de la République, saranno ridisegnate togliendo spazio ai mezzi privati per favorire pedoni e trasporto pubblico.

L'incontro “Shaping cities in an urban age” alla Biennale di Architettura di Venezia, 2018. Photo Lorenzo Marzi, Courtesy La Biennale di Venezia
L’incontro “Shaping cities in an urban age” alla Biennale di Architettura di Venezia, 2018. Photo Lorenzo Marzi, Courtesy La Biennale di Venezia

A PROPOSITO DI PIANIFICAZIONE

Proprio come John Turner aveva dovuto spostarsi alla “periferia del mondo” per osservare da un altro punto di vista una realtà globale ben più complessa di quella che gli era stata presentata durante gli anni universitari a Londra, il laboratorio di Burdett si propone per la prima volta di fornire una lettura generale – e quindi necessariamente non esaustiva – delle realtà urbane di oggi. L’accento è posto in particolare sul significato della parola “pianificazione” e delle sue diverse accezioni regionali, mostrando in particolare come oggi architetti e urbanisti abbiano di fatto tutti gli strumenti per agire concretamente – anche se solo in maniera puntuale – sul territorio. Un’affermazione non del tutto ovvia in un periodo di dilagante rassegnazione e di crescente frammentazione delle problematiche – e quindi delle strategie d’azione – architettoniche e urbane. E di cui Burdett, Castillo e Missika si fanno rappresentanti.

Leonardo Lella

Ricky Burdett & Philipp Rode ‒ Shaping Cities in an Urban Age
Phaidon, Londra 2018
Pagg. 275, € 59,95
ISBN 9780714877280
https://uk.phaidon.com
https://lsecities.net/

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Leonardo Lella
Leonardo Lella è architetto, curatore e redattore di architettura. Dopo gli studi tra Roma, Amburgo, Monaco e l’America Latina si è trasferito a Venezia, dove dal 2018 lavora per la Biennale di architettura. Fin dai primi anni di università si è interessato all’editoria e alla curatela di mostre di architettura, lavorando per diversi anni nella redazione della rivista tedesca Baumeister e contribuendo a pubblicazioni tra cui “Francis Kéré: Radically Simple” (a cura di A.Lepik, Hatje Kanz, 2017). Ha scritto per Baumeister, Stein, Garten+Landschaft, Restauro e ha curato la mostra “Ritual und Abstraktion” (TUM, Monaco di Baviera, 2018). Dal 2018 scrive per Artribune.