Hotel dei Barbieri a Roma e Savona18 Suites a Milano. Riscossa architettonica dei boutique hotel

Racconti urbani in progetti di hotel: a Roma e a Milano due esempi di riconversioni d’uso, dalla casa d’abitazione all’abitazione in viaggio, tra sperimentazioni architettoniche e scoperta del passato

Savona18
CIBIC Workshop, Savona 18 Suites, Milano. Photo Credits Courtesy CIBIC Workshop

L’Hotel dei Barbieri di Roma e il Savona18 Suites di Milano sono due progetti d’hotel di recentissima apertura. Entrambi hanno in comune l’approccio artigianale alla lettura urbana e architettonica della città, fatto di percezione sensoriale più che di gesti d’architettura autoreferenziali. L’uno nel delicatissimo contesto di Roma antica, l’altro nella complessità di un quartiere storico a ridosso dei Navigli a Milano, l’Hotel dei Barbieri nella Capitale e il Savona18 nel capoluogo lombardo vanno dritti all’essenza del racconto urbano. Ognuno a suo modo, rifiutano facili scorciatoie da contrasto stilistico d’effetto con ciò che trovano intorno e propongono innovazione autoriale, studiata, lavorata nei dettagli, nella prefigurazione di una visione. Come Architettura vuole.

HOTEL DEI BARBIERI A ROMA

Lo studio di architettura MORQ va all’essenziale e nel minimo concentra il racconto di un mondo. L’esperienza all’Hotel dei Barbieri dimostra quanto l’architettura sia capace, da sola, di offrire uno sguardo profondo sulle cose, senza dover ricorrere a sofisticata tecnologia da realtà aumentata. Tra le sfide risolte nel progetto c’è proprio il ritorno al valore della materialità e del vivere lo spazio in sé, senza intermediazioni terze (o tecnologiche). L’Hotel dei Barbieri, nasce dal riuso – adaptive re-use, come MORQ preferisce chiamarlo – di due piani del seicentesco Palazzo Cavallerini Lazzaroni, in pieno centro storico a Roma, adiacente il teatro Argentina. Posizione ed epoca dicono tutto in quanto ad approccio chirurgico della progettazione, in quanto a vincoli da Soprintendenza e Unesco; nella fattispecie, si tratta di un “Bene Architettonico di interesse culturale dichiarato”. Elementi e vincoli che ognuno per sé ingesserebbe ogni forma di innovazione prima ancora di cominciare, in nome della (legittima) tutela dell’esistente. In nome di quei vincoli, gli esterni degli edifici sono intoccabili, ma nella riconfigurazione degli interni è autorizzata ogni forma di intervento a patto che, seguendo le indicazioni della Soprintendenza, venga mantenuto e valorizzato ogni elemento di pregio artistico/architettonico (portali in pietra, soffitti affrescati, etc.). A patto che di tutto ciò non risenta nemmeno una briciola di intonaco sull’involucro esterno dell’edificio.

IL RACCONTO DEGLI ARCHITETTI

L’intervento dimostra che non solo è possibile intervenire in tessuti urbani storici, ma è la riprova che il discorso architettonico può illustrare ed esaltare il valore dell’esistente e di un’intera città. “La sintesi del nostro approccio concettuale al progetto è stato un motto utilizzato fin dall’inizio “Forget the every day. You are in Rome”, raccontano i progettisti. “Volevamo progettare un luogo che proiettasse in una realtà lontana dal quotidiano, non una casa lontano da casa, ma uno spazio in cui realizzare che si è effettivamente in un altrove lontano da casa. Pensiamo che se ci si concede una vacanza, in particolare in una città come Roma, la possibilità di sentirsi altrove, diversamente dal quotidiano, debba emergere già dagli spazi, dai materiali di ogni singola stanza. Per noi questa era la priorità da perseguire, da ritrovare e sviluppare. La tipologia dello spazio, gli ambienti, le altezze, archi, colonne e affreschi, certo non presenti ovunque, davano forza alla nostra tesi del vivere l’esperienza del ‘dove sei’ (dimentica il quotidiano, sei a Roma)”. Gli spazi interni delle camere dell’hotel si attraversano come meandri urbani, la luce e i toni di colore ricordano le strade, i muri di Roma. La città sembra entrare nel progetto come fonte diretta di ispirazione. “Volevamo vincolare il nostro progetto alle ispirazioni che ci vengono dalla città, alle cose che le appartengono. Uno degli elementi che più ci ha ispirato è l’esperienza spaziale urbana di percepire l’esterno come un interno”, precisano. “Vicoli, strade o piazze risentono della prossimità degli edifici tra loro, della continuità delle superfici e della loro materialità a diretto contatto con la pavimentazione delle strade. L’idea era di riportare all’interno dello spazio abitato le materialità urbane esterne, anche se solo per una vacanza”.

IL CONCETTO DI ADAPTIVE RE-USE

La parte più rappresentativa dell’intero progetto è nella stessa sfida a superare i vincoli storici più stringenti, nel riuso dei due grandi saloni affrescati preesistenti. La compostezza (ardita) della soluzione architettonica è l’immagine che più rimane indelebile del soggiorno in hotel. “Il concetto di adaptive re-use, oltre che modalità di intervento, per noi è scelta di grande sostenibilità storica e ambientale, oltre che economica. Il RE-USE dei grandi ambienti affrescati è stata la parte più impegnativa del progetto”, continuano i progettisti. “Abbiamo diviso l’uno in due stanze, l’altro in tre. Gli affreschi non potevano essere nascosti, andavano valorizzati, così ne abbiamo fatto una qualità speciale che le altre camere non avevano, ovvero la vista su un pezzo di soffitto affrescato. La copertura è costruita tramite i piani inclinati di una immaginaria piramide irregolare non conclusa. Una sorta di lucernaio vetrato apre la vista all’affresco e ne inquadra una porzione per ogni stanza. Il ‘binocolo ottico’ è chiuso con un serramento a vetro e da una tenda a rullo scorrevole per schermare la luce”. Elementi di forza del progetto sono i continui rimandi in contrappunto tra gli aspetti originari dell’edificio e le inserzioni contemporanee del nuovo concept. Una dicotomia sempre in armonia, dove l’una dimensione disvela l’altra senza che mai la natura dell’edificio antico vada in svantaggio. Al contrario, il progetto assume valore di scoperta archeologica delle stratificazioni presenti, dando valore ad ogni arco, volta o colonna si incontri. “La cifra progettuale dell’hotel è ‘la differenza’. Tutto è differente da tutto. Tutte le camere sono diverse in layout e in sezione. Alcune hanno volte, affreschi, altezze e forma diverse, spesso organizzate in percorsi labirintici, circolari o filtrati da setti murari. Dell’esistente abbiamo mantenuto lo spazio, abbiamo cercato di rispettare sempre quello che scoprivamo, per riutilizzarlo in chiave contemporanea.

SAVONA18 SUITES, IL CANNOCCHIALE URBANO AL DESIGN DISTRICT

CIBIC Workshop usa il linguaggio della luce e del colore per riconsegnare a Milano una versione tutta nuova dell’abitare milanese per eccellenza: la casa di ringhiera. L’hotel nasce dal riuso della ex Bottiglieria, una delle case occupate più note nella storia recente dei centri sociali a Milano, conclusa nel 2010. Dettaglio non trascurabile, se si pensa al valore originario di ‘casa comunitaria’ per la classe operaia, progettata per la condivisione dei servizi collettivi, per cui agli inizi del Novecento nascevano le case di ringhiera. Oltre i servizi condivisi, come gli spazi all’aperto e per la socialità, il tema tipologico caratterizzante è il ballatoio, una sorta di ‘Street in the sky’ ante litteram di smithsoniana memoria, proposto come tema modernista rivoluzionario ai Robin Hood Gardens di Londra. “Il punto è cercare di ritrovare quello spirito, di ricordarlo, ben sapendo che non potrai più ottenerlo. Esserne consapevoli, senza moralismi né nostalgie, è il primo passo verso il progetto del nuovo. Le dimensioni del ballatoio originario non sono più proponibili secondo le attuali prescrizioni delle norme di sicurezza. Cambiano le proporzioni e il senso di prossimità, una volta definita la struttura nuova in cui lavorare, ci si può dedicare ad immaginare ciò che vorresti veder succedere dentro”, racconta così il suo approccio al progetto Aldo Cibic. “Il discorso progettuale è immaginare tutto dalla fine. Io vedevo la struttura dei tralicci a tutta altezza ricoperta di verde, proprio come un tempo, verde e bouganvillee. Il verde fa tanto, dà valore al tutto, anche ad elementi di edilizia minore. Da architetto può sembrare un controsenso, ma la presenza del verde per me dà un’idea di vita, intesa come anima propria delle cose, indipendente dall’artificio, che personalmente prediligo”.

UN HOTEL “SEMPRE ACCESO”

Per gli interni il discorso è analogo. La struttura preesistente, che è stata mantenuta, segnava e vincolava a proporzioni, dimensioni e scansione degli spazi non modificabili, così il tema della casa è stato recepito e rafforzato dal progetto. L’espressione dell’atmosfera è affidata al colore. “Lo studio delle scelte cromatiche è stato parte fondamentale del progetto. Abbiamo utilizzato un tono scuro per le travature in legno dei soffitti, per rendere ancor più percepibile il senso domestico dello spazio, a contrasto con una gamma di azzurri, verdi, gialli e rosa delicati, quasi evanescenti, per le pareti. Ogni camera ha la sua propria tonalità. Gli spazi sono pensati come micro unità abitative, hanno ogni comfort ma in scala ridotta di un mini appartamento”, precisa ancora Cibic. Nello scenario on/off di vita intermittente del Tortona Design District, il Savona18 si inserisce come l’elemento ‘sempre acceso’ della strada, la illumina di vita ed energia, sebbene da un lotto minimo stretto e lungo, come si conviene alla griglia catastale storica di Milano. Il recupero di una profondità prospettica dalla strada offre una vista nuova per il quartiere, una sorta di forza centripeta che attrae verso l’interno come in un cannocchiale di luce e colore. Dall’esterno, attraverso lo spazio telescopico della reception e il rosso lacca brillante del grande banco accoglienza, si scorge già il cielo presente nel cortile, e la parete con i grafismi leggeri che ribattono il proiettarsi delle ombre degli edifici contigui, nelle ore del giorno. Nella lobby, pensata come un grande spazio soggiorno con pezzi speciali progettati ad hoc da Cibic Workshop, i colori diventano saturi, quasi acidi, cambiano il ritmo cardiaco, dal lento all’energetico, con il rosso a righe delle sedute, il verde shock del tavolo e delle sedie in velluto. Su tutto campeggia il Lucky Eye, l’enorme specchio parabolico di luce ipnotica e sguardo implacabile sul mondo. L’insieme ha quasi l’aria impertinente di un adolescente in un club di anziani, il design delicato, luminoso, ma assertivo nei colori, porta delicatezza discreta, una certa fiducia nelle possibilità di trasformare il presente senza mai disfarsi del passato, ma celebrandolo nel miglior modo possibile.

– Emilia Antonia De Vivo

https://www.morq.it/
https://hoteldeibarbieri.com/
http://www.savona18suites.it/
https://www.cibicworkshop.com/

 

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Emilia Antonia De Vivo
Emilia Antonia De Vivo è architetto urbanista. Vive a Londra da quattro anni. Redattore freelance per domusweb, è autrice dei testi della "Domus London Architecture Guide 2011", Apps per IPhone e smartphones, distribuita da Editoriale Domus SpA. Per la Guida ha redatto personalmente i report fotografici sulle ottanta Architetture selezionate. A Londra collabora a progetti di ricerca presso la Kingston University e The Architecture Foundation. In Italia ha concluso due cicli triennali di docenza presso il Laboratorio di Urbanistica dell’Università degli Studi “Federico II” e ha svolto attività di ricerca e pianificazione urbanistica presso Comuni e pubbliche amministrazioni. Master, specializzazione, ricerca e visiting professor presso la UPC Universitat Polytècnica de Catalunya e la ETSAB Escuela Tecnica Superior de Arquitectura.