Alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia sono in mostra le opere dell’artista americana Sally Ross. Più che dipinti, collage tattili sorprendenti.

Sally Ross non è una pittrice, almeno non lo è in senso tradizionale. Più che dipingere, assembla, costruisce superfici, crea collage materici, mappe immaginarie. E lo fa attraverso vere e proprie azioni. Colleziona vecchi pezzi di tela e tessuto, che nelle sue opere diventano irregolari, aridi appezzamenti di terra visti da un aereo in una giornata nebbiosa. Li ricicla di quadro in quadro, li cuce tra loro ‒ lasciando delle fessure, come fossero ferite ‒, vi getta sopra “palle” piene di pittura che esplodono sulla superficie o li “spazza” con mucchi di matite colorate assemblate. Sally Ross, nel suo studio nel cuore di SoHo a New York, reinventa ogni giorno il vocabolario del fare pittura. Non sembra essere la rappresentazione in sé a interessarla, bensì lo spazio che si viene a creare tra la tela e ciò che sta sotto: il muro. L’abbiamo incontrata alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia poche ore prima dell’inaugurazione della sua mostra personale. Nella grande sala asettica che ospita le cinque nuove opere regna il silenzio, interrotto soltanto dal rumore attutito della neve.

Tu non dipingi, costruisci…
Sono felice che tu sia giunto a questa conclusione. All’inizio creavo dipinti più classici. Prima di realizzare questi lavori mi sono detta: “Non voglio dipingere un dipinto”, cosa che ho fatto in passato, “voglio costruire un dipinto a modo mio”, ma non sapevo come ci sarei riuscita. Sono andata nel mio studio, dove avevo grandi scarti di tela. Ho cominciato a farli a pezzi, a tenderli e a dipingervi sopra.

L'artista Sally Ross alla Collezione Maramotti, Reggio Emilia 2018. Sullo sfondo l'opera Holy Roller, 2013. Photo Daniele Perra
L’artista Sally Ross alla Collezione Maramotti, Reggio Emilia 2018. Sullo sfondo l’opera Holy Roller, 2013. Photo Daniele Perra

Cos’è quindi la pittura per te?
È qualcosa che volevo inventare per me stessa. È così difficile dipingere senza reinterpretare ciò che è stato già fatto. Non voglio dire che sto reinventando la pittura, ma è stato un modo nuovo per trovare me stessa.

Lo spazio sembra importante per te.
Lo spazio accade. Sono molto interessata allo spazio tra la tela piatta e il muro. Dietro alla tela c’è uno spazio. Che cosa succederebbe se potessimo sentire quello spazio nella nostra testa?

Le tue opere sembrano mappe. Fai disegni preparatori?
No. Non pianifico. Non immagino prima come diventeranno. Per esempio, per l’opera Goodbye Old Friend (2014), ho solo previsto che vi sarebbero stati piccoli pezzi da un lato e grandi dall’altro, per creare una tensione in un punto preciso. Ho dato il titolo al lavoro due anni dopo averlo dipinto. In quest’opera c’è un pezzo di una camicia che ho indossato per anni mentre dipingevo. C’era una scritta all’interno che riportava “old friend”, il segno di chi aveva prodotto la camicia che era, in effetti, un vecchio amico. Una sorta di talismano nello studio.

Sally Ross. Painting Piece By Piece. Exhibition view at Collezione Maramotti, Reggio Emilia 2018. Photo Roberto Marossi
Sally Ross. Painting Piece By Piece. Exhibition view at Collezione Maramotti, Reggio Emilia 2018. Photo Roberto Marossi

Che rapporto hai con gli scarti di tela?
Riciclo la maggior parte dei pezzi dalle mie stesse opere. A volte costruisco un lavoro e poi tolgo delle parti, le getto sul pavimento. Poi le riutilizzo per altri lavori. Da quando ho iniziato a dipingere, non ho mai buttato via gli scarti delle tele. Ma a quel tempo non sapevo che un giorno l’avrei riusati. Pezzi bianchi, neri, alcuni hanno le mie impronte, sono sporchi, altri sono impilati.

Sei molto legata al tuo studio.
Puoi essere molto influenzato dal tuo studio. Il mio è molto rustico. È una vecchia stalla del 1890… con il pavimento originale, i mattoni… Ho buone vibrazioni e mi sento libera in quello spazio.

Posso parlare di pittura performativa riguardo alle tue opere?
Sì, condivido. Sono molte le azioni che compio: ad esempio prendo un mucchio di matite colorate, le unisco tra loro con un’asta e le uso per “spazzare” la superficie, lasciando dei segni colorati, delle linee. Oppure prendo della carta oleata con cui faccio una specie di palla piena di pittura… Hai presente lo sport americano in cui i giocatori usano la mazza da Lacrosse? Ho fatto lo stesso con una piccola racchetta di mio figlio lanciando la palla di pittura a una certa distanza e con forza. La pittura esplode. L’azione è intensa e ti coinvolge molto, fisicamente.

Daniele Perra

Evento correlato
Nome eventoSally Ross - Painting Piece-By-Piece
Vernissage03/03/2018 ore 18 su invito
Duratadal 03/03/2018 al 03/04/2018
AutoreSally Ross
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoCOLLEZIONE MARAMOTTI - MAX MARA
IndirizzoVia Fratelli Cervi 66 - Reggio Emilia - Emilia-Romagna
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.