Ci sono novità sul furto di Antonello da Messina? Il punto a un mese dal fattaccio
Il furto delle tavole di Antonello da Messina al MuMe è stata la notizia dell’estate e continua a tenere banco tra scoperte e fake news. Un mese dopo, a che punto sono le indagini? Cosa si è scoperto? Quali domande sono ancora senza risposta?
C’è un momento, in ogni indagine che si allunga nel tempo, in cui la cronaca smette di produrre colpi di scena e comincia, invece, a restituire, un pezzo alla volta, il materiale grezzo con cui si costruiscono le risposte. È quello che sta succedendo con il furto del Polittico di San Gregorio. Il polittico resta lì dove lo avevamo lasciato, con due tavole a raccontare un’assenza e le altre chiuse in un silenzio che dura ormai da settimane. Dopo aver ragionato,nei due articoli precedenti, sulle anomalie della ricostruzione ufficiale e sull’ipotesi di una fuga via mare, il quadro che emerge oggi non capovolge quanto scritto finora, ma lo arricchisce di dettagli che vale la pena mettere in fila, perché in parte confermano i sospettigià avanzati e in parte li ridimensionano, spostando l’ago della bilancia proprio dove meno ce lo si aspettava.

Una talpa nel furto di Antonello da Messina? Forse…
Si era detto, ragionando sulla rapidità e la precisione con cui i ladri si erano mossi tra le sale, che una spiegazione plausibile fosse la presenza di qualcuno capace di orientarli dall’interno, quasi una mano invisibile che avesse tracciato in anticipo il percorso più breve tra l’ingresso e il bottino. A questa ipotesi si era aggiunto, nelle settimane successive, un dettaglio più tecnico e più suggestivo: l’idea, ricostruita sul sito Finestre sull’Arte, che le tavole del Polittico fossero vincolate tra loro da una sequenza di smontaggio obbligata, quasi un meccanismo a incastro che solo chi avesse lavorato a stretto contatto con l’opera avrebbe potuto conoscere e sciogliere senza esitazioni. Se fosse stato così, la conoscenza di quella sequenza da parte dei ladri sarebbe stata essa stessa una prova, indiretta ma solida, di un’informazione arrivata dall’interno.
… ma non per il motivo che si pensava
Le cose, a guardarle più da vicino, sembrano stare diversamente. Dalla documentazione fotografica di una vecchia campagna diagnostica sull’opera, insieme alla testimonianza diretta di chi vi partecipò, emerge, come ricostruito dalla testata LetteraEmme, che le tavole potevano essere rimosse una alla volta, senza che questo richiedesse operazioni sulle componenti restanti, e che il sistema di fissaggio non risulta mai stato modificato nel tempo. Non è un dettaglio che chiude la pista della talpa, ma la sposta di lato: se qualcuno ha davvero guidato i ladri, non necessariamente lo ha fatto grazie alla conoscenza di un vincolo sequenziale che, sulla base di questa diversa ricostruzione documentale, non risulta essere esistito nei termini descritti. Ha dovuto sapere altro (dove si trovavano le opere, come muoversi nelle sale, quali varchi erano più vulnerabili), cose che un sopralluogo attento, o una frequentazione anche solo saltuaria degli spazi, avrebbero potuto restituire senza bisogno di complicità particolari.
Da testimone del furto a indagato
Ed è proprio sul fronte della complicità interna che, in queste settimane, si è registrato l’unico vero atto giudiziario della vicenda. Uno dei custodi in servizio la sera del furto, ascoltato all’inizio semplicemente come persona informata sui fatti, è stato iscritto nel registro degli indagati per false dichiarazioni, dopo che il suo racconto sulla sequenza dell’allarme si è rivelato incompatibile con quello degli altri colleghi ascoltati nei giorni precedenti. Tra i quattro custodi presenti quella sera circolano infatti versioni diverse, quasi frammenti di uno stesso film raccontati da angolazioni che non combaciano mai del tutto: chi dice di non essersi accorto di nulla, chi ammette di aver sentito l’allarme e di averlo disattivato pensando a un falso contatto già capitato in passato, chi riferisce che sarebbe stato riattivato solo qualche minuto più tardi.

L’ipotesi concreta di un complice interno al museo
Va detto con la stessa cautela usata negli articoli precedenti: un’imputazione per false dichiarazioni non equivale a un coinvolgimento nel furto, e la distanza tra le due cose resta ampia. Ma è la prima volta, da Ferragosto in poi, che l’ipotesi di una complicità interna smette di essere una suggestione giornalistica e prende la forma di un atto con un peso procedurale reale. Le indagini, del resto, proseguono anche sul piano dei rapporti personali tra il personale del museo, e non è escluso che da lì possa emergere qualcos’altro.
Due ladri, non una banda
C’è, poi, un dato che ridimensiona, più silenziosamente degli altri, alcune delle letture proposte nelle prime ore dopo il furto. Si era parlato di tre, forse quattro persone con il volto coperto: un numero che raccontava l’idea di un’operazione ampia, quasi militare nella sua organizzazione, con uomini appostati a ogni varco. Le ricostruzioni più recenti, basate sulle immagini interne, restringono, invece, il campo a due soli uomini, due sagome sole in una sala buia. È una correzione che cambia la scala del racconto: una banda di quattro persone e un’azione condotta da due soggetti soli presuppongono logistiche diverse, margini di errore diversi e, forse, anche una necessità diversa di appoggi esterni per portare a termine la fuga. Non è un dettaglio da poco, se si considera che proprio sulla dinamica della fuga, come si è scritto nell’articolo precedente, restano ancora troppe domande senza risposta.
Tutti i problemi dell’allarme
Sul fronte della sicurezza, si può oggi aggiungere qualcosa a quanto già osservato: l’ingresso da cui i ladri sono entrati era protetto da un dispositivo che risulta disattivato, mentre a scattare, nel momento della forzatura, è stato un diverso sistema di rilevazione, rimasto, invece, attivo. È un dettaglio che non elimina la contraddizione di fondo (un allarme che funziona, ma che nessuno, all’interno, riesce a trasformare in una reazione tempestiva), ma la rende più precisa, quasi un bisturi che isola il punto esatto della ferita: non un guasto generalizzato, quanto una falla puntuale, in un punto preciso dell’impianto, la cui origine resta da chiarire. A questo si aggiunge un problema più strutturale, che riguarda l’intero sistema e non le singole persone in servizio quella sera: nella sede attuale del museo non è mai stato previsto un collegamento diretto tra l’allarme e le forze dell’ordine, a differenza di quanto accadeva nella vecchia sede. In caso di segnale, tocca sempre e comunque al personale presente verificare, tramite le telecamere, se si tratti di un’intrusione reale prima di allertare polizia o carabinieri. Una scelta organizzativa che, alla prova dei fatti, ha lasciato l’intera prima risposta nelle mani di quattro persone, sole nel cuore della notte, senza alcuna rete automatica a fare da paracadute.
Il movente è ancora una questione irrisolta
Sul perché due opere siano state abbandonate e altre no, resta valido quanto scritto nel primo dei due articoli: nessuna delle spiegazioni finora circolate tiene insieme in modo del tutto convincente la rapidità dell’azione e l’apparente errore nella scelta del bottino. A questo si aggiunge ora un’ipotesi più ampia, legata al movente: che il ritrovamento delle due tavole abbandonate abbia fatto scattare, nell’immediato, una rete di controlli tale da convincere gli autori del furto a non far uscire le altre opere dalla Sicilia, quantomeno nelle ore successive al colpo. È un’ipotesi tra le altre, che si affianca a quella della complicità interna e a quella, più ampia ancora, di un coinvolgimento della criminalità organizzata nella gestione successiva del bottino. Nessuna di queste piste ha finora trovato conferma pubblica, ma tutte restano coerenti con un dato di fatto che continua a pesare sulla vicenda: opere di questo calibro non si vendono, si nascondono, e chi le nasconde ha bisogno di tempo, di complicità e, probabilmente, di una via di fuga sicura.
L’idea della fuga via mare
Ed è qui che torna, senza risposta, la domanda posta nell’articolo precedente: cosa è transitato davvero nello Stretto nelle ore immediatamente successive al furto? Le immagini capaci di confermarlo o smentirlo, quelle delle telecamere perimetrali del museo e delle strade limitrofe, sembrano esistere. Ma finché non verranno rese note, o quantomeno descritte nel dettaglio da chi indaga, la pista marittima resterà esattamente dove l’avevamo lasciata: un’ipotesi legittima, non una certezza, e forse proprio per questo la più difficile da archiviare. E se davvero il mare avesse avuto un ruolo, resterebbe da capire quale tipo di imbarcazione fosse in grado di offrirlo. Non un peschereccio, non un piccolo natante da diporto: per sottrarsi davvero ai controlli e guadagnare distanza in poche ore servirebbe qualcosa capace di affrontare una navigazione lunga, autosufficiente, con una rotta che non debba fare scalo nei porti più sorvegliati del Mediterraneo.

La geografia della fuga non è stata chiarita
È esattamente il genere di mezzo, va detto per onestà, che nello Stretto quella notte è transitato in più di un esemplare, come si è scritto nell’articolo dedicato proprio a questo. Non significa che sia successo. Significa soltanto che, se fosse successo, la geografia utile a chi doveva sparire in fretta con un carico ingombrante e prezioso non si fermerebbe alle coste italiane: da lì in poi, il ventaglio delle destinazioni raggiungibili senza mai toccare terra in un porto controllato si allarga enormemente, verso rotte che il diritto internazionale del mare rende tutt’altro che semplici da presidiare. Anche su questo, per ora, non ci sono prove. C’è solo una domanda che nessuno, a un mese di distanza, sembra aver ancora escluso del tutto.
Il silenzio, in questi casi, non è mai vuoto
C’è, infine, un elemento che non riguarda un singolo dettaglio investigativo, ma il modo stesso in cui l’inchiesta si sta muovendo, e che forse aiuta a leggere tutto il resto. Colpisce, a un mese di distanza, quanto poco sia trapelato in modo ufficiale rispetto a quanto si continua a scrivere e a ipotizzare. Non è detto che sia un segnale di stallo. Anzi, in vicende di questo tipo il silenzio della Procura tende a essere, più spesso che no, la spia di un lavoro che si muove sott’acqua, su più fronti contemporaneamente, e in particolare su quelli più delicati: piste che toccano relazioni personali, eventuali complicità, ambienti in cui basterebbe una fuga di notizie, anche minima, per compromettere mesi di riscontri o per mettere in allerta chi, in questo momento, custodisce ancora le opere. Meno si dice pubblicamente su chi si sta guardando, più aumentano le probabilità che chi deve essere osservato non se ne accorga in tempo. È una lettura che non aggiunge fatti a quelli già raccolti, ma che spiega, almeno in parte, perché a fronte di un caso mediaticamente enorme le informazioni ufficiali restino così centellinate: non necessariamente perché manchino, ma perché diffonderle, oggi, potrebbe costare più di quanto renderebbe.
Un mese dopo ci sono più domande che certezze
Se si prova a fare un bilancio, il quadro complessivo è più ricco di quanto non lo fosse a Ferragosto, ma non per questo più semplice. Le opere non sono state ritrovate. Nessunissimoarresto è stato effettuato. Un custode è indagato, ma per un reato diverso da quello che tuttivorrebbero veder chiarito. Resta, inoltre, senza risposta, e non è un dettaglio da poco, la vicenda del furgone individuato nei primi giorni e poi smentito: nessuno ha ancora spiegatose quella notizia sia nata da un errore investigativo, da una segnalazione imprecisainterpretata troppo in fretta, oppure da un vero e proprio depistaggio, volontario o meno. E lo Stretto, con le sue telecamere ancora silenziose sul punto decisivo, continua a custodirela sua parte di mistero, esattamente come un mese fa, cullato dallo stesso mare che, in unanotte senza luna, potrebbe avere visto molto più di quanto abbia finora raccontato.
Giovanni Cardillo
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