Come si sta muovendo la città di Bologna per la cultura? Intervista all’assessore Daniele Del Pozzo
Nominato a dicembre 2024, è in carica da gennaio 2025. In questa intervista ci racconta cosa ha fatto fino ad ora e cosa ha in programma per la fase finale della consiliatura
Ha un nutrito curriculum in ambito culturale Daniele Del Pozzo, nominato lo scorso dicembre 2024 Assessore alla Cultura del Comune di Bologna nella giunta di Matteo Lepore. Nato ad Ancona nel 1966, si definisce “curatore e ingegnere culturale”.
Chi è Daniele Del Pozzo
Con Bologna nel cuore, città nella quale si laurea al DAMS nel 1994, fonda il mitologico Gender Bender festival nel 2003 e nel 2013 il Teatro Arcobaleno, rivolto ad infanzia e adolescenza. È esperto di progetti internazionali, con un focus sulla danza contemporanea e di Rifrazioni, per rendere accessibile lo spettacolo dal vivo. Ha inoltre fondato il Link Project di Bologna. Ma molti sono i meriti di Del Pozzo, soprattutto nel campo delle arti performativi, da rendere difficile e noioso un elenco esaustivo. Guardando al presente e al futuro della città in cui ricopre il ruolo di Assessore, gli abbiamo chiesto, in questa intervista di ripercorrere cosa è avvenuto dal 2025, e di raccontare che cosa bolle in pentola nella fase finale della consiliatura.

Intervista a Daniele Del Pozzo, Assessore alla Cultura di Bologna
Lei è arrivato da poco all’Assessorato alla Cultura. Che idea di politica culturale ha trovato a Bologna e quale nuovo corso pensa di poter imprimere in questa fase finale della consiliatura?
Bologna crede fermamente nella cultura come bene pubblico, uno strumento di inclusione e coesione sociale sostenuto con convinzione da risorse pubbliche. Si tratta di un modello condiviso nel tempo – quasi spontaneamente – sia dall’amministrazione comunale sia da chi opera nel settore artistico. Lo dico per esperienza diretta: avendo lavorato a lungo come curatore in questo contesto, ne conosco le dinamiche dall’interno. A Bologna la politica culturale non si è mai ridotta a una semplice programmazione di eventi. È, al contrario, un’infrastruttura di relazioni e un’espressione di democrazia. Questo sistema poggia su un tessuto straordinariamente ricco e articolato: reti di associazionismo, teatri storici e contemporanei, festival, ricerca indipendente, musei, biblioteche e luoghi di formazione. Una realtà caratterizzata da un forte decentramento nei quartieri e da una reale vicinanza ai cittadini, costantemente sostenuta dal Comune attraverso spazi, personale, convenzioni e contributi. Dal mio punto di vista, fare cultura a Bologna significa innanzitutto creare e difendere le condizioni che tengono vive le relazioni umane.
Ci spieghi meglio.
Vuol dire valorizzare le competenze diffuse e mettere in rete istituzioni e operatori indipendenti, coinvolgendo anche i privati nel concepire la cultura come bene comune. È un’idea di politica culturale fatta di accessibilità economica, di continuo dialogo e ascolto di bisogni e proposte, costituisce un’alternativa alla tendenza nazionale e globale alla riduzione dei finanziamenti alla cultura e alla gestione puramente verticistica o burocratica delle attività culturali, preferendo invece un modello inclusivo e partecipativo. Un’idea di politica culturale come investimento sociale in cui mi riconosco pienamente, pur accettandone le sfide in termini di sostenibilità.
Da quello che state facendo emerge un’idea ferma: il Comune non solo come soggetto che programma eventi, ma come istituzione che mette a disposizione spazi, strumenti e condizioni di lavoro per artisti, curatori e operatori. È questa la sua visione: meno produzione dall’alto e più infrastruttura pubblica per la ricerca culturale?
Da quando, a gennaio 2025, ho assunto l’incarico di Assessore alla Cultura del Comune di Bologna, ho avuto un obiettivo chiaro: contribuire alla creazione di un ecosistema culturale sano. Il compito dell’Amministrazione è garantire a operatori, curatori e artisti le migliori condizioni di lavoro, mettendo a disposizione risorse economiche, convenzioni e spazi. Lo dico senza retorica, portando in questo ruolo l’esperienza e la sensibilità di chi ha vissuto in prima persona i bisogni di questa categoria, di cui facevo parte fino a poco tempo fa. Un vero e proprio travaso di competenze, che mi permette di comprendere a fondo le reali necessità di chi si dedica alla ricerca artistica e culturale.
Bologna è una città che continua ad attrarre studenti, artisti e giovani professionisti della cultura, ma spesso fatica a trattenerli. Quanto pesa, in questo senso, il tema degli spazi accessibili e gratuiti?
La disponibilità di spazi gratuiti dedicati alla ricerca artistica ha un valore strategico fondamentale, sia per i creativi che per la città. Bologna è da sempre un polo attrattivo per la formazione culturale: il suo vivace humus si fonda proprio sulla capacità di accogliere un continuo ricambio generazionale, alimentato da Università, Accademia, Conservatorio e centri d’eccellenza. Grazie anche alla sua posizione geografica, la città si configura come lo snodo ideale per sperimentare, fare ricerca e favorire l’incontro. Bologna, insomma, funziona da incubatore: un vivaio di esperienze che qui trovano accoglienza, ascolto e un pubblico curioso, anche quando la loro destinazione finale sarà magari altrove. Oggi, tuttavia, questa storica attrattività si scontra con barriere economiche e strutturali crescenti, prime tra tutte l’impennata del costo della vita e degli affitti. I giovani creativi risentono della mancanza di laboratori condivisi, atelier accessibili e spazi espositivi indipendenti, slegati dalle logiche di mercato. Senza luoghi fisici in cui sviluppare la propria ricerca professionale, radicarsi sul territorio diventa quasi impossibile.
Che fare dunque?
La domanda che sale dal basso – e a cui le istituzioni devono dare risposta – chiede una gestione strutturale di spazi indipendenti, in cui la ricerca artistica e la pratica culturale si svincolino dalla logica del prodotto di mercato e del profitto a favore di un valore d’uso sociale e relazionale. Un luogo che possa dare spazio alla ricerca e all’errore come un potente motore di creatività, innovazione e libertà espressiva.
Quando l’obiettivo non è più la massimizzazione del profitto economico, le strutture e le pratiche artistiche si riorganizzano attorno a dinamiche differenti.
Avete censito e riattivato spazi pubblici non utilizzati per concederli gratuitamente a soggetti culturali e creativi. Perché la gratuità è così centrale? È una misura di welfare culturale, di rigenerazione urbana o di politica industriale della cultura?
La gratuità non è un dettaglio, è il cuore della nostra visione. È l’unico strumento in grado di garantire accessibilità e sostenibilità a chi fa cultura oggi. Dare uno spazio gratuito significa fare una scelta politica netta: contrastiamo l’aumento del costo della vita e creiamo un terreno fertile per la ricerca artistica, che per sua natura non ha l’obbligo di essere immediatamente produttiva. Restituire un bene pubblico alla collettività è prima di tutto un dovere civico. Come amministratori dobbiamo rispondere ai bisogni reali della comunità artistica e sottrarre i luoghi della ricerca alle logiche commerciali del canone di mercato. Per noi questo è un atto politico. Significa dire ad alta voce che l’arte è vitale per il benessere di Bologna e che il suo valore supera di gran lunga la logica consumistica del “prodotto culturale”. La ricerca artistica è un vettore di trasformazione urbana che accende relazioni inedite tra le persone e i luoghi. In fondo, aprire gli spazi significa proprio questo: far battere il cuore della città.
Villa delle Rose, col progetto “Un anno in cima alle scale”, è diventata per un anno una sorta di casa dell’arte, in collaborazione con Accademia e MAMbo. Cosa ha funzionato meglio in questa sperimentazione e cosa invece va corretto o rafforzato?
Il modello ha funzionato così bene che, dopo la sperimentazione iniziale di nove mesi, abbiamo deciso di rilanciarlo con un nuovo accordo triennale tra il Comune di Bologna e l’ABABO. Ciò che ha funzionato meglio si può riassumere in due aspetti chiave: l’ascolto dei bisogni e la concretezza della risposta e un cambio di paradigma nel guardare sull’uso degli spazi. Abbiamo reinventato la funzione di Villa delle Rose, trasformandola da spazio espositivo a luogo per la didattica sperimentale e la ricerca. Questo cambio di prospettiva ci ha permesso di guardare a un luogo storico con occhi nuovi, dimostrando quanto sia fruttuoso non lasciarsi ingabbiare da logiche e consuetudini ormai stanche e poco funzionali. Per il futuro, l’obiettivo del nuovo accordo triennale sarà proprio quello di consolidare questa visione, rafforzando i laboratori e strutturando in modo ancora più stabile la sinergia tra le istituzioni coinvolte.
Il progetto di Villa delle Rose sembra mettere insieme formazione, produzione, ricerca, performance, mostre, pratiche autogestite dagli studenti e rapporto con il pubblico. È un modello che può diventare stabile oppure deve restare una sperimentazione temporanea?
Il nostro obiettivo è chiaro: trasformare la sperimentazione in un modello stabile e strutturale. Per farlo, stiamo agendo in modo organico e definendo formule di gestione su misura per ogni luogo e progetto. Ad oggi, il Settore Cultura del Comune di Bologna conta circa 90 spazi assegnati gratuitamente, di cui 17 dall’inizio del mio mandato. Ogni spazio ha una sua precisa identità: il Padiglione Esprit Nouveau ospiterà fino a tutto il 2027 i progetti di operatori e artisti; Villa delle Rose è diventata il centro per la didattica sperimentale dell’Accademia di Belle Arti; Porta Galliera si propone come spazio indipendente per residenze d’artista e project rooms. Il tratto comune di queste formule, pur nella loro diversità, è la capacità di moltiplicare le opportunità per l’intero tessuto artistico cittadino e non solo. Non assegniamo i luoghi a un singolo soggetto, ma li attiviamo in modo che più realtà possano beneficiarne a rotazione. Con questa strategia stiamo cambiando prospettiva: riconosciamo il valore dei curatori del territorio, trasformandoli in alleati preziosi per dialogare con artisti e pubblici. Stiamo ridisegnando l’intera filiera nel rispetto delle diverse competenze. Il Comune offre lo spazio, mentre la cura editoriale è affidata ai professionisti, con l’obiettivo di connettere la ricerca artistica con la comunità. In breve, stiamo scrivendo una nuova grammatica culturale per la città.
Il Padiglione Esprit Nouveau – lo spazio subito fuori dalla Fiera che tutti venendo ad Arte Fiera hanno visitato almeno una volta – è un luogo delicatissimo: monumento modernista, oggetto architettonico, ma anche spazio riaperto a progetti, residenze e pratiche contemporanee. Quale ruolo immagina per questo spazio nei prossimi anni?
Il Padiglione Esprit Nouveau è lo straordinario esempio di uno spazio restituito alla città dopo anni di chiusura e inutilizzo. Costruito a Bologna nel 1977 a cura di Giuliano Gresleri e José Oubrerie, l’edificio è l’unico esemplare al mondo del prototipo abitativo che Le Corbusier progettò per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1925.
La sfida era riaprirlo in modo continuativo senza tradire la sua doppia vocazione di cellula abitativa e progetto urbano. La risposta più affine è stata considerarlo una “casa per progetti culturali e artistici”: un luogo di ospitalità temporanee e residenze in continua successione. Uno spazio dove i progetti possono attecchire e svilupparsi, che si tratti di performance di danza, installazioni visive, esercizi curatoriali con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti o progetti speciali durante Arte Fiera e la Children’s Book Fair.
Per farlo, abbiamo spostato l’asse: non più il vuoto monumento di un’architettura modernista, ma un’abitazione viva. Il Padiglione oggi tiene le porte aperte tutto l’anno, accogliendo gratuitamente nuovi ospiti e attivando connessioni tra chi opera in città e chi la attraversa.
Il bando per i 13 spazi gratuiti ha ricevuto molte candidature e ha selezionato realtà molto diverse tra loro. Come si evita che diventino semplicemente tredici micro-sedi isolate? Ci sarà una regia comune, una mappa, un racconto pubblico di questo nuovo sistema?
C’è stata una vera e propria regia. Nella stesura del bando abbiamo accolto le necessità raccolte nei mesi precedenti durante i tantissimi incontri sul territorio. Abbiamo tradotto queste esigenze in categorie concrete, capaci di dare equilibrio a un panorama locale molto variegato. Con questa logica abbiamo inserito tra le destinazioni d’uso anche gli studi d’artista, una novità assoluta rispetto al passato.
Il lavoro di valutazione è stato complesso, ma il risultato rispecchia fedelmente le esigenze della città. È un traguardo che va comunicato con chiarezza: il Comune di Bologna sta investendo con coraggio sulla riapertura degli spazi, che oggi raggiungono quota 90 siti attivi, tutti regolati da convenzioni dedicate. Diciamo anche che nel sostenere il valore profondo e non immediatamente produttivo della ricerca artistica, la nostra amministrazione si muove in aperta controtendenza rispetto allo scenario nazionale.
Porta Galliera (la porta della cinta muraria più vicina alla Stazione) sembra uno dei passaggi più ambiziosi: spazi per residenze, project room, atelier e ricerca artistica in un punto strategico della città. Che tipo di identità dovrà avere? Uno spazio indipendente, una piattaforma curatoriale, un’estensione del sistema museale o qualcosa di diverso?
Immagino Porta Galliera innanzitutto come parte di una visione urbana più ampia. Nelle nostre intenzioni, lo spazio ha una vocazione precisa: configurarsi come una piattaforma curatoriale attiva, focalizzata su residenze artistiche nazionali e internazionali, visiting studio e project room. Al tempo stesso, la Porta aggiunge un nuovo tassello alla mappa dei luoghi cittadini che stiamo riaprendo e offrendo gratuitamente per la pratica artistica.
La sua specificità sarà tanto più preziosa quanto più il futuro gestore saprà metterne la progettualità in dialogo con l’intero ecosistema indipendente e con il sistema museale cittadino. Una sinergia, questa, favorita anche dalla felice coincidenza che vede il Settore Musei Civici integrato all’interno dell’Assessorato alla Cultura.
Parliamo di uno spazio straordinario, di cui Bologna avvertiva un forte bisogno e che riapre finalmente dopo decenni di chiusura. Una delle dodici porte della città, che racchiude sette grandi ambienti contigui in una posizione iper-connessa e strategica: all’ingresso di via Indipendenza, a pochi passi da stazione, autostazione, velostazione e dal nuovo tram.
Il futuro di Porta Galliera dipenderà dalla capacità di chi la guiderà di adattarla alle sfide del contemporaneo. Proprio per questo, come Comune di Bologna, abbiamo voluto dare un respiro a lungo termine al progetto, optando per una concessione di 4+4 anni e un contributo economico iniziale per l’avvio delle attività. L’obiettivo è chiaro: garantire al soggetto gestore la massima indipendenza progettuale e la totale libertà da qualsiasi condizionamento.
Nei progetti emerge spesso il tema della ricerca artistica non immediatamente finalizzata a un prodotto o a un evento. Quanto è difficile, per un’amministrazione pubblica, difendere politicamente il valore di processi culturali che non producono subito un prodotto, numeri, biglietti o grandi eventi?
È una delle sfide più complesse, ma anche il vero spartiacque tra una politica culturale di lungo respiro e la semplice logica dell’intrattenimento. Per un’amministrazione pubblica, difendere la ricerca artistica pura significa scardinare la dittatura del “qui e ora” e dei KPI immediati.
La politica è spesso schiacciata sul ciclo elettorale e sulla necessità di mostrare risultati tangibili: una piazza piena, un record di biglietti staccati, la visibilità mediatica del grande evento. Di conseguenza, il processo culturale che non si traduce subito in un prodotto spendibile viene liquidato da una narrazione superficiale come un “investimento a fondo perduto” o, peggio, come un lusso invisibile.
Come Comune di Bologna crediamo che la vera scommessa oggi non sia riempire un cartellone di eventi, ma avere il coraggio e la maturità di dare tempo agli artisti. Proteggere lo spazio della ricerca – fatto di possibilità, di inaspettato e di incompiuto – è il compito più difficile per una sfera pubblica che voglia dirsi davvero contemporanea.
La ricerca ha bisogno di tempo, e sostenerla significa rivendicare il diritto all’errore. Se un’amministrazione finanzia solo ciò che è già certificato o orientato al mercato, smette di fare servizio pubblico e si limita a fare da sponsor. È un rischio che va assunto con serenità, se guardiamo a ciò che la pratica artistica genera sul territorio: competenze, relazioni, attivazione del tessuto sociale ed educativo. Elementi che, insieme, costruiscono un ecosistema culturale solido e duraturo.
Passiamo ad un progetto che segnerà un cambio di scala. Il Parco del Ravone, nell’area delle ex officine ferroviarie: 11 ettari di verde, memoria democratica, comunità e pratiche artistiche partecipative. C’è la speranza che vi sia un ruolo per gli artisti in una rigenerazione urbana?
Non parliamo di una semplice speranza, ma di una precisa scelta politica e metodologica: per Bologna, il Parco del Ravone è una vera e propria sperimentazione di ecologia urbana e culturale. Vogliamo che questi 11 ettari – interdetti per anni alla cittadinanza – diventino un nuovo parco verde e un ecosistema aperto alla residenzialità artistica e alla produzione indipendente, dove l’ibridazione tra paesaggio, creatività generi un nuovo modello di vivibilità. In questo scenario, il ruolo degli artisti e delle comunità creative non è “decorativo” o accessorio, ma è l’innesco fondamentale dell’intero processo. Non concepiamo l’arte come un intervento urbano di facciata daapplicare a cantieri chiusi, bensì come uno strumento di indagine, dialogo e co-progettazione che deve abitare ogni fase della trasformazione. Il Ravone sarà un laboratorio a cielo aperto in cui la pratica artistica attiva il territorio. Figure curatoriali e artisti hanno la capacità unica di tradurre la complessità delle transizioni urbane in linguaggi accessibili, favorendo pratiche partecipative che trasformano i cittadini da spettatori a co-creatori dello spazio pubblico e interpreti attivi della memoria civile.
Guardando alla prossima consiliatura, quale dovrebbe essere l’eredità di questo lavoro? Una serie di spazi riaperti o un vero modello bolognese di politica culturale pubblica?
Scegliere gli spazi significherebbe limitarsi all’edilizia; scegliere solo il modello significherebbe fare accademia. L’eredità di questo mandato è l’idea che lo spazio pubblico è il modello. Bologna storicamente non ha mai separato i luoghi fisici dalle comunità che li abitano. Riaprire un luogo significa attivare un presidio democratico per la ricerca artistica e la sperimentazione indipendente, che sono la linfa vitale del nostro contemporaneo. La nostra eredità è un ecosistema sostenuto da investimenti concreti del Comune per garantire la gratuità degli spazi a chi produce cultura: un modo unico, profondamente bolognese, in cui la pietra, l’accessibilità e la libertà delle idee si sostengono a vicenda.
Massimiliano Tonelli
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati