Il meglio e il peggio di Arte Fiera Bologna 2018. Le cose migliori e le peggiori secondo Artribune

Ecco cosa ci è piaciuto e cosa ci è piaciuto un po’ meno dopo la settimana dell’arte intorno ad Arte Fiera Bologna.

1. TOP- ART CITY

Artcity, Roberto Pugliese, Transanatomy opera. Ph. Irene Fanizza

Lorenzo Balbi supera a pieni voti il debutto alla direzione di Art City, il programma di eventi collaterali che hanno animato la settimana dell’arte bolognese calandosi nel tessuto urbano e affrancandosi dalle iniziative di Polis. Grazie a un netto ridimensionamento del calendario (dalle centinaia di proposte dello scorso anno alle 10+1 dell’edizione 2018), Art City ha colpito nel segno, puntando sulla qualità degli interventi. Dalla performance Tunguska Event, History Marches on a Table di Vadim Zakharov, presso la Sala Maggiore dell’ex GAM, alla Sonografia di Jacopo Mazzonelli al Museo internazionale della musica fino all’opera di Yuri Ancarani in Piazza Maggiore, Art City ha innescato un efficace dialogo tra creatività e sedi cittadine. Riflessione a margine: questi giorni a Bologna sono stati una fertile occasione anche per passare in rassegna il meglio della giovin scena curatoriale italiana (Vecchiarelli, Ianeselli, Menegoi, lo stesso Balbi) e analizzare le relative proposte.

2. TOP-IL RILANCIO DI ARTE FIERA

Artefiera 2018, Galleria Città Project, ph. Irene Fanizza

Dopo la prima prova, forse organizzata in tempi record del 2017, l’appuntamento del 2018 mostra che la direttrice Angela Vettese ha saputo prendere le misure degli spazi e della storia della manifestazione. Il restyling è cominciato e la strada richiede ancora alcuni aggiustamenti, ma l’Arte Fiera di quest’anno è bella, si visita con piacere, ha una buona segnaletica, presenta molte proposte interessanti, spazi ben articolati, una lounge piacevole e un bouquet di gallerie che rispecchia, almeno parzialmente, l’identità della più antica fiera d’Italia negli anni d’oro. Ottima la posizione dell’editoria, non più emarginata al Centro Servizi e altrettanto interessante la scelta di mescolare le carte, fondendo gli stand delle varie sezioni, in una sorta di jam session.

3. TOP-LA MOSTRA DI BRUNA ESPOSITO

Bruna Esposito, Occhi

In occasione di Arte Fiera e Art City Bologna 2018 la Raccolta Lercaro, in collaborazione con FL Gallery (Milano), ha proposto una bellissima mostra di Bruna Esposito intitolata Inconveniente e a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Alberto Torri. On show opere mixed media (spunzoni anti-piccione, tavoli per bancarelle, teli termoregolatori) che analizzano in maniera inedita la realtà, ragionando sul tema dell’inconveniente, dell’imprevisto. Con uno sguardo efficace, poetico, mai banale ai temi dell’immigrazione.

4. TOP-FRUIT

Fruit, Bologna, 2018 ph. Irene Fanizza

Menzione al coraggio di osare per la rassegna annuale dedicata all’editoria d’arte indipendente, dove con “editoria” si intende sempre meno “libro”, mentre si registra il predominio di zines e progetti grafici (o tipografici), illustrazioni e fumetti. Vivace e sorprendente la sezione Let’s Queer, quanto mai d’attualità nell’anno – o negli anni, si spera – della presa di coscienza collettiva di violenze e discriminazioni sessiste a ogni livello della società.

5. TOP-SETUP & PARATISSIMA (CON RISERVA)

Setup, Bologna, 2018 ph. Irene Fanizza

Promossa soprattutto la dimensione intima della disposizione degli stand all’interno dell’affascinante location di Palazzo Pallavicini. Un allestimento gradevole, lontano dalla caoticità dell’Autostazione, che ha permesso di scoprire diversi progetti come, per esempio, quello raccontato dalla galleria modenese d406, relativo al murale realizzato da Luca Zamoc e Luca Lattuga all’interno della chiesa sconsacrata di Palazzo Bentivoglio a Modena: un lavoro commissionato dall’organizzazione non-profit Food for Soul fondata dallo chef Massimo Bottura, all’interno del Refettorio Ghirlandina, e pensato proprio per la mensa dei poveri qui ospitata. Rompere un monopolio o lo status quo è sempre una buona cosa, e alla prima edizione bolognese di Paratissima va dato atto di aver contribuito – insieme a SetUp che lo fa già da sei anni – a dare pluralismo al sistema fieristico di Bologna. Senza entrare nel merito delle proposte artistiche che sono ancora per la maggior parte deboli, va premiato lo sforzo di aver tentato la strada della selezione che è l’unico modo per aggiustare il tiro e procedere verso la qualità.

6. FLOP- LE MOSTRE ISTITUZIONALI

MAMbo

Pochissime le mostre istituzionali: il nulla assoluto o quasi. Giustifichiamo il neo-direttore Lorenzo Balbi perché arrivato da poco alla direzione dei Musei bolognesi, ma comunque la selezione non soddisfa le aspettative di una art week che si rispetti e il MAMbo location in affitto per mostre (modello Macro con i Pink Floyd) non si può veramente vedere.

7. FLOP-IL BICCHIERE MEZZO VUOTO DI ARTE FIERA (1)

ArteFiera Bologna – photo courtesy ArteFiera

Come abbiamo già scritto, va bene la volontà di rilancio, va bene – anzi benissimo – il fatto che si vende sempre, ma perché avere una fiera così insieme a miart, Artissima e pure Artverona? Perché non fare una fiera rigorosamente e orgogliosamente di arte moderna?

8. FLOP-IL BICCHIERE MEZZO VUOTO DI ARTE FIERA (2)

artefiera 2018 foto Irene Fanizza

Al netto di quanto detto, perfetto puntare sull’arte italiana, ma è necessario attrarre un numero maggiore di gallerie internazionali (che l’arte italiana la trattano eccome), puntando maggiormente – pur salvaguardando la vocazione principale sulla fiera – ad attirare un bouquet di espositori provenienti dall’estero. E magari su una serie di testimonial importanti a livello nazionale che possano facilitare l’impresa.

9. FLOP-MOBILITÀ A BOLOGNA

Bologna

Metti un weekend lungo, il clima invernale, una fiera che richiama addetti ai lavori e appassionati da tutta Italia e oltre: dati tre elementi ampiamente previsti o prevedibili, la conseguenza a Bologna è stata lo stesso disastrosa, sul fronte della mobilità. Se l’obiettivo della fiera è quella di attrarre nuovo pubblico, anche con le iniziative nel circuito cittadino di Art City e Arte Fiera Polis, sarebbe il caso che lavorasse di concerto con le amministrazioni per offrire spostamenti più rapidi. Perché a Bologna non esistono i servizi di bike e car sharing che risolvono così tanti problemi agli utenti di Milano, Roma, Torino e Firenze? Chi si è ritrovato ad attendere 30 minuti un autobus o ha passato la serata attaccato al numero dei taxi ne avrebbe usufruito volentieri.

Dati correlati
AutoriYuri Ancarani , Luca Zamoc, Bruna Esposito, Vadim Zakharov, Jacopo Mazzonelli
CuratoriLorenzo Balbi, Andrea Dall'Asta SJ, Alberto Torri, Angela Vettese
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1 COMMENT

  1. Sembra davvero che Artribune abbia visto una fiera diversa…
    Definire “allegra” (Vettese dixit) una tale congerie di allestimenti noiosi e deludenti, privi di alcuno degli slanci che il mercato pretenderebbe, privi (totalmente) della presenza di gallerie internazionali, privi di un’organizzazione generale di livello decente (non dico eccellente) dalla conduzione del parcheggio alla gestione degli spazi ristoro, privi dei maggiori nomi del mercato italiano contemporaneo (che snobbano Bologna non per caso), oberati da scelte univoche, appiattenti e didascaliche che non hanno nulla a che vedere con la libertà e l’estro scoppiettante delle fiere ben gestite (e di come era Artefiera fino a non moltissimi anni fa)…
    Una fiera è mercato, prima di tutto, e se ci si è adeguati negli ultimi dieci anni a soggiacere alle dittature di curatori che devono far rifulgere solo se stessi (è una fiera, accidenti! non bisogna dimostrare come si è imparata bene la lezioncina di storia dell’arte) è meglio davvero che parliamo d’altro e appendiamo tutto il mercato dell’arte italiana al chiodo.
    Bologna non arriva neppure alla metà delle potenzialità tutte in espansione di Verona e scompare letteralmente dietro alle buone prove di Milano e Torino. E lo dice sconsolata una ex-fan della fiera felsinea: un capitale disperso in poco tempo con irrazionale caparbietà.
    L’anno prossimo sarebbe preferibile passare la mano e ragionare su dove si vuole andare, perché se si procede così (con il solo puntello di manifestazioni che con la fiera non hanno nulla a che fare, con l’incredibile considerazione che SetUp è stata persino meglio dell’ammiraglia, con il sottolineare tristemente che comunque qualche opera buona qui e là c’era, ecc.) si può stare certi che già lo scarsissimo pubblico della preview, soprattutto, e della vernice si dilegua del tutto. E i compratori non tornano su una piazza così debole e localistica.
    L’unica idea buona (pessimamente sviluppata) era quella di puntare sull’arte italiana moderna e contemporanea che di questi tempi effettivamente sta salendo nelle quotazioni internazionali con nomi classici e meno scontati. Ma si doveva puntare anche sulle gallerie non italiane che – altrove e non poche – hanno apprezzato la nostra arte e l’hanno sostenuta. Questa timida, inconcludente e rada accozzaglia di puliti quartierini scombinati (settore della fotografia desmentegà, sparpagliato e stritolato in mezzo agli altri stand, moderno confuso con il contemporaneo, nessuna direzione di visita) ha annoiato e depresso i pochissimi collezionisti che circolavano nei corridoioni semivuoti.
    Ma qualcuno ha sentito il loro parere? E davvero i galleristi erano così contenti di come è stata organizzata quest’anno questa povera vetrina annacquata?
    Non c’è dubbio: “si stava meglio quando si stava peggio”….

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