I dimenticati dell’arte. Da Modena a Firenze, la storia dello scrittore Antonio Delfini 

Narratore che non narra, scrittore misconosciuto, poeta incompiuto, surrealista all’italiana. Sono alcune delle definizioni che descrivono la personalità di uno dei letterati più evasivi della letteratura italiana del Ventesimo Secolo, una figura evanescente ma espressione di un talento nascosto, riservato a pochi, selezionati lettori. Antonio Delfini (Modena, 1907-1963) nasce a Modena in una famiglia aristocratica decaduta: il padre Anton Giulio aveva sposato sua cugina Bianca, che gli aveva dato due figli, Bianca […]

Narratore che non narra, scrittore misconosciuto, poeta incompiuto, surrealista all’italiana. Sono alcune delle definizioni che descrivono la personalità di uno dei letterati più evasivi della letteratura italiana del Ventesimo Secolo, una figura evanescente ma espressione di un talento nascosto, riservato a pochi, selezionati lettori. Antonio Delfini (Modena, 1907-1963) nasce a Modena in una famiglia aristocratica decaduta: il padre Anton Giulio aveva sposato sua cugina Bianca, che gli aveva dato due figli, Bianca Rosa e Antonio.  

Chi è Antonio Delfini 

Come molti giovani di buona famiglia Antonio non riceve un’educazione regolare, ma a tredici anni si iscrive all’avanguardia giovanile fascista, e poi al Partito Nazionale Fascista. Alla fine degli anni Venti , grazie agli insegnamenti del filosofo Pietro Zanfrognini e del letterato  Ugo Guandalini-poi fondatore della casa editrice Guanda-Delfini comincia a scrivere, e fonda con i due amici la rivista L’ariete (1927) della quale esce un solo numero, seguita da Lo spettatore italiano (1928-29), di cui è unico fondatore e direttore  In questo periodo comincia a collaborare con il periodico Il Tevere, e pubblica Ritorno in città (1931), una raccolta di brevi poemi in prosa, vicini allo stile di Baudelaire. Flâneur di provincia, Delfini viene introdotto all’ambiente letterario romano dall’amico Mario Panunzio, che lo coinvolge nella fondazione della rivista Oggi, insieme al giovane Alberto Moravia, ma i suoi rapporti con la redazione non sono facili e molti gli articoli rifiutati, che vengono poi pubblicati da Il Selvaggio.  

Delfini a Firenze 

Nel frattempo, Antonio si è indebitato e nel 1935 è costretto a vendere il palazzo di famiglia sul Corso Canalgrande di Modena per trasferirsi a Firenze, dove frequenta il caffè Giubbe Rosse e diventa amico di scrittori del calibro di Carlo Bo, Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Mario Luzi ed Eugenio Montale. Nel 1938 esce la raccolta Il ricordo della basca, che riunisce dieci racconti ambientati in una Modena reale e allo stesso tempo fantastica, abitata da personaggi particolari. Poco dopo tenta di costruirsi una carriera politica tra le fila del partito monarchico, ma senza successo. Nel 1946 lascia Firenze per Viareggio, dove scrive Manifesto per un partito conservatore e comunista (1951), schierandosi a difesa della proprietà terriera; due anni dopo è candidato al Senato per la lista di Unità popolare senza essere eletto. Né come letterato né come uomo politico viene preso sul serio, come sottolinea lo scrittore Ermanno Cavazzoni: “il guaio è stato che a Modena lo consideravano scrittore, che era molto vicino come significato a nullafacente, a perdigiorno che passa il suo tempo al caffè. Forse perfino scrittore di successo, di libri però che non esistevano”. Nonostante gli insuccessi Delfini continua a scrivere, in condizioni economiche sempre più fragili: nel 1952 fonda la rivista Il Liberale, che scrive quasi totalmente da solo, e 5 anni dopo esce La Rosina perduta (1957), una raccolta miscellanea che ripropone tra l’altro Il fanalino della Battimonda (1940), un racconto in perfetto stile surrealista.  

I diari di Delfini 

Ma il successo non arriva mai, i libri vengono stampati in poche copie e sono mal distribuiti. “Elementi non trascurabili della sua sfortuna editoriale”, scrive Antonio Castronuovo, “furono il disdegno dandistico dell’uomo dalle camicie di taglio impeccabile, la sua figura di «Duca di Modena» come lo chiamavano gli amici, la scelta di tumularsi in una provincia dai ritmi lenti, il suo vivere in una sorta di atmosfera sognante, la vita più romanzesca dei romanzi che tentò di abbozzare”. Alla fine degli Anni Cinquanta Delfini si innamora di Luisa Bormioli di Parma, che non lo corrisponde affatto. Nei suoi Diari annota le sue pene d’amore, che prendono corpo in componimenti poetici riuniti in Poesie della fine del mondo (1961), pubblicato da Feltrinelli grazie all’interessamento di Giorgio Bassani.  Due anni dopo lo scrittore muore, a causa di complicazioni post-operatorie, pochi mesi prima di vincere il Premio Viareggio con I Racconti. Nel 1982 Einaudi pubblica la prima edizione dei Diari, caldeggiata da Natalia Ginzburg, che considera la scrittura di Delfini “chiara come l’aria”. Gli stessi vengono ripubblicati nel 2022 dalla stessa casa editrice in un’edizione ampliata, a cura di Irene Babboni con una prefazione di Marco Belpoliti. Ironia della sorte: nel 1992 la città di Modena ha dedicato   la biblioteca civica al suo “Duca”, che aveva ignorato in vita ma celebrato dopo la sua scomparsa. 

Ludovico Pratesi  

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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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