La Francia ha deciso che la cattedrale di Notre-Dame, danneggiata dall’incendio dello scorso aprile, sarà ricostruita uguale a prima. E questo dimostra la poca propensione al rischio di un Paese che per lungo tempo è stato un modello internazionale.

Certo la potenza degli Stati Uniti, certo la crescita tumultuosa della Cina, certo l’efficienza sociale dei Paesi nordici, le ruggenti tigri asiatiche e l’affascinante sviluppo dei Paesi BRIC. Tutto vero. Però chi è della mia generazione – e magari anche di altre – non può negare che è stata la Francia, e Parigi in particolare, a segnare immancabilmente il modello di riferimento, l’orizzonte, l’ambizione. Fare come si fa in Francia, fare come si fa a Parigi. Tutto era meglio oltralpe, negli Anni Ottanta e Novanta. Quello era il benchmark. Lo era per la sanità, per le infrastrutture, per la scuola, per l’eccellenza della pubblica amministrazione, per l’organizzazione dello Stato, per l’innovazione a tutti i livelli e ovviamente per la cultura e per i musei.
Che poi qualcosa si sia rotto lo dicono i numeri e la storia. Via via, col nuovo millennio, i riferimenti sono diventati altri. Per certi versi Londra, per altri versi addirittura la Germania, se vogliamo limitarci alla vecchia Europa. La Francia sempre meno, sempre più uguale ai nostri difetti piuttosto che somigliante alle nostre aspirazioni civiche.
Ma fin qui sono sensazioni, non suffragate dai fatti. Poi però arriva la conferma. Arriva l’episodio che segna un prima e un dopo in relazione a tutti questi ragionamenti. Ovviamente parliamo dell’incendio di Notre-Dame. 15 aprile 2019. Trent’anni dopo le celebrazioni del centenario della Rivoluzione Francese. La Francia, tuttavia, rivoluzionaria pare non essere più.

L’alternativa europea al populismo è un progressismo che fa scelte populiste. Ma allora che alternativa è?

Il Paese che edificava piramidi di cristallo nel bel mezzo dei suoi musei più storici, oggi ricostruisce dov’era e com’era. Gli incendi possono essere fatti tristi, alle volte perfino luttuosi, ma, quando aggrediscono un’architettura, offrono a chi deve ripristinarla la chance di aggiornarla. Le città di mezzo mondo, nella loro conformazione attuale, sono frutto di ricostruzioni seguite a eventi simili: se non incendi, terremoti o bombardamenti. In alcuni casi si ricostruisce “in stile”, in altri si rischia con architetture in dialogo con la contemporaneità.
La prima scelta è legittima, ma cosa ha a che fare con la storia della Francia? Eppure è andata proprio così. Dopo soli tre mesi dal rogo, senza neppure un vero dibattito, il Parlamento ha deciso che la cattedrale sarebbe stata ricostruita uguale a prima; nonostante le mille idee – alcune improbabili, altre assai interessanti – che l’incendio aveva generato per la ricostruzione; nonostante l’arrivo di centinaia di milioni in donazioni private. I soldi saranno utilizzati per realizzare un falso storico ricopiando un ulteriore falso storico andato a fuoco.
Se questa pratica ci può sembrare un grande malinteso urbanistico, fa ancora più riflettere mettendola in relazione allo scenario politico. Rischiare non va più di moda, occorre rassicurare il popolo, evitare qualsiasi disturbo dello status quo. È avvenuto anche in Italia dopo il dramma del Viadotto Morandi. Finta efficienza, decisioni rapidissime e un progetto banale (ancorché firmato da un grande architetto) che sostituirà un progetto visionario. A Genova si sta edificando il monumento architettonico-urbanistico-infrastrutturale simbolo del populismo; ma in Francia, sulla carta, un governo populista dovrebbe non esserci. La scelta di Notre-Dame, dunque, è un indizio allarmante. Che ci racconta come l’alternativa europea al populismo sia un progressismo che fa scelte populiste. Ma allora che alternativa è?

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #51

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.