Musica tory vs. arte whig

Perché nei consumi di massa gli occhi sono progressisti e le orecchie passatiste? Perché Rothko lo apprezzano quasi tutti mentre Stockhausen lo ascoltano in quattro gatti?

La Rothko Chapel a Houston
La Rothko Chapel a Houston

David Stubbs, giornalista inglese ex firma di Melody Maker, ha intitolato un suo libro Fear of Music. Sottotitolo, piuttosto eloquente: Why people get Rothko and not get Stockhausen. La domanda, posta con sagacia tipicamente anglosassone, è semplice: perché nello scorso secolo la complessità delle arti sonore e i suoi profeti hanno fatto fatica ad abituare l’orecchio umano a frequenze estreme, mentre l’apparente pacificata (ma altrettanto complessa) serenità dei quadri di un Rothko è agevolmente entrata nell’immaginario collettivo del pubblico medio, del visitatore di una qualsiasi mostra d’arte, magari sotto forma di poster o di gadget acquistato nel bookshop di un museo?
A Stubbs è stato rimproverato di aver ingannato il lettore sin dal titolo con un parallelismo quantomeno arbitrario. Eppure non mancano i tentativi di gettar ponti fra le arti visive e quelle sonore in un secolo, il XX, in cui uno dei minimi comuni denominatori tra le due è stato sicuramente un visibile disorientamento percettivo del fruitore. Non staremo qui a scomodare Klee o Boulez: basterà aprire una a caso delle 368 pagine di The Music of Painting per rendersi conto che storici del calibro di Peter Vergo sono tutt’altro che insensibili al problema.

Peter Vergo, The Music of Painting (2010)
Peter Vergo, The Music of Painting (2010)

Stubbs però, che in fondo è studioso di pop culture, è interessato alla diffusione più che alla ricezione del prodotto artistico: se vogliamo concedergli che il titolo del libro non sia un semplice vezzo, va detto almeno che ha peccato di trascuratezza nel nicchiare su una nozione, chiamiamola di equivalenza, che ai corsi di media studies si pone un minuto dopo le presentazioni di rito della lezione inaugurale. Qual è il medium che diffonde le diverse arti? L’utente di Internet è bombardato quotidianamente da migliaia di immagini, e c’è una buona probabilità che presto o tardi si imbatterà in quella che – così almeno gli suggerirà immediatamente l’istinto – è un’opera d’arte. Insomma, l’analisi di Stubbs parte da uno spunto che sembra un mero pretesto per fornire al lettore di Melody Maker una discreta introduzione alla musica d’avanguardia.
Ben diversamente possono andare le cose se, come ha fatto di recente Mariella Milan in Milioni a colori. Rotocalchi e arti visive in Italia 1960-1964, ci si concentra su un particolare e lo si scruta con la lente di ingrandimento che è quella della ricercatrice vera. Lo sguardo della storica dell’arte specializzata nella stampa di attualità procede da un punto di osservazione che è volutamente di sbieco e indugia su fenomeni che a tutta prima potrebbero sembrare marginali – i rotocalchi, l’illustrazione, le cosiddette arti minori. La forza di quello sguardo consiste nel procedere in maniera abduttiva. Osserva un particolare, un fatto sorprendente, segue una regola e poi fa un’ipotesi: i rotocalchi hanno giocato un ruolo fondamentale nel forgiare il gusto per l’arte contemporanea dell’italiano e dunque il suo desiderio di investire in arte.

Mariella Milan, Milioni a colori. Rotocalchi e arti visive in Italia 1960-1964 (2015)
Mariella Milan, Milioni a colori. Rotocalchi e arti visive in Italia 1960-1964 (2015)

I casi-studio analizzati sono tanti, ma ci soffermeremo su uno. Il 9 maggio 1963 Epoca bandisce un concorso intitolato 10 quadri d’autore per voi. Tra tutti i lettori che entro il 25 maggio di quell’anno invieranno un tagliando staccabile dall’interno della rivista, dieci fortunati vinceranno un dipinto firmato da uno dei dieci giganti dell’arte del Novecento: Renato Guttuso, Umberto Lilloni, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fiorenzo Tomea, Pio Semeghini, Domenico Cantatore, Aligi Sassu, Orfeo Tamburi, Filippo De Pisis. Torniamo al nostro Stubbs e ai problemi di corrispondenza, troppo spesso trascurati o liquidati perché, si sa, siamo nell’epoca di Internet. Provate a pensare a un periodico come Amadeus che bandisce oggi un concorso di questo tipo: 10 opere d’autore per voi. In palio uno spartito – oppure l’ingresso a un concerto o un cd (eccolo, in tutta la sua evidenza, il problema: cosa corrisponde, in musica, all’oggetto-quadro?): la scelta è a discrezione dei vincitori – da selezionare tra i cataloghi di Ottorino Respighi, Ildebrando Pizzetti, Luigi Dallapiccola, Gian Francesco Malipiero, Goffredo Petrassi, Luciano Berio, Bruno Maderna, Luigi Nono, Franco Donatoni.
Probabilmente i fortunati risponderebbero con un “preferirei di no” di melvilliana memoria. Quando si dice: la potenza delle immagini che diventano merce – magnifica merce.

Vincenzo Santarcangelo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

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Vincenzo Santarcangelo
Vincenzo Santarcangelo insegna al Politecnico di Torino e allo IED di Milano. Membro del gruppo di ricerca LabOnt (Università di Torino), si occupa di estetica e di filosofia della percezione. È direttore artistico della rassegna musicale “Dal Segno al Suono”, presso il MUSMA - Museo della Scultura Contemporanea (Matera). È autore di “Have Your Trip. La musica di Fausto Romitelli” (Milano 2014) e curatore delle edizioni italiane de “L’approccio ecologico alla percezione visiva” di James J. Gibson (Milano 2014) e “Il museo immaginario delle opere musicali” di Lydia Goehr (Milano 2016). Scrive per La Lettura (Corriere della Sera), Artribune e il Tascabile Treccani.