Musica bella e baci nel festival di Milano che compie 20 anni. L’intervista al fondatore

Dal Parco Paolo Pini all'Idroscalo, da una community nata su internet a oltre ottanta show: storia, identità visiva e visione di un festival che da vent'anni ridisegna la scena musicale italiana e che si svolge a Milano dal 21 al 24 maggio

Jean-Michel Basquiat ha detto che l’arte è come decoriamo lo spazio, la musica come decoriamo il tempo. E poi c’è il MI AMI che quello spazio-tempo lo piega, lo dilata e lo restituisce trasformato insieme a chi lo attraversa.

Da vent’anni è per molti un rito apotropaico che benedice l’arrivo dell’estate. Riunisce anime che si somigliano, che si prendono per mano e iniziano a danzare attorno al fuoco vivo della musica, lasciandosi scottare da voci che arrivano dal futuro, in attesa di un bacio.

L’unico Festival in Italia che ha la postura del Primavera Sound: multi-palco, multi-lineup, capace di intercettare chi ha da poco vent’anni e chi se li lascia alle spalle, con la voglia di ricevere, come l’ha definita Carlo Pastore, co-fondatore e direttore artistico, “una cartolina dall’Italia al mondo”.

22 maggio - 18k - foto di Kimmica
22 maggio – 18k – foto di Kimmica

Il festival MI AMI a Milano

La ventesima edizione del Festival della Musica Bella e dei Baci, all’Idroscalo di Milano si svolge dal 21 al 24 maggio, con cinque palchi e oltre ottanta show. Ne ripercorriamo la storia con Stefano Bottura, co-fondatore e direttore del MI AMI.

Intervista a Stefano Bottura

Sono passati vent’anni dalla prima edizione. Una storia di resistenza, in una Milano che è sempre più una fabbrica di eventi. Come è iniziata?
MI AMI nasce nel 2005, ma la storia comincia otto anni prima, nel 1997, dentro Rockit.it, uno dei primi siti italiani di musica, e il primo in assoluto dedicato esclusivamente alla musica italiana. In quegli otto anni, Rockit costruisce una comunità: artisti, addetti ai lavori, appassionati di musica indipendente italiana, che allora non interessava a nessuno. Oggi i primi dieci posti di Spotify sono occupati da artisti italiani, ma nel 2005 era l’opposto, eravamo esterofili fino al midollo. Eppure, c’era qualcosa di vivo, gente che suonava, che cercava di tradurre ascolti internazionali in italiano. Noi raccontiamo quella cosa, come Rockit, dall’interno, con la stessa età anagrafica di chi quella musica la fa. Un racconto orizzontale e collettivo.

Da Rockit nasce quindi l’idea del festival.
L’intuizione del 2005 è semplice: Rockit esiste su internet, la gente si scrive sui forum, si manda le mail, ma dal vivo, esiste davvero questo pubblico? L’unico modo per scoprirlo è fare un festival. Il problema è che non lo sappiamo fare, nessuno l’ha mai fatto. Siamo solo in due, io e Carlo Pastore, così trovo Alessandra Maculan, che già organizzava concerti e sa come si fa. Per il dove, l’ispirazione viene da Parigi, dal Parc de la Villette e dai suoi dj set gratuiti con big pazzeschi. Voglio un festival urbano, dentro un parco cittadino. La scelta cade sul parco Paolo Pini, a Milano Nord, grazie a un contatto di Alessandra nel mondo del teatro.

Come è andata la prima edizione?
La prima edizione la costruiamo senza soldi. Fornitori e artisti verranno pagati con i biglietti venduti a cinque euro l’uno. Arrivano tremila persone. Paghiamo tutti, tra gli artisti c’erano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti e gli Zen Circus, che arrivavano da un giro europeo e hanno lavato i vestiti alla fontanella. Clima molto indie. C’era anche Pierpaolo Capovilla, che oggi ha vinto il David di Donatello con Le città di pianura. Funziona. Quell’inverno apre il Circolo Magnolia, e capisco subito che è il posto giusto. Da lì in poi è stata un’evoluzione lenta e naturale, senza strappi. Un palco aggiunto quando si poteva, lo sguardo sempre sulla risposta del pubblico. Siamo partiti con due palchi scoperti: se avesse piovuto, probabilmente non saremmo qui a fare quest’intervista. Ogni cosa inizia con un passo.

E quest’anno?
Quest’anno ci sarà un’energia particolare. Il messaggio è di non aver paura. Come l’arte va a toccare delle corde insondabili, anche con la musica bisogna non aver paura di scoprire qualcosa di nuovo. Perché la paura inchioda, perché la paura non è generatrice, perché la paura non cura, perché la paura non regala nessun sogno, perché la paura va affrontata e guardata negli occhi e i rituali servono a questo, ad affrontare l’ignoto con gesti ripetuti e formule magiche, le stesse tramandate dai nostri avi che hanno affrontato la paura prima di noi, e l’hanno vinta. Esattamente così. Finisce maggio, arriva il weekend più bello dell’anno, a Milano da vent’anni c’è il MI AMI. Questo è il nostro rituale contro la paura.

Il MI AMI ha un DNA alternativo ma negli anni ha avuto la capacità di intercettare artisti destinati a segnare la scena. Penso a Calcutta, i cani, Liberato, Cosmo, Lucio Corsi. Come si resta fedeli alla linea, senza inseguire le mode del momento, influenzando allo stesso tempo le regole dello show business?
È quello che volevamo ed è questo quello che siamo, non possiamo essere niente di diverso. Ed è questo il bello del MI AMI, la libertà di poter scegliere, di sbagliare anche clamorosamente. Soprattutto all’inizio eravamo molto intransigenti, ci auto-imponevamo limiti precisi, come non chiamare lo stesso artista per due anni consecutivi. Questo ci ha aiutato a crescere, a non fossilizzarci, a non restare ancorati alla nostra giovinezza. Carlo è stato bravissimo a non scegliere mai la strada facile, a mantenere viva la connessione con il nuovo. Abbiamo sempre cercato di essere la terza via, tra il mainstream e l’underground. In un mondo regolato da logiche di mercato, grandi player e costi di produzione sempre crescenti, è molto difficile mantenere questo equilibrio. Una cosa che mi faceva male, ma che oggi guardo con tenerezza, è chi commenta le lineup del MI AMI dicendo non è più come una volta.

Forse è solo un segnale che stanno invecchiando…
Esatto. Forse stai invecchiando male. Era meglio una volta perché eri giovane, eri sintonizzato con la musica nuova, quella che per tutti gli altri era ancora sconosciuta. Mi ricordo la prima volta che hanno suonato i Fast Animals and Slow Kids, c’erano 250 persone. Poi sono diventati quello che sono. Dov’eri, quando suonavano al MI AMI?

È bello vedere ogni anno la processione dei discografici in cerca di nuovi artisti da scritturare.
Sì, ti assicuro che molti artisti hanno firmato i contratti subito dopo il festival.

L’identità visiva del MI AMI è potentissima.
Tutto nasce dalla costruzione di un immaginario. Ho fatto il Politecnico e dalla prima lezione di design ti insegnano che è fondamentale. Dovevo far arrivare alle persone un’immagine precisa: un festival, un parco, la promessa che può scattare un bacio.

E la scelta dell’illustrazione?
Nel 2005 era una chiave innovativa, nessuno la utilizzava. Alessandro Baronciani, con il suo tratto a metà tra illustrazione e fumetto, firma il primo manifesto. L’ispirazione è Lichtenstein, la pop art. Due colori, rosso e nero, e un bacio. Due colori anche perché eravamo poveri: il tipografo ti faceva pagare ogni aggiunta.

E negli anni successivi?
Ogni anno ho tradotto visivamente il tema del festival, coinvolgendo illustratori con identità forti e tecniche diverse: i Bomboland con la carta ritagliata in 3D, che hanno poi realizzato copertine per il New York Times; Luca Font, tatuatore che ha collaborato con Il Sole 24 Ore e La Repubblica. E poi uno dei miei preferiti: il manifesto di Viola Niccolai, illustratrice e docente di Storia dell’Arte nata sul Monte Amiata, forse la persona più lontana dalla vibe del MI AMI, che con pennarello e matite ha realizzato l’edizione Confusi e felici, con un forte richiamo a Gauguin. Vent’anni di edizioni mi hanno permesso di esplorare ogni sfumatura di questo immaginario. Ogni manifesto è un capitolo, come i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, ogni anno racconta qualcosa di diverso pur appartenendo alla stessa storia.

La musica italiana, come il rock’n’roll, muore e rinasce continuamente. Chi oggi, tra questo inferno, inferno non è?
È un momento di passaggio. C’è stato uno zenith, tra il 2016 e il 2017, quando sono esplosi l’it-pop e la trap e per anni ha riverberato quell’eco. Già l’anno scorso quell’onda si era molto attenuata, quest’anno del tutto. La lineup di questa edizione è molto esplorativa: non ci sono headliner iconici né filoni ben definiti. La musica adesso è molto più puntiforme, quantica.

Ovvero?
Il MI AMI è una fotografia in movimento, non c’è niente di statico. Sono molto curioso di vedere cosa accadrà nei prossimi anni, anche con l’intelligenza artificiale: non sono sicuro che l’abbiamo capita del tutto. Spero che il rito del concerto resista. Nella storia dell’umanità, i rituali hanno sempre scandito il tempo che passa, tramandato ciò che si impara di generazione in generazione, permesso di sentirsi parte di qualcosa di più grande senza venirne sopraffatti. Il festival è anche questo: un rituale contro la paura. C’è una soglia che attraversi, e superandola capisci che ne uscirai trasformato.

Noemi Palmieri

Milano // dal 21 al 24 maggio 2026
MiAMI – XX edizione
Idroscalo, Milano
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