Arte terrestre. Note dal pianeta azzurro

Un altro testo d’artista, qui su Artribune. Perché ci sembra il minimo dar voce a loro, agli artisti: senza di loro non esisterebbero musei, riviste, gallerie, critici. Non esisterebbe mondo dell’arte.

Il mondo e l'arte - 1
Il mondo e l'arte - 1

PASOLINI, ROUCH E LA GLOBALIZZAZIONE
Il celebre Appunti per un’Orestiade africana (1969) di Pier Paolo Pasolini da una parte e, dall’altra, l’altrettanto noto – almeno agli specialisti – documentario etnografico Les Maîtres fous (1955) di Jean Rouch, possono considerarsi due “soggettive” del fenomeno della globalizzazione occidentale dal punto di vista rispettivamente del soggetto (neo)colonizzatore e di quello (neo)colonizzato. Se Pasolini, trasferendo nell’Africa dei nascenti Stati nazionali l’Atene del primo tribunale umano a garanzia dell’imputato Oreste, incarna con spirito critico il punto di vista occidentale, Rouch è abile ad assumere la prospettiva localistica di un rituale che ha per oggetto la possessione degli iniziati da parte dei demoni della modernità.

In entrambi i casi, la progressiva modernizzazione del Pianeta è assunta come quel fenomeno ininterrotto di colonizzazione che di fatto è, foriero a un tempo di un universalismo secolare (Pasolini) come di vere e proprie reazioni di possessione demoniaca (Rouch).

ANTROPOLOGIA DEL XXI SECOLO
A qualche decennio di distanza dalla realizzazione delle due opere cinematografiche, ancora le antinomie dialettiche della globalizzazione emergono prepotentemente nei rapporti aggiornati degli etnologi di ultima generazione, per esempio in alcuni autorevoli studiosi invitati da Stefano Allovio, titolare della cattedra di Antropologia culturale all’Università degli Studi di Milano, a tenere un ciclo di seminari guarda caso intitolato Contesti locali, dinamiche globali (2015).
Nell’ordine Roberto Malighetti, Maria Sapignoli, Olivia Casagrande e Adriano Favole hanno illustrato i casi emblematici rispettivamente di Cina, Botzwana, Cile e Polinesia, per quattro differenti “copioni” non dissimili da un ideale combinato di Pasolini e Rouch. Come ha sottolineato Adriano Favole a compendio della sua come di tante altre ricerche etnografiche volte a una progressiva esplorazione del fenomeno, la nozione di “creatività culturale” vede coinvolti colonizzatori e colonizzati in un processo a doppio senso o a senso alternato di ibridazione e mutua influenza che, pur non inficiando la sostanza di un’egemonia del modello occidentale, è reale e riscontrabile in molti suoi aspetti.

LIBRI SACRI D’OCCIDENTE
Essi non possono non riguardare, evidentemente, anche lo stato dell’arte, occidentale e non. Se gli esempi di neo-primitivismo e di appropriazionismo etnografico di casa nelle gallerie e nei musei occidentalizzati li conosciamo bene, meno noti sono i casi di creatività artistica e di “folklore” per i quali è il deposito iconografico d’Occidente a essere saccheggiato e risemantizzato in artefatti e pratiche inconfondibilmente pidgin, peraltro senza cadere in quell’accademismo che i popoli della Terra sembrano ignorare. Ciò è dovuto unicamente al fatto che è loro estranea ogni intenzione meramente estetica, perché i risultati raggiunti sono sorprendentemente simili a quelli progressivamente omologati di tanti artisti di professione. Vediamo alcuni esempi.
Occorre innanzitutto assumere a paradigma del crossover etnografico le indubbie somiglianze individuate dall’antropologo franco-inglese Maurice Bloch tra molti rituali “esotici” e alcune iconografie inconfondibilmente occidentali quali i sacrifici di Ifigenia e Isacco, sventati solo all’ultimo da un intervento divino che sostituirà i malcapitati con animali sacrificali. Se è indubbio che molte popolazioni indigene cercano ispirazione nei modelli occidentali per le loro pratiche rituali, è altrettanto vero che dietro molti precipitati mitici e letterari dell’evoluto Occidente si celano codici rituali dimenticati da tempo e trasversali a differenti culture (Bloch, 1992).

Il mondo e l'arte - 2
Il mondo e l’arte – 2

Ciò è vero ancora oggi perfino a livello concreto: si pensi all’adozione rituale, nelle due ultime edizioni della Biennale di Venezia (e non solo della Biennale), di autentici Libri Sacri cui affidare eventi “religiosi” nel senso etimologico del termine. Si è optato per l’autorevolezza di reliquie quali il Libro Rosso di Jung e Il Capitale di Marx, com’è noto, in attesa del prossimo Freud o Derrida. Per ovviare a tanta necrofilia senza dover rinunciare al Verbo, suggeriamo la prossima volta di scomodare un vivente, certo autorevole quanto occorre. Uno Sloterdijk nella sfera delle belle arti, per esempio.

RELIQUIE E SAPEURS
Un altro esempio di creatività culturale a sfondo religioso è stato rintracciato sull’isola di Futuma nella Polinesia occidentale da Favole a proposito di un casse-tête – letteralmente un “rompicapo” (malomu nella lingua locale) – collocato nell’abside della Cattedrale di Omo in luogo del consueto crocifisso. Dopo alcune indagini degne di un artista in residenza ai tropici, Favole scopre non senza sorpresa che lo strumento in questione fracassò, quando ancora in uso presso i locali, la testa di quello stesso prete missionario (Padre Chanel) che tentò di convincere gli isolani a rinunciare a culti pagani fondati sull’idolatria di feticci e reliquie. Chi di casse-tête perisce di casse-tête gioisce, verrebbe da dire: se il cristianesimo è infine attecchito sull’isola, è anche grazie al sacrificio di un testimone del Signore fedele fino in fondo al copione originario, al punto che gli isolani fecero in seguito richiesta di quella che divenne la salma del primo martire d’Oceania (Favole, 2010).
Un sincretismo iniziatico simile a quello di Les Maîtres fous, ma dal disorientamento identitario e rituale molto meno marcato (il 1955 è evidentemente lontano non solo nel tempo), è rintracciabile nelle odierne metropoli dell’Africa centrale. “Nei quartieri di Brazzaville e Kinshasa, centinaia di giovani dandy congolesi si riconoscono vicendevolmente come sapeurs, ovvero come appartenenti alla SAPE, la Société des ambianceurs et des personnes élégantes (Gandoulou, 1984, 1989). […] I sapeurs si esercitano in una cura maniacale degli accessori (cappelli, monili, cinture, borse, pipe e bastoni da passeggio); le giacche, in certi casi, sono indossate a rovescio, per mettere in evidenza l’etichetta con la griffe (si preferiscono le grandi maison francesi e italiane); le scarpe, tirate a lucido, lottano contro la sporcizia, la sabbia e la polvere delle strade della capitale” (Allovio, 2014).
Se il pellegrinaggio a Parigi costituisce per il sapeur un vero e proprio viaggio iniziatico, non occorre che alcun artista-colono parigino corra a realizzare il suo documentario del pittoresco fenomeno, la SAPE è nel frattempo divenuta virale per centinaia di raduni internazionali, oltre che di video consultabili sul web.

LA GUINNESS AL FUNERALE
L’iniziazione dell’antropologo tramite quella che in gergo viene definita “immersione vigile” nel campo etnografico può costituire un esperienza liminare prossima a quella di molte pratiche artistiche fortemente votate alla relazione. L’antropologo Loïc Wacquant si è talmente immedesimato in quel ruolo di pugile che si era prefissato di investigare nei suoi aspetti antropo-poietici legati ai ghetti americani da aver seriamente pensato di smettere i panni dello studioso e indossare quelli del combattente, visti gli ottimi risultati raggiunti (Wacquant, 2000).
Chi ha detto che solo Andy Warhol, Adel Abdessemed e Richard Prince possono appropriarsi con ispirata rapacità di icone pop quali la Coca-Cola, un campione sportivo e una réclame rispettivamente? A sentire l’antropologo Ugo Fabietti, “i Luo, agricoltori del Kenya, conoscono da tempo la Coca-Cola, ma l’uso che ne fanno non ha niente a che vedere con l’alimentazione quotidiana. Essi consumano infatti normalmente altre bevande, mentre la Coca-Cola è riservata alle cerimonie di iniziazione maschile dall’età pubere a quella adulta. […] I Fon del Camerun, celebri per le loro opere lignee, hanno inciso sui pali delle ‘case degli antenati’, al posto delle immagini di questi ultimi, quella del più famoso calciatore camerunense degli anni Novanta, Roger Milla. Nello stesso Camerun, i funerali di personaggi importanti sono sempre stati celebrati con grande pompa […]. Un segno di distinzione è sempre stato, in queste occasioni, l’uso di parasoli che però in questi ultimi anni sono stati sostituiti da ombrelli della marca di birra Guinness, una bevanda “di prestigio” che in particolari occasioni sponsorizza gli stessi funerali” (Fabietti, 2010).

Il mondo e l'arte - 3
Il mondo e l’arte – 3

LA LITURGIA È IN TELEVISIONE
Non volendo disperare circa un intero pianeta votato all’effimero, si potrebbe citare il caso del poema epico-religioso indù Ramayana, sceneggiato e trasmesso alla tv indiana verso la fine degli Anni Ottanta. Vi si narravano le gesta di re Ram, che “per gli Indù non è solo un re mitico, ma anche un dio, in quanto avatar (manifestazione, personificazione, incarnazione) del dio Vishnu. […] L’elemento religioso si insinuò molto presto nel processo di ricezione del dramma epico televisivo. [L’antropologa] Mankekar osservò come in molti casi la visione del programma comportasse addirittura, da parte degli spettatori, l’adozione di atteggiamenti e posture rituali prima e durante la trasmissione: bagni purificatori, incensi, posizioni delle mani e del capo ecc. Si instaurava una relazione di bakhti, tipica della liturgia indù e che potrebbe essere intesa come ‘resa di un devoto all’oggetto della sua adorazione’”. (Ibidem). Quale, viene da chiedersi: re Ram o la tv? Per fortuna dei numerosissimi devoti non solo Confucio è nel computer e anche re Ram ha potuto raggiungere l’immortalità.

Sempre a Oriente è il cosiddetto culto del cargo. “Tipico dell’area melanesiana dove comparve già alla fine dell’Ottocento, […] ruota attorno alla credenza nell’arrivo di grandi bastimenti (cargo) carichi di beni caratteristici della civiltà occidentale. […] Centrale è […] il tema del battello dei morti che fanno ritorno da Occidente portando con sé ricchezze, ma anche sconvolgimenti rinnovatori sul piano dell’ordine cosmico. Questo tema […] sovrappone il tema del viaggio per mare dei morti (altro tema tradizionale) al viaggio (arrivo) dei bianchi. Antenati e bianchi sono, nel culto del cargo, entrambi responsabili del disordine, come di una possibile restaurazione dell’armonia sociale e cosmica, e quindi sono spesso identificati gli uni con gli altri” (Ibidem).

Il mondo e l'arte - 4
Il mondo e l’arte – 4

RISCOPRIRE IL MONDO
Insomma con il culto del cargo il dissimile cura il dissimile. Vale anche per un’arte “terrestre” contesa tra coloni in perenne crisi d’astinenza (iconomania) e colonizzati soggetti a forme di autentica adorazione (iconolatria)? L’impressione è che la compulsiva ricerca di vitalità da parte dei devoti delle belle arti abbia lasciato il posto, nei casi sopra citati, all’adozione di simulacri di autorevolezza altrettanto improbabili. Due topoi dialettici, vitalità e trascendenza, non a caso individuati da Bloch come i due poli fondamentali dell’antropo-poiesi umana e sottolineati da Allovio come effimeri e mendaci entrambi, specie in caso di fucine rituali “vecchio stampo”. Quantomeno sospetto è il dover constatare, tuttavia, come le occorrenze “estetiche” sopra elencate siano non solo degne di tante incursioni e prelievi socio-antropologici ad opera degli artisti visti in giro per le mostre, ma appaiano ben più autentiche e rivelatrici nonostante l’indubbio carattere posticcio.
Al contrario di pratiche finzionali scevre da ogni ragione antropo-poietica che non sia quella dell’intrattenimento culturale, la creatività dei popoli riguarda la vita quotidiana delle persone, la stessa che gli adepti dell’arte vanno imbalsamando sugli scaffali del verosimile. È il contesto a mutare di segno una medesima creatività umana, vampirizzata e mummificata nel nostro caso e affatto ingenua ma sprizzante di vita nel loro. Se è vero che il museo necessariamente è una cattedrale laica infestata da “zombie”, quali indubbiamente sono le opere d’arte, altra cosa è dover patire un’arte “museificata” alla nascita. Forse che prima di recarci in pellegrinaggio alle tante gallerie, fiere, biennali, triennali e quadriennali tutte variamente stipate, didascaliche, liofilizzate, inscatolate e disseminate in giro per il mondo come le succursali di un ipermercato, dovremmo (ri)scoprire il mondo?

Roberto Ago

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Allovio, S. (2014), Riti di iniziazione. Antropologi, stoici e finti immortali. Raffaello Cortina, Milano
Bloch, M. (1992), Da preda a cacciatore. La politica dell’esperienza religiosa. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2005
Fabietti, U. (2010), Elementi di Antropologia culturale. Mondadori Università, Milano
Favole, A. (2010), Oceania. Isole di creatività culturale. Laterza, Roma-Bari
Wacquant, L. (2000), Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano. Tr. it. DeriveApprodi, Roma 2002

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Roberto Ago
Roberto Ago è figura poliedrica attiva in molteplici rami inerenti all’estetica. Critico delle immagini, iconologo, artista, editorialista, dopo gli studi d’arte presso l’Accademia di Brera sta conseguendo la seconda laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con particolare riferimento a un’antropologia delle immagini d’impronta transdisciplinare. Ha all’attivo numerose pubblicazioni apparse sulle principali testate nazionali d’arte contemporanea, parallelamente a un’attività espositiva che lo ha visto ospite di importanti gallerie e musei sia nazionali che esteri, dove ama esporre i precipitati delle sue indagini.