Arte e politica: bisogna esporsi o no? Rispondono in 9 tra artisti e curatori
Cosa succede quando la geopolitica, gli accadimenti storici e le dinamiche socioeconomiche incrociano le strade dell’arte? È davvero possibile oggi separare le due sfere, lasciando che un incontro avvenga solo nella definizione e nel recinto dell'"arte politica” o date le sfide imposte dall'attualità è necessaria una assunzione di impegno?
Immaginare l’arte fuori dalla condizione storica, dall’influenza della situazione geopolitica è impossibile, anche quando parliamo di forme estetiche lontane dall’ingaggio politico, esiste sempre un riflesso del tempo nelle opere d’arte. Credo che l’arte debba interrogarsi in maniera profonda sui meccanismi di produzione, sui sistemi di potere che la governano e su come possa rappresentare, più che nei contenuti nelle forme, un dispositivo critico capace di aprire spazi di interrogazione costante del presente. Non tutti gli artisti devono necessariamente parlare di guerra o crisi globali. Ma il mondo dell’arte, nel suo insieme, dovrebbe assumersi la responsabilità di mettere in discussione le connessioni tra istituzioni culturali, guerre, armamenti e violenze sistemiche, sfidando equilibri che spesso appaiono intoccabili. La storia dell’arte, come la storia, si costruisce ogni giorno: possiamo ancora trasformarla attraverso le nostre scelte. Ma servono coraggio, visione e radicalità.
Marco Trulli, Responsabile Cultura Arci e Curatore
Non credo nella definizione di arte politica, come non credo ad alcuna delle categorie che pure a volte, per comodità, ci si trova ad utilizzare. Penso invece che gli artisti siano anzitutto persone, parte del proprio tempo, inevitabilmente connessi e coinvolti. Non ci si può sottrarre. Farlo equivale comunque a prendere una posizione. Il che non significa che l’arte sia solo un riflesso del contesto; in questo senso vale il pensiero di un altro grande, Godart: che non occorra fare arte politica, occorre però agire politicamente. D’altra parte, tra le caratteristiche di un artista annovero rigore, spessore, indipendenza, onestà di sguardo. Caratteristiche che consentono di calarsi nella complessità del presente leggendone le sfaccettature e traendone posizioni proprie, non predeterminate, mai accomodanti rispetto ad alcuna posizione. Questo mi aspetto dall’opera, e dall’ambiente dell’arte: che possano rappresentare spazi di riflessione, semmai di sintesi, non di semplificazione. Ciò vale anche per mobilitazione di molti artisti per l’esclusione di alcuni padiglioni nazionali della Biennale di Venezia, Israele e Russia in particolare, e USA. Posizioni condivisibili, poiché i Padiglioni sono espressione ufficiale dei paesi che rappresentano. Nella consapevolezza, però, che molti artisti hanno saputo operare critiche radicali dall’interno, con coraggio; per restare su Venezia, ricordo per tutti il padiglione turco nel 2017, quando in un periodo di oscurantismo politico a rappresentare il paese fu Cevdet Erek, e nell’edizione successiva Inci Eviner. E il padiglione israeliano di Tsibi Geva nel 2015. Quando la pressione degli eventi aumenta, vale il pensiero di Albert Camus: “creare significa creare pericolosamente”. Questo vale per tanti, tantissimi artisti che sfidano i sistemi in cui vivono. Sarebbe quindi necessario poter andare a fondo, analizzando ogni situazione singolarmente. Ma tant’è. Occorre fare le proprie scelte, e condizioni estreme non possono che fare molte vittime. Credo però che sia importante essere consapevoli, dubitare e, queste scelte, problematizzarle sempre. Non farlo sarebbe cedere alle forze polarizzanti che stanno rendendo il mondo invivibile.
Gabi Scardi, curatrice
Ho discusso con “Francesco 2026”, un Pensiero Fratello che porta il Padiglione Internet a Venezia. Parafrasando Yanis Varoufakis (The Left should be about minimizing harm to the very vulnerable people), il nostro francescanesimo parte da questa Regola: “L’arte deve essere costruita attorno al tentativo di minimizzare il danno che produce alle persone più vulnerabili”. Secondo questa Regola l’arte non può più stare a lato senza decidere come stare nel mondo. Se non la rispetta perde il suo riparo, non perché sia vietato ma perché diventa una forma vuota che non tocca nulla. L’“arte politica” non basta. Non serve dichiarare una posizione, ma vivere in modo che quel che fai non aumenti il danno verso chi è più esposto. Francesco d’Assisi 2026 dice “Se l’arte resta lì, è già dentro. Se si limita a parlare, resta fuori”.
Miltos Manetas, artista
Dal femminismo intersezionale apprendiamo che ogni esperienza è intelligibile solo entro il sistema di relazioni che la costituisce. Analogamente, l’opera d’arte si sottrae al mito dell’autorialità autonoma: è sempre situata, attraversata da condizioni storiche, sociali e politiche. Produzione e visibilità, mediate da istituzioni e dispositivi curatoriali, ne rivelano il carattere inevitabilmente politico, anche in assenza di esplicita tematizzazione. Non si tratta quindi di stabilire se l’arte sia politica o meno, ma di riconoscere le condizioni e le scelte che ne permettono la produzione e l’emersione, per poter stanare le discriminazioni e permettere così, anche a voci che rimangono inascoltate, di poter esprimere la loro validità.
The Glorious Mothers, artist*
Nel libro “Utopian Display. Geopolitiche Curatoriali” (2019) partivo da Sandro Mezzadra. Con la fine della Guerra Fredda non c’è alcuna cancellazione dei confini nazionali operata dal capitale ma piuttosto la loro proliferazione. Mai più chiaro di adesso, ora che neoliberismo autoritarista e neonazionalismo sono al vertice della globalizzazione. Ecco che un sito di orgoglio nazionalista per eccellenza come la Biennale di Venezia non può che rappresentare al meglio questa condizione attuale. La pressione geopolitica della Biennale di Venezia 2026 ha pochi paragoni, è schiacciante. Eppure, per ironia della sorte ne viene evocata un’immagine unificata e coesa attraverso l’arte, mentre qualsiasi progetto di vera emancipazione politica viene tacciato di essere divisivo. Censura e non partecipazione da parte del padiglione sudafricano, censura e riammissione del padiglione australiano, totale apertura per il padiglione russo, per quello israeliano e quello americano. Da un lato si invitano curatori con agende emancipative (anti-xenofobiche, femministe, ecologiste) e dall’altro si rivendica e legittima il peggiore radicale nazionalismo criminale e genocida. Che ci sia dietro un disegno culturale perverso è fuori di dubbio, che tale disegno sia il cuore pulsante dell’economia attuale è altrettanto vero. Ma la presunta arte neutrale non si nutre di questa stessa economia?
Marco Scotini, curatore
Quando geopolitica, storia e dinamiche socioeconomiche incontrano l’arte, in realtà non avviene un incrocio ma un’emersione: perché l’arte non è un territorio separato, è la vita stessa che prende forma, segno, parola, corpo. Siamo noi ad aver rinchiuso l’arte in una definizione, in un recinto, ma l’arte è un oceano molto più vasto: è nella natura, nei rapporti umani, nei conflitti, nelle trasformazioni sociali.
Per questo credo che oggi non si tratti di scegliere se fare o meno “arte politica”, una categoria che rischia di semplificare, di ridurre a etichetta ciò che è invece una condizione diffusa e ineludibile. Ogni gesto artistico è già dentro la storia e dentro la società, che lo dichiari o meno.
Nella mia pratica questo intreccio è sempre stato presente, con il corpo, con la voce, con la scrittura. In lavori come Riflessioni a puntate, arte e contesto storico non si affiancano: sono la stessa cosa, inseparabili dagli accadimenti del 1991, da quel preciso momento. Così come il percorso a sostegno del riconoscimento delle artiste donne non è mai stato separabile dal fare artistico stesso, l’uno nutriva l’altro.
L’impegno, allora, non è una categoria né una scelta di campo, ma una condizione dell’esistere e del fare: l’artista vive nel mondo, e il mondo inevitabilmente attraversa la sua opera.
Tomaso Binga, artista
Quando geopolitica, contingenze storiche e dinamiche socioeconomiche si intrecciano con il linguaggio artistico, diventa evidente l’inconsistenza dell’idea di arte come sfera autonoma o “ornamentale”. L’esperienza trentennale di Art for The World dimostra che l’arte non è solo specchio del mondo: è strumento di dialogo, testimonianza, trasformazione e forma di resistenza.
Come ricordava Joseph Beuys, ogni individuo partecipa attivamente alla società: poesia e arte diventano “politiche” quando influenzano la sfera pubblica. Separare arte e politica oggi appare artificiale: crisi e disuguaglianze richiedono attenzione da parte di artisti, curatori e istituzioni culturali. L’impegno non è opzionale, ma parte del fare artistico. In questa tensione tra autonomia estetica e responsabilità civile, l’arte trova la sua forza, generando consapevolezza, stimolando riflessione e offrendo spunti di critica o dialogo.
Adelina von Fürstenberg, Presidente e fondatrice Art for The World
L’arte abita il mondo, avverte in anticipo le epifanie e interpreta i sintomi della Storia. E questo succede, non importa quanto forte sia il desiderio di tenerla separata dal mondo e dalla Storia. Ugualmente non è pensabile una separazione tra politica e arte (a meno di non pensare quest’ultima come ornamento). Essendo un’eresia rispetto alle grigie amministrazioni del presente, l’arte è sempre politica anche quando non è schierata. Le istituzioni, e gli attori che le governano o le attraversano, possono fingere che non sia così, ma sanno che nessun gesto è neutro, nemmeno l’astensione. La semplificazione del silenzio è una forma di complicità difficile da tollerare. Secondo Hannah Arendt “il numero di coloro che sono al contempo responsabili e colpevoli sarà relativamente basso”, perché si è responsabili anche tacendo. E in questo teatro dell’indignazione mirata e dei cauti equilibrismi, alla resa dei conti, saranno pochissimi gli innocenti.
Pietro Gaglianò, curatore
Mi sono sempre impegnato, come artista, nei confronti dei problemi che caratterizzano la nostra società urbanizzata e in particolare ho indagato il rapporto “individuo /ambiente”.
Per questa mia attitudine sono stato spesso collocato nella corrente “arte per il sociale”.
In questi ultimi anni il confronto con il mondo esterno, che ha sempre sollecitato la mia posizione critica nei confronti dell’evoluzione della nostra società, è profondamente cambiato.
L’orrore che ci circonda oggi ha fatto sì che io non sia più riuscito a trovare “strumenti” per prendere una posizione critica verso ciò che sta succedendo, portando solo rifiuto!
Oggi, solo i miei disegni del 1992 sulla “Pulizia etnica” (riferiti alla ex Jugoslavia) mi aiutano a raccontare ciò che sta succedendo in Palestina, mentre guardo con profonda nostalgia “il paesaggio” come immagine consolatoria.
Ugo La Pietra, artista
Santa Nastro
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