L’arte è un delfino. Intervista a Giovanni Gastel

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Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonista Giovanni Gastel, fotografo noto a livello internazionale e Presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti (AFIP)…

Tempo fa, vidi nascere una farfalla. Fu per caso. Avevo notato la piccola crisalide giorni prima, sul muro dell’androne del palazzo, messa lì, che sembrava una goccia di malta indurita. Perché ha scelto un posto così inospitale il bruco, così esposto, così incerto? Mi chiedevo e, tutte le mattine, passando, guardavo che fosse ancora lì, immaginavo strategie di protezione, una piccola teca, un segnale, un cartello con la scritta “non toccare”. Ma poi, mi dissi, no. Sarebbe un invito alla distruzione. Sembra una goccia di malta secca, dopotutto, nessuno se ne accorgerà. E infatti nessuno se ne accorse. Finché un giorno, passando, vidi la crisalide tremare, con oscillazioni minuscole e veloci. Stava per accadere, dunque, stava per nascere una farfalla. Abbandonai ogni intenzione e mi fermai lì ad aspettare, per quattro ore, l’esito della metamorfosi. Nel frattempo scattai foto di ogni piccolo avanzamento nella lotta per la conquista dello spazio aperto e cercai in rete ogni genere di notizia a riguardo. Seppi che la nascita di una farfalla non è facile, soprattutto in un ambiente ostile (come un muro, che è duro e secco). La crisalide in circostanze avverse non si rompe facilmente, così la nascita fu lenta e faticosa. Poi, quando il piccolo corpo riuscì a districarsi, un’ala ebbe la peggio, restando a lungo stropicciata. Ma lei, uno splendido esemplare di Vanessa atalanta, era lì ferma, tutta nuova, sul muro, ad aspettare che le direttrici di forza si dispiegassero in funzione del volo. Poi, cadde, o si lasciò cadere per sondare l’aria, nel primo tentativo. Attese ancora, e d’improvviso un battito d’ali esperto (com’è possibile, appena nata?) l’allontanò per sempre.
Io ero rimasta lì, fino alla fine, per assicurarmi che niente e nessuno potesse violare quel potenziale di bellezza. Dentro a una farfalla c’è l’intenzionalità di tutto il cosmo, può durare un battito d’ali e, in quella brevità che incontra l’ostile, sprigionare tutta la potenza di cui è capace l’universo.
Lo scrivo qui perché è dello stesso genere di effimera perfezione, delicatissima potenza, che mi sembrano le foto di Giovanni Gastel (Milano, 1955). Le sue creature alate, anche quando le ali non ci sono.

METAMORFOSI

Prendo sempre tutto da molto lontano. Ma, dopotutto, cos’è la distanza – mettiamo – nei sogni, nelle sinapsi e nelle ricerche in Google?
Fu infatti cercando, tempo dopo, notizie in rete sulla metamorfosi delle farfalle che incontrai la prima foto della serie Metamorfosi: il corpo sottilissimo (fragilissimo) di una giovane donna appena inarcato all’indietro, coperto a stento da un velo sottilissimo (fragilissimo) e, poi, incredibilmente, potenti ali di farfalla che si slanciano dalle tempie. Le ali. Noi le sappiamo delicate, impalpabili (da bambini ci raccontavano della prodigiosa polverina che consente il volo) eppure qui sono il segno più robusto e materico sulla linea del corpo, che culmina nella piccola testa poggiata sul lungo collo. Non tra le scapole, come ci si aspetterebbe, ma sulle tempie – perché?
Ci sono immagini che ci costringono ad alzare le aspettative sul nostro potenziale esistenziale. A slanciare il pensiero che informa i corpi, oltre ogni forma nota.
In quell’artificio di forma composta che incontra l’infinità del tempo in un punto irrilevante, accade l’assoluto. Una incrinatura del visibile da cui filtra un senso supremo e terribile che non può appartenerci se non per un breve istante. E quell’istante è effimero e definitivo, come un battito d’ali.
C’è, tra le metamorfosi di Gastel, la donna farfalla, la donna cigno, la donna libellula, la donna albero, la donna conchiglia, la donna uccello. Chi sono queste creature? Di quale mondo, di quale sostanza?
Giovanni Gastel scrive a un certo punto, nel cuore della sua autobiografia (Un eterno istante. La mia vita, Mondadori, 2016): “Ho capito, come in una folgorazione, che l’eleganza non è una conquista culturale ma una virtù animale”. E io finalmente ho trovato quello che cercavo, ossia il nervo scoperto di tutta la questione che anima il contemporaneo: l’abbandono dell’umano, come forma esistenziale, in favore di una dimensione animale da cui, poi, tornare all’umano in forma nuova. Metamorfosi dolorosa e necessaria, spazio di senso antropologicamente sorretto da tutti i possibili rituali panici, ma ancora tutto da restituire al mondo, da incarnare ancora.

PERCHÉ FOTOGRAFIAMO?

Appuntamento alle 17.00, nello studio di via Tortona, a Milano.
Sono entrata in una stanza che è un antro e una fucina. È qui che fa le persone, Gastel? Ti passa per la testa, è qui che conserva l’archetipo e lo specimen, la selezione figurale del mondo? Vedi appesi al muro, come appunti utili a progetti futuri di specie, tanti volti noti. E senti, tra le molte disordinate cose possibili, che il mondo fuori potrebbe non esistere. Che lui se le è portate lì, nella sua bolla (la definisce così, la sua solitudine di poeta), quelle ombre potenziali e lì prendono parte a un grande esperimento di gestazione dell’umano.
Tutto quello che vediamo di significativo forma immaginari.
Di fatto ogni fotografia è un mezzo per verificare, confermare e costruire una visione totale della realtà (John Berger).
Niente esisterebbe senza essere stato nominato, ma anche niente esisterebbe senza essere stato fotografato. Ma è qui il paradosso: la fissità non appartiene alla vita – mi dice, quando gli chiedo perché ci sono popoli per cui le fotografie sono un maleficio – se non nel suo opposto che è la morte. Perché uno dei molteplici effetti del fotografare è ridurre alla fissità: “dividere il tempo in istanti immobili come fa la fotografia è già di per sé un guardare innaturale e impossibile”, scrive nell’introduzione al primo numero di FC – Fotografia e (è) cultura, la nuovissima rivista (a novembre è uscito il secondo numero), “una pubblicazione che nasce come esigenza dell’Associazione AFIP International (di cui Giovanni Gastel è Presidente) di offrire uno strumento di riflessione e dibattito a una platea di lettori che vada oltre il settore specifico dei fotografi professionisti, degli amatori e dei vari operatori che ruotano attorno al fenomeno fotografia”.
Strano fenomeno, la fotografia. La fotocamera è forse la prima macchina a cui abbiamo concesso di perseguire fini estetici. I grandi fotografi ci permettono di perdonarle il suo essere uno strumento, ci fanno dimenticare il calcolo e il meccanismo.
Ma noi, noi tutti, ora che la macchina è del tutto invisibile, celata in uno smartphone che portiamo sempre con noi, perché fotografiamo? Quale varco dobbiamo oltrepassare, compulsando documenti visivi che provano che esistiamo, che c’eravamo, che abbiamo visto o fatto quella cosa, se non quello di conoscere, di conoscerci? Dov’è, dopotutto, la realtà che non è fotografata?
La fotografia è la lingua elettiva del contemporaneo, dunque.
Una volta avevo sentito dire che, vista da una prospettiva più ampia, l’umanità non è altro che la strategia di una stella per conoscere se stessa (ho cercato disperatamente e invano l’autore di questo pensiero). E forse una fotografia è come una preghiera, come un canto rituale, che funziona meglio se riesce a dire più precisamente il senso (codificato nel visibile) di quello che siamo al cielo.

LA FOTOGRAFIA CAMBIA TUTTO

Questa è una delle cose che la fotografia fa: ci trasforma. Ci mostra un mondo sconosciuto e ce lo fa diventare amico. Più è sconosciuto, più abbiamo bisogno di vedere come è fatto, da un volto a una galassia, da un paesaggio lontano a un buco nero. La fotografia è tutto il distante finalmente sotto i nostri occhi, tra le nostre mani. Tutto il distante fisico, tutto il distante ideale, il periferico: “Sono sempre stato più interessato a quello che intravedevo piuttosto che a quello che vedevo direttamente. Il reale come spunto. La visione periferica porta con sé stimoli e particolari spesso più attraenti e interessanti della visione centrale”, scrive Giovanni Gastel.
E poi c’è il distante assoluto, l’io, visto finalmente come altro.
Di fronte alla macchina fotografica ogni volta è come la prima volta (non siamo più quello che siamo stati, per questo vogliamo sapere chi temporaneamente siamo, per meglio calibrare quel che saremo) ed è un rapporto di conoscenza: Che cosa sa il mio corpo della Fotografia? Scrive Roland Barthes in La camera chiara, libro indispensabile per tutto questo.
Nell’intervista, a un certo punto (dal minuto 36 circa), simuliamo lo scatto di un mio ritratto. È curioso descrivere una fotografia che non è stata scattata, solo ipotizzata, ma per un attimo mi sono sentita di creta (ah, se la Fotografia potesse almeno darmi un corpo neutro, anatomia, un corpo che non significasse niente! Sempre Barthes). Se avessi potuto vedere l’esito dello scatto avrei incontrato, ne sono certa, una sconosciuta e, finalmente, me stessa.
Può far paura (c’è la macchina, anche se non c’è, c’è lui e ci sei tu. E ti prende una nostalgia senza oggetto, per quello che ancora non sai di essere e che ti sarà rivelato).
Se i ritratti possono essere riti di passaggio, atti psicomagici, credo lo siano senz’altro quelli di Giovanni Gastel. Antropologia, teatro, poesia, psiche e amore, la fotografia può arrivare a registrare la fragilità di specie attraverso la resistenza opposta dal corpo individuale, luogo in cui mettiamo in scena la pantomima dell’esistere.
Dico confusamente: la donna, con il suo potenziale di grazia. Il femminino. Mimica, anima. Presenza e assenza. E il manto nero di un banco ottico come metafora dell’abisso in cui è necessario discendere, in solitudine, per andare a prendere la luce e restituirla al mondo. L’invisibile, e restituirlo al visibile.
Operazione esteriore, la fotografia non può che essere alimentata dalla poesia, operazione interiore.
E infatti Giovanni Gastel conosce il peso della parola e il suo potere. Scrive, nella sua raccolta di poesie dal titolo Io sono una pianta rampicante (SilvanaEditoriale, Milano 2018), questi versi:
Se c’è un incontro/per cui darei la vita/è il vostro incontro/anime leggere./Staccate dal peso del vivere/ridivenute puro stupore/vi riconoscerete come/vento e nuvola.
Di questo turbine che è Giovanni Gastel, della sua storia incredibile (l’origine aristocratica, la presenza di suo zio, Luchino Visconti, a segnare il passo, il primo libro di poesie pubblicato a sedici anni, un romanzo a diciassette, la scelta di fotografare a ogni costo e una carriera a fianco delle più importanti case di moda e nelle redazioni più prestigiose) restano molti frammenti che ancora non so comporre.
Lascio perciò un lato aperto, come insegna lui, in cui far entrare voi a concludere, anzi a continuare.

Buona visione.

Stefania Gaudiosi

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AutoreGiovanni Gastel
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Stefania Gaudiosi
Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Studiosa e teorica dell’arte, con particolare interesse per l’Arte Cinetica e per l’opera di Iannis Xenakis, è autrice di diversi saggi dedicati ai temi della contemporaneità, della multimedialità e dei new media. È cofondatrice, assieme ad Antonio Barrese, del gruppo professionale OperaAperta, attivo in Italia e in Brasile, dove dal 2011 coordina il progetto FlowingRiver_RioAmazonas. Nel 2012 fonda ScholaFelix, gruppo di innovazione artistica e culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, dal 2014 coordina i corsi ScholaFelix Basic e FelixLab per bambini, ragazzi e adulti, mirati alla diffusione di una maggiore consapevolezza artistica e formale, e alla valorizzazione del talento personale come via d’accesso alla felicità.