Provincia Cosmica. Paola Tassetti e il suo “laboratorio di libertà” a Civitanova Marche

La rubrica “Provincia Cosmica” fa tappa nelle Marche per incontrare la pittrice e scultrice Paola Tassetti. Alex Urso l’ha raggiunta a Civitanova Marche, dove ha aperto una casa per artisti e cercatori

Botanica, anatomia, scienze antiche ed esoterismo convivono nella ricerca dell’artista marchigiana Paola Tassetti. Nata nel 1984, ha trasformato una casa di famiglia sulle colline di Civitanova Marche in un laboratorio di libertà, residenza e ricerca. Un luogo dove arte, memoria e natura si incontrano.

Paola Tassetti al lavoro. Ph: Carlo Roccafiorita - Periferica
Paola Tassetti al lavoro. Ph: Carlo Roccafiorita – Periferica

Intervista a Paola Tassetti

Comincio con il chiederti che contesto hai intorno a te.
Abito un contesto di collina, tra mura di cinta medievali che si affacciano sull’Adriatico e che sento e percepisco come un’isola. Le isole sono viaggio e sono paesaggio. Certi paesaggi sembrano acquisire qualità speciali che spesso non hanno; così, cerco ogni giorno di capire cosa mi trattiene qui, perché ho deciso e continuo a decidere di restare, nonostante le mura e le fortificazioni medievali e le visioni poco aperte alla sperimentazione e a una nuova prospettiva sulle cose. Mi sono risposta che non si può sapere tutto quello che fa o farà il mare intorno a un’isola, né quello che farà il vento, né cosa porteranno le foglie che ci cadono addosso a ogni stagione. In questo contesto, sento di vivere su quella linea di superficie che svela le profondità attraverso una sorta di isolamento denso e quasi metafisico, dentro i vicoli di questo paese. Le isole sono anche ricerca: vivere in questo paese medievale, che si affaccia sull’infinito leopardiano, mi porta a un infaticabile dialogo tra fisico e metafisico e, soprattutto, tra reale e iperreale.

E in questo contesto – non sempre ricettivo, quando non apertamente ostile – hai deciso di aprire il tuo posto speciale: Libera Idea, un luogo di studio e dialogo aperto alle discipline, un posto di sosta, ricerca e respiro. Me ne parli?
L’ho deciso circa 15 anni fa, quando abitavo a New Cross Gate, area a sud-est di Londra. Ricordo la sensazione di rigenerazione di un quartiere che storicamente aveva affrontato problemi di deprivazione socioeconomica e culturale. Questa sensazione mi ha smosso e spinto a tornare e a ricucire, pezzo dopo pezzo, questo luogo che abito e che oggi ospita sia una residenza artistica sia attività ricettive. Idea era di mia nonna e sua sorella si chiamava Libera: da qui, Libera Idea. Libera Idea è una casa e, quindi, un sentimento pieno di poliedricità e di visioni, quasi un rifugio dentro l’isola che si affaccia sul mare, dove rimanere protetti e studiare i propri linguaggi. Sostanzialmente, ci si incontra per rimanere vivi e per ritrovare anche la magia, l’eros e l’esoterismo. Ogni simbolo riecheggia qualcosa che va al di là e che si rigenera semplicemente abitandolo. Qui si respira molta libertà e si vive tra le piante.

Un progetto artistico in cui c’è tanto di biografico…
Libera Idea ha radici che affondano letteralmente nella storia della mia famiglia. C’è tanta memoria da custodire, una memoria viva. I miei bisnonni abitavano questo palazzo “dai mattoni rossi” come servitù dei Consoli di Roma, che ne occupavano il piano nobile nei mesi estivi, integrandosi nella fibra stessa di questo luogo. Si narra che alcune stanze fossero nere, proprio come la visione politica rigida e cupa dei padroni di casa. I miei bisnonni, al contrario, incarnavano l’opposto: mossi da una passione viscerale per la libertà e per il pensiero aperto, decisero di dare alle loro figlie nomi che suonavano come una vera dichiarazione d’intenti: Idea e Libera. Mia nonna e sua sorella. Crescere con questo racconto mi ha trasmesso un’eredità morale fortissima: fare della ricerca della libertà il motore di ogni mio gesto artistico. Aprire questo spazio è stato il mio modo di raccogliere quel testimone. Ho preso quelle stanze, storicamente legate al servizio e alla chiusura, e ho trasformato ogni muro: da nero l’ho fatto diventare bianco, di un bianco denso di anima e di metafisica pura. Un colore che, per sua natura, rifiuta ogni confine e si apre all’universale. In questo luogo la memoria non è un ritratto statico da contemplare, ma una forza viva che continua a generare senso e accoglienza.

L’arte “metafisica” di Paola Tassetti a Civitanova Marche

Civitanova Marche, dicevamo, è una città in cui la cultura non è mai mancata. Il presente, però, è ben diverso rispetto al passato. Parliamo infatti di una realtà fortemente aziendalista, in cui il valore economico delle cose assume spesso un ruolo dominante rispetto a ogni altra possibile lettura. Come ti inserisci in questo mondo?
Mostrandone la temporaneità. È proprio facendo emergere le sue fragilità contemporanee che ho riscoperto un fermento sotterraneo – o meglio, un overground, visibile da certe angolature, capace di svelare trame dense oltre l’apparenza e l’esibizione di sé attraverso il profitto. L’arte, poi, svela tutti i significati inconsci e sottintesi del fare, e lo fa attraverso un fare comune: unisce e fa prendere coscienza. Cerco di vivere questo contesto tenendomi stretta all’idea di bellezza, riannodando con tenacia i fili di una narrazione ormai quasi dimenticata. Quella di un luogo che, malgrado tutto, continuo a riconoscere come il mio campo base, come casa mia.

L’arte di Paola Tassetti tra botanica e anatomia

Il senso dell’umano pervade la tua produzione: biologia, anatomia, mistica e sacralità di intrecciano nelle tue opere. Mi parli dei tuoi interessi?
La mescolanza mi appassiona: l’aspirazione a un giardino in cui riconsiderare la vita di tutti gli esseri viventi come unitaria – piante, uomini, animali, minerali. Mi interessa riproporre la natura attraverso l’alchimia, la magia, l’ipermetafisica; rivederla non più come oggetto, ma come soggetto. Ogni forma di vita conosciuta finora su questo pianeta trae origine da un essere similare e, per questo, mi interesso molto allo studio della morfologia, dell’anatomia, della psichiatria, della fisiologia, della patologia, della genetica, dell’esoterismo e del simbolismo. Il mio spirito libero mi apre poi a molte prospettive e, quindi, all’immaginazione di ogni nuovo essere che ospita più specie e convive con sentimento. Sono enormemente affascinata dalla diversità di ogni molteplicità biologica, sia essa umana, vegetale, animale o minerale. La natura e l’anima coinvolgono lo spirito: da tutto questo mescolare emergono visioni profonde di una nuova “mezcla biologica”, capace di provare il sacro.

E le persone, che ruolo occupano all’interno della tua ricerca?
Le persone sono catalizzatori e parte integrante dell’ecosistema che indago. La dimensione laboratoriale nasce per smantellare l’isolamento, l’ego e il consumo, e per mettere in atto un fare comune: sentirsi parte di una stessa materia vivente. È un discorso sulla vita. Il mio lavoro con ragazzi autistici, persone affette da Alzheimer o con vissuti di sofferenza psichica mi ha insegnato che l’anatomia, trasfigurata dall’arte, è una straordinaria chiave d’accesso al nostro mondo interiore. Riportare l’emotività al corpo, trasformando un organo, una foglia o un fiore in pittura, permette a chiunque di dare forma a ciò che ha dentro. Di vivere e di vedere. In questo scambio continuo tra corpo e natura, le persone smettono di essere definite dal proprio limite e diventano co-creatrici di una nuova bellezza. Il laboratorio diventa così uno spazio quasi sacro e tenero di cura, ascolto e gestazione collettiva, dove l’esperienza di ciascuno contribuisce a ricomporre un unico organismo.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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