Edgar Calel, l’artista che fa conoscere al mondo i rituali Maya

Cibo, ritualità e memoria: sono questi gli elementi attorno a cui ruota la ricerca artistica di Edgar Calel, che affonda le radici nella storia del popolo Maya. Una sua opera è stata concessa per tredici anni alla Tate Modern, che dovrà custodirla in maniera molto particolare. Ne abbiamo parlato con lui

L’artista Edgar Calel (San Juan Comalapa, 1987) porta sulla scena internazionale i rituali Maya, dove le offerte di cibo agli antenati diventano un momento per celebrare e glorificare l’eredità e la memoria culturale dei popoli indigeni.
Edgar Calel, nato nella città guatemalteca di San Juan Comalapa, è un artista appartenente alla comunità indigena Maya Kaqchikel. Il suo lavoro, che spazia dalla performance al video, dalla pittura alle installazioni, si interroga su come spostamenti e trasformazioni geo-culturali influenzino e modifichino la memoria collettiva di un popolo e la cultura più in generale.
Al centro di questa ricerca sta il rituale, elemento sacro e fondante della cultura Maya, che diventa quasi sinonimo del fare arte stesso. Tra tutte, emblematica è l’opera The Echo of an Ancient Form of Knowledge (Ru k’ ox k’ob’el jun ojer etemab’el), parte di un ciclo che l’artista porta avanti da anni e che include il ricorso a rituali sacri come completamento dell’opera.

Edgar Calel, Pa ru tun che (From the Treetop), 2021, dettaglio. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City
Edgar Calel, Pa ru tun che (From the Treetop), 2021, dettaglio. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City

IL SACRO E L’ARTE SECONDO CALEL

Nella cultura Maya non esiste una parola per descrivere l’arte di per sé e nelle varie interpretazioni che si sono date nel tempo: questa va quasi sempre a fondersi con le idee di sacralità e saggezza. È proprio quest’aura sacra, strettamente legata ai rituali che caratterizzano i popoli Maya, che Calel porta in scena. Più nello specifico, c’è un ciclo di opere simili tra loro, tutte caratterizzate dall’uso del cibo come offerta agli antenati, che l’artista presenta da anni in vari luoghi, dalle stanze della galleria Proyectos Ultravioleta a Città del Guatemala al patio del Convento Santo Domingo ad Antigua Guatemala.
The Echo of an Ancient Form of Knowledge, il più recente di questi interventi, è stato presentato alla scorsa edizione di Frieze London e tanto l’opera fisica quanto i rituali che la attivano e completano sono stati “acquistati” in maniera piuttosto particolare dalla Tate Modern di Londra. Il museo, infatti, ne detiene la sola custodia, per una durata di tredici anni, durante i quali il lavoro dovrà essere attivato periodicamente attraverso un’offerta di cibo, che verrà praticata esclusivamente da Calel o da membri della popolazione Kaqchikel.

Edgar Calel, K’obomanik (Offering), 2018. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City
Edgar Calel, K’obomanik (Offering), 2018. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City

INTERVISTA A EDGAR CALEL

C’è una pratica continua nel tuo lavoro, un operato che si ripete nel tempo portando le offerte di cibo tipiche dei rituali Maya sulla scena contemporanea. Da Jun kai oxi qi munib’al Qatit qa Mama (Some Two or Three Offerings for Our Ancestors), a The Echo of an Ancient Form of Knowledge (Ru k’ ox k’ob’el jun ojer etemab’el), per esempio, nell’ultima versione presentata a Frieze London 2021. Ce ne parli?
L’opera è composta da una serie di pietre di diverse dimensioni che accolgono sulla loro superficie frutta e verdura di vario genere, da angurie mature tagliate a metà a zucche intere, banane di tutti i tipi e gambi di sedano. Questi sassi diventano dei veri e propri altari, che accolgono e custodiscono i doni della natura come offerta agli antenati della mia cultura. Tali offerte, infatti, sono state posizionate sulle pietre direttamente da me, con un rituale per noi sacro.

Quale importanza ha il rituale nel suo lavoro?
Le popolazioni indigene del Guatemala ricorrono al rituale per offrire sapori e odori agli antenati. Attraverso questo dono le genti ringraziano i propri avi per la memoria che gli hanno tramandato. Grazie al rito, si diffonde anche la conoscenza dei nostri avi e la loro saggezza nel mondo, la si tiene viva.

Spesso ha rimarcato il fatto che i sassi non siano solo sassi, la frutta non sia solo frutta. Ci può́ spiegare cosa rappresentano simbolicamente questi elementi?
Esatto; il sasso rappresenta all’interno della cultura Maya l’antenato, ne è simbolo e rimando.
Attraverso il gesto di deporre frutti su questo, le popolazioni rendono grazie alla vita per
l’opportunità che ci offre di preservare la memoria che ci è stata lasciata in eredità.

Edgar Calel, Jun Kio Oxi qi Munib al ri qatit qa Mama 29 (Some Two or Three Offerings for Our Ancestors 29), 2021. Photo Lisa Gordon. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City
Edgar Calel, Jun Kio Oxi qi Munib al ri qatit qa Mama 29 (Some Two or Three Offerings for Our Ancestors 29), 2021. Photo Lisa Gordon. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City

IL CIBO COME OFFERTA RITUALISTICA

Il suo lavoro ragiona sulle idee di dislocamento e memoria all’interno di una cultura. In che modo il cibo ci parla di cultura? Come lo utilizza nella sua ricerca artistica?
Alla base del rapporto tra cibo e arte credo ci sia il processo di traduzione dei saperi e dei sapori di una cultura che si riproducono al di fuori dello spazio geografico da cui questi hanno origine.

Che significato assume il cibo in queste opere?
Ci sono tre elementi fondamentali alla base. Prima di tutto, c’è la costruzione di un altare davanti al quale vengono offerti frutta, incenso e liquore. In secondo luogo, bisogna tenere a mente che questo lavoro è una pratica svolta in Guatemala o, comunque, all’interno di varie popolazioni indigene guatemalteche, dunque è legato alla cultura locale. Infine, non si tratta di un’opera che è stata venduta fisicamente, ma ne è stata acquisita la sola custodia per tredici anni. Questi tre elementi, nell’insieme, rendono concreta una proposta.

Abbiamo visto che i rituali giocano un ruolo importante nel suo lavoro; come vede il rituale del mangiare? Cosa sancisce all’interno delle comunità indigene?
Nei villaggi e nelle varie comunità la storia del cibo inizia con l’agricoltura, è determinata e
influenzata dalla comprensione dei cicli del sole e della luna. Così anche la mia opera The Echo of an Ancient Form of Knowledge si ispira alla cosmologia: ad esempio, ne esistono sette versioni, numero che rimanda alla costellazione dell’Orsa Maggiore.

Edgar Calel & Fernando Pereira dos Santos, Sueño de obsidiana, 2020. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City
Edgar Calel & Fernando Pereira dos Santos, Sueño de obsidiana, 2020. Photo Margo Porres. Courtsey of the artist & Proyectos Ultravioleta, Guatemala City

L’OPERA DI CALEL ALLA TATE MODERN DI LONDRA

Il suo lavoro, profondamente legato alle sue radici Maya, è arrivato in un importante museo europeo, la Tate Modern di Londra. Che cosa significa questo per lei? Che tipo di dialogo vuole instaurare?
È positivo perché́ attraverso una persona che fa parte di una comunità indigena l’opera può creare l’opportunità di negoziare con un museo di questa portata. È un ponte per la mia cultura. The Echo of an Ancient Form of Knowledge non è stata venduta di per sé, bensì è stata affidata all’istituzione museale poiché́ appartiene a tutta una comunità, non solamente a me come artista. L’opera è anche il rito che la determina e completa, non solo le parti materiali di cui è composta. Inoltre, è importante pensare che attraverso una singola persona, e la sua opera, si possano ringraziare gli antenati e la terra di una cultura, visto che questa conoscenza deriva da, e concerne, l’intera comunità.

Come detto, il museo non ha acquisito l’opera in maniera tradizionale, ma ne ha
acquistato la custodia per i prossimi tredici anni, sforzandosi di continuare ad alimentare i riti che la mantengono in vita. Che cosa significa per lei questo tipo di acquisizione?

Dev’essere un invito per il mondo a conoscere la cultura Maya, cercando di mostrare, attraverso una vetrina all’interno di un museo, chi siamo. Spesso nei libri pubblicati dallo Stato c’è la tendenza a dimostrare che i popoli Maya sono scomparsi, ma attraverso questa proposta diamo prova che non ci siamo estinti e che la nostra cultura persiste nel tempo e negli spazi geo-culturali. È importante poter testimoniare, custodire e disseminare il sapere dei nostri antenati, mantenere vive le lezioni da loro impartite.

Come funzionerà questa custodia e come può essere trasmesso questo rituale?
Il museo, la prima istituzione a cui è stato garantito il permesso di custodire questo mio lavoro, avrà la responsabilità di mantenere in vita non solo l’opera in sé, ma anche i rituali che ne sono parte attiva. L’accordo è stabilito tra il museo, me stesso come artista, ma anche il popolo Kaqchikel. I rituali che girano attorno all’opera sono fondamentali e possono essere completati solo da membri della mia comunità, dunque non se ne occuperà̀ l’istituzione ma io personalmente, o qualcuno da me designato.

‒ Irene Marchetti

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